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mercoledì 20 aprile 2011

Dai Compagni del Collettivo Aula R * Scienze Politiche Pisa

Premessa.
Il conflitto in Libia tra l’esercito libico fedele a Gheddafi e la coalizione dei “volenterosi”, – organizzatasi sulla base della risoluzione 1973 dell’Onu la quale lasciava spazio a chiunque di intervenire – è un evento che necessita di essere interpretato e demistificato. Non è possibile infatti decontestualizzarlo dalla serie di proteste nel Maghreb, né dagli interessi delle borghesie europee e occidentali. Oltre al panorama internazionale, da militanti, ci interessa evidenziare – per quanto possibile in quest’occasione – la composizione del soggetto popolare che ha promosso la fuoriuscita del malcontento fra le popolazioni arabe, e dall’altra la serie di interessi che si sono coagulati intorno alla decisione pro intervento militare.

L’incipit: le rivolte del Magreb.

Quello che sta succedendo nel Maghreb è interpretabile solo prendendo coscienza che l’economia del mondo è ormai definitivamente globalizzata, e il mercato delle merci è mondiale. Dall’altra c’è una classe di sfruttati di tre miliardi di uomini e donne in continua competizione per un salario (fenomeno mai verificatosi in queste proporzioni) che non sa riconoscere se stessa, né la natura del suo sfruttamento, né tanto meno ciò che potrebbe definitivamente risollevarla dalla miseria, dalla disoccupazione e dallo status perenne di “lavoratore povero”.

Ad alcuni sembrerà che ci stiamo allontanando dalla questione della guerra in Libia, che questa analisi poco abbia a che fare con un intervento armato contro Gheddafi, che i tunisini, gli egiziani, gli yemeniti in realtà cercano solo uno Stato meno corrotto, una democrazia dei diritti.

Quello che interessa mettere in luce, in queste poche righe, è invece ciò che di poco casuale traspare dalla composizione delle masse dei rivoltosi, dal loro essere specifico. Le proteste scoppiate nei paesi arabi sono, a nostro avviso, l’ultima e più radicale esternazione del malessere dovuto al graduale peggioramento delle condizioni di vita. Malcontento e povertà che vanno di pari passo con uno sfruttamento intensivo, bassissimi salari e una disoccupazione che si alterna a piccoli periodi di lavoro (che noi definiremmo “flessibile”) senza tutele e nessuna sicurezza sul lavoro. Rasentando il nocciolo della questione Giuliana Sgrena sul Manifesto del 7 aprile afferma che i tunisini si ribellano perché non hanno prospettive per il futuro, che essi rigettano la Tunisia di Ben Alì e del precariato. A questo punto, secondo la giornalista, la soluzione realizzabile per cui è giusto che sperino e lottino i tunisini sarebbe la democrazia dei diritti, forse su un modello europeo… Come qui in Italia verrebbe da dire!

Tralasciando le conclusioni (poco) politiche, quello che qui c’interessa è la condizione di questi giovani, oltre che sfatare alcuni luoghi comuni sulla presunta arretratezza delle economie di questi paesi. L’Egitto per esempio, ma anche la Tunisia, non sono economie ristagnanti, bensì hanno tassi di crescita che hanno indotto alcuni economisti a definirle le Tigri Africane di inizio terzo millennio. E con loro altri paesi africani: in Egitto nel 2009 il PIL è calato del 2,3 % ma nei tre anni precedenti era cresciuto del 7 % (ciò significa nel 2010 una crescita, rispetto al 2008, del 4,7 %), sempre nel 2009 la Tanzania è cresciuta del 7,4 %, l’Etiopia del 9,9 %, l’Uganda del 10,4 %, il Mozambico del 6,3 %.

Un altro dato molto interessante – e che palesa come per il proletariato giovanile esista una comunanza di situazioni fra un Occidente “progredito e post-tutto” e un Oriente “arretrato al Medioevo” – è l’altissimo tasso di disoccupazione dei giovani dei paesi arabi. Ragazzi e ragazze senza prospettive certe di lavoro, ma con un curriculum da persona scolarizzata e qualificata molto occidentale. Questi giovani alternano periodi prolungati di disoccupazione a brevi tempi di lavoro, ottenuto sempre e comunque tramite un sistema di capolarato pre-capitalista (mica le nostre agenzie interinali!). La generazione – e non è solo una generazione ma almeno due – che ha a che fare con i 46 contratti atipici della legge 230 ha probabilmente gli stessi problemi della gioventù tunisina ferma al bar in attesa di una retribuzione. E stiamo a domandarci ancora cosa avrebbero a che fare con noi?

mercoledì 23 marzo 2011

NO ALLA GUERRA IMPERIALISTA‏

Il 19 marzo 2011 è cominciata l'ennesima guerra "umanitaria" imperialista.

Questa guerra ha come scopi non la difesa del popolo libico, ma unicamente interessi economici e strategici: infatti essa va ad inserirsi in un contesto più ampio di ridefinizione degli equilibri geopolitici del Nord-Africa e del Medio-Oriente da parte delle potenze imperialiste, le quali utilizzano il pretesto della guerra “umanitaria” per imporre il proprio dominio in questi territori e per giustificare la volontà di appropriarsi delle ricchezze naturali altrui, quali petrolio e gas.

Il governo italiano, dopo qualche tentennamento iniziale, impaurito dalle possibili conseguenze della crisi libica a causa dei forti legami tra i due paesi, ha dichiarato il suo appoggio all’intervento militare mettendo a disposizione della “coalizione dei volenterosi” numerose basi, facendo salpare le proprie navi e offrendo Napoli come luogo di direzione per le operazioni militari NATO.

Di fronte all’ennesima guerra imperialista noi non possiamo che esprimere nettamente il nostro dissenso e la nostra indignazione (oggi 23 marzo è stato calato uno striscione dal bar di lettere dell'Università di Salerno che recita: "no alla guerra si all'autodeterminazione"); sottolineando allo stesso tempo il diritto del popolo libico all’autodeterminazione contro il potere di Gheddafi.

NO ALLA GUERRA IMPERIALISTA!!!


SI ALL’AUTODETERMINAZIONE DEL POPOLO LIBICO!!!!


C.S.U.





giovedì 24 febbraio 2011

RIFLESSIONI DI FIDEL: Il piano della Nato è occupare la Libia

Il petrolio si è trasformato nella principale ricchezza nelle mani delle grandi multinazionali yankee; grazie a questa fonte d’energia dispongono di uno strumento che ha accresciuto considerevolmente il loro potere politico nel mondo. È stata la loro principale arma quando hanno deciso di liquidare facilmente la Rivoluzione Cubana appena si promulgarono le prime leggi giuste e sovrane nella nostra Patria: privarla di petrolio. Su questa fonte d’energia si è sviluppata la civiltà attuale. Il Venezuela è la nazione di questo emisfero che ha pagato il prezzo più alto. Gli Stati Uniti erano divenuti padroni degli enormi giacimenti la natura ha posto in questo fraterno paese. Alla fine dell’ultima Guerra Mondiale si cominciarono ad estrarre dai giacimenti dell’Iran, così come da quelli dell’Arabia Saudita, Iraq e dei paesi arabi situati nella zona, maggiori quantità di petrolio. Questi divennero i principali fornitori. Il consumo mondiale si elevò progressivamente alla favolosa cifra di, approssimata, 80 milioni di barili al giorno, includendo quelli che si estraggono nel territorio degli Stati Uniti, e ai quali ulteriormente si sommarono il gas, l’energia idraulica e quella nucleare. All’inizio del XX secolo, il carbone era stato la fonte fondamentale di energia che rese possibile lo sviluppo industriale, prima che si producessero migliaia di milioni di automobili e di motori che consumano combustibile liquido. Lo spreco del petrolio e del gas è associato a una delle maggiori tragedie, irrisolta in assoluto, che l’umanità sta soffrendo: il cambio climatico. Quando la nostra Rivoluzione è sorta, Algeria, Libia ed Egitto non erano ancora produttori di petrolio, e gran parte delle enormi riserve dell’Arabia Saudita, Iraq, Iran e degli Emirati Arabi Uniti non erano stati ancora scoperti. Nel dicembre del 1951, la Libia divenne il primo paese africano a conquistare la sua indipendenza dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il suo territorio fu scenario d’importanti combattimenti tra le truppe tedesche e del Regno Unito, che diedero fama ai generali Erwin Rommel e Bernard L. Montgomery. Il 95 % del suo territorio è totalmente desertico. La tecnologia ha permesso di scoprire importanti giacimenti di petrolio leggero d’eccellente qualità, che oggi raggiungono un milione e 800.000 barili al giorno, e abbondanti depositi di gas naturale. Tale ricchezza le ha permesso di raggiungere una speranza di vita di quasi 75 anni e il più alto ingresso pro capite dell’Africa. Il suo duro deserto si trova ubicato al di sopra di un enorme lago di acqua fossile, equivalente a tre volte la superficie di Cuba, e questo ha reso possibile la costruzione di una vasta rete di conduzioni di acqua dolce che si estende in tutto il paese. La Libia, che aveva un milione di abitanti quando conquistò la su indipendenza, oggi conta su circa sei milioni. La Rivoluzione della Libia avvenne nel mese di settembre del 1969. Il suo principale dirigente fu Muammar al-Gaddafi, militare d’origine beduina che, giovanissimo, s’ispirò nelle idee del leader egiziano Gamal Abdel Nasser. Senza dubbio molte delle due decisioni sono state associate ai cambi che avvennero quando, come in Egitto, una monarchia debole e corrotta fu spazzata via dalla Libia. Gli abitanti di questo paese hanno millenari tradizioni guerriere. Si dice che gli antichi libici facevano parte dell’esercito di Annibale, quando fu al punto di liquidare l’antica Roma con le forze che valicarono le Alpi. Si potrà essere o no d’accordo con Gaddafi. Il mondo è stato invaso con tutti i tipi di notizie, soprattutto quelle dei media di massa dell’informazione. Si dovrà aspettare il tempo necessario per conoscere con rigore quanto c’è di vero o di falso, o una miscela di fatti di ogni tipo che, in mezzo al caos, si sono prodotti in Libia. Quello che per me è assolutamente evidente, è che il Governo degli Stati Uniti non sono affatto preoccupati per la pace in Libia, e non vacilleranno nel dare alla NATO l’ordine d’invadere questo ricco paese, forse in questione di ore o di pochi giorni. Quello che con perfide intenzioni hanno inventato le falsità che Gaddafi si dirigeva in Venezuela, come hanno fatto nel pomeriggio di domenica 20 febbraio, hanno ricevuto oggi una degna risposta del Ministro degli Esteri del Venezuela, Nicolás Maduro, che ha detto testualmente che sperava “…che il popolo della Libia incontri, nell’esercizio della sua sovranità, una soluzione pacifica alle sue difficoltà, che si preservino l’integrità del popolo e della nazione libica, senza l’ingerenza dell’imperialismo”. Io, da parte mia non immagino il dirigente libico che abbandona il paese, scordandosi delle responsabilità che gli vengono le imputate, siano o no false, in parte o nella loro totalità. Una persona onesta sarà sempre contro qualsiasi ingiustizia che si commetta con qualsiasi popolo del mondo, e la peggiore di queste, in questo istante, sarebbe stare zitti di fronte al crimine che la NATO si prepara a commettere contro il popolo della Libia. La cupola di questa organizzazione bellicosa ne ha l’urgenza.E questo va denunciato!



Fidel Castro Ruiz

(22 febbraio 2011 – traduzione Gioia Minuti)



Libia. Non è una rivolta popolare ma una guerra civile. I dovuti distinguo

di Sergio Cararo *

Qualche giorno fa sulle pagine di Peacereporter, giustamente Christian Elia invitava a fare dei distinguo nelle rivolte popolari che stanno cambiando la mappa politica del Medio Oriente. Sarebbe infatti un errore non cogliere le diverse dinamiche e forze soggettive che si sono rese protagoniste di un processo storico atteso, inevitabile ma certamente imprevedibile nella velocità della sua estensione.

Questa accortezza diventa ancora più necessaria nel valutare gli eventi in Libia e le profonde differenze con quanto accaduto negli altri paesi del Maghreb, Tunisia ed Egitto soprattutto. Non solo, occorre anche separare il giudizio su Gheddafi rispetto alle cause e alle conseguenze degli eventi in corso.

In Libia, diversamente che in Tunisia e in Egitto, dobbiamo parlare di guerra civile e non di rivolta popolare. La differenza c’è. Ad esempio i centri strategici (da quelli legati al ciclo energetico a quelli militari) parlano infatti di guerra civile e non di rivolta. L’evacuazione del personale tecnico straniero e dei civili viene inoltre decisa quando il livello di conflitto supera di parecchio quello delle manifestazioni di piazza e degli scontri con la polizia.

In Libia le condizioni della rivolta popolare mancavano di un aspetto non certo secondario (decisivo invece negli altri paesi arabi): quello economico-sociale. I livelli di vita dei libici erano infatti sensibilmente migliori di quelli negli altri paesi. Il 70%della forza lavoro era impiegata nello Stato, i prezzi sussidiati e le rendite petrolifere molto più socializzate. (1)

In Libia non possiamo parlare di rivolta popolare ma di una spaccatura dentro il gruppo dirigente della Jamayria che – diversamente dal conflitto asimmetrico degli scontri nelle piazze tunisine ed egiziane - ha portato immediatamente ad uno scontro militare feroce ed equivalente che ha avuto nella regione storicamente ribelle della Cirenaica islamica la sua base di forza.

Gheddafi, come ha ricordato anche Luciana Castellina su il Manifesto, è stato un valoroso combattente anticolonialista e per anni ha cercato di alimentare focolai di rivolta contro il neocolonialismo in Africa e Medio Oriente. Gli USA, la Gran Bretagna, le organizzazioni islamiche reazionarie hanno cercato spesso di fargliela pagare. Ha costruito intorno a sé un misto di innocua retorica e di verità sui crimini del colonialismo. Lontano dalle frontiere di Israele ha blaterato molto sulla Palestina ma non ha mai agito seriamente. Dopo anni di embargo (e di bombardamenti USA non dimentichiamolo) nel 1999 Gheddafi ha cercato la strada del compromesso con l’imperialismo, soprattutto dopo l’11 settembre, temendo di fare la fine dell’Iraq di Saddam Hussein (2)

Dal 2003 ha stoppato il processo di socializzazione delle risorse ed ha avviato la liberalizzazioni in economia (sia nel settore energetico che negli altri). Ha ripreso le relazioni con gli USA e l’Unione Europea, Ha consentito a tutte le multinazionali petrolifere di ristabilirsi nel paese. Ha giocato molto sui due elementi di enorme vulnerabilità dell’Europa: il rifornimento energetico e le ondate migratorie dal sud. Su questo ha strappato accordi vantaggiosi (e vergognosi) con l’Unione Europea e soprattutto con l’Italia assicurandogli il pugno di ferro sui disperati che cercano di raggiungere le coste italiane. Non si è avveduto però che quando le cose devono cambiare…cambiano, e che 41 anni al potere sono troppi comunque e per chiunque. A questo si preparavano anche i servizi segreti italiani, forse senza che il Ministro Frattini avesse del tutto chiaro come stavano andando le cose (3).

Un corrispondente attento e “assai addentro” all’amministrazione USA come Molinari, sottolinea su La Stampa, che gli Stati Uniti sulla Libia hanno una linea diversa da quella sugli altri paesi. “Se in occasione della crisi egiziana l’amministrazione Obama aveva deciso di recitare un ruolo di primo piano per favorire la «transizione ordinata» verso il dopo Mubarak, di fronte alla rivolta libica la scelta è invece differente” scrive infatti Molinari (4). Che significa? Significa che dietro la guerra civile in Libia è perfettamente leggibile l’aperta ingerenza degli Stati Uniti. Obiettivo? Non solo togliersi di torno un leader arabo odiato, odioso e imprevedibile ma mettere le mani su quello che viene definito “il tassello essenziale della cosiddetta sicurezza energetica europea” (5) ed infine trovare il posto giusto e desiderato per l’Africom, il comando strategico statunitense per Africa e Medio Oriente la cui collocazione proprio sulla sponda sud del Mediterranea era stata rifiutata agli USA dalla vicina Algeria. Tre risultati con un colpo solo! L’unica incognita è rappresentata dall’emirato islamico che i senussiti vogliono instaurare in Cirenaica. Sarà disponibile a convivere con gli interessi USA o sarà una nuova variabile indipendente come Al Qaida?

Infine, ma non per importanza. Lo sviluppo e gli esiti della guerra civile in Libia sembrano lasciar intravedere un intervento militare delle potenze occidentali. Tre navi militari italiani già incrociano al largo della Libia. Gli Stati Uniti spingono Italia e Francia a intervenire e si preparano a farlo in prima persona qualora riescano a crearne le condizioni.

La differenza con quanto è avvenuto in Tunisia ed Egitto appare dunque notevole. La “democrazia” in Libia potrebbe arrivare con le portaerei USA o quelle delle ex potenze coloniali italiana e francese. Non è certo quello per cui si sono battuti i giovani tunisini né il popolo di Tahrir e del Sinai. Se questo è lo scenario allora è meglio la guerra civile che la stabilizzazione imperialista. A meno che anche a sinistra non si voglia lavorare per il re di Prussia o per il ritorno della monarchia!


(1) Dispaccio dell'ADN/Kronos del 22 febbraio
(2) Redazionale di www.medarabnews.com del 23 febbraio
(3) Il Sole 24 Ore del 23 febbraio
(4) La Stampa del 23 febbraio
(5) Redazionale www.medarabnews.com del 23 febbraio

* www.contropiano.org



mercoledì 20 gennaio 2010

«La Corte europea non difende i diritti dei respinti in Libia»

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha archiviato il ricorso di 84 migranti sbarcati a Lampedusa nel 2005 e respinti in Libia. La denuncia dell'avvocato Anton Giulio Lana: «I giudici non sono entrati nel merito delle violazioni commesse. Siamo sgomenti per le rispercussioni che ci potrebbero essere in materia di violazioni dei diritti fondamentali».

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha archiviato, con una sentenza emessa oggi, il ricorso di 84 immigrati sbarcati a Lampedusa nel 2005 e successivamente espulsi verso la Libia dal governo italiano. I giudici di Strasburgo, dopo aver esaminato tutti i dati in loro possesso per quattro anni e aver dichiarato ammissibile il ricorso nel 2006, sono giunti alla conclusione che il caso doveva essere archiviato. Innanzitutto, in base ad un esame effettuato da un grafologo è risultato che molte firme sono state fatte da una stessa persona, smentendo così l’affermazione secondo cui un avvocato avrebbe raccolto tutte le firme da «persone reali ed esistenti». Inoltre, i giudici hanno rilevato che negli ultimi cinque anni è stato perso il contatto con i diretti interessati, il che ha impedito l’approfondimento della vicenda. La Corte ha quindi ritenuto che continuare a esaminare il ricorso non sia ‘giustificato’. Il pronunciamento di Strasburgo non entra mai nel merito della questione sulla legittimità o meno dei respingimenti.«In materia di immigrazione la Corte europea dei diritti dell’uomo assume una posizione tanto ambigua da sembrare venir meno al suo compito di tutelare in maniera effettiva i diritti sanciti dalla Convenzione europea per quanto riguarda i respingimenti collettivi». Lo dichiara Anton Giulio Lana, consigliere dell’Unione forense per la tutela dei diritti dell’uomo e coordinatore del gruppo di legali che ha curato il riscorso. «La Corte non è entrata nel merito delle violazioni commesse dal governo italiano – spiega Lana – ma si è limitata a prendere atto dell’interruzione dei rapporti tra i ricorrenti e i loro difensori. Quest’ultimi, infatti, hanno perso contatto con i migranti nel momento in cui sono stati respinti in Libia. La Corte ha sollevato perplessità su alcune procure, ma le motivazioni del rigetto non hanno nulla a che vedere con questo, poiché la Corte ha chiaramente indicato di non poter esaminare nel merito le violazioni denunciate dai ricorrenti per l’impossibilità di acquisire informazioni concernenti da un lato, il luogo dove in Libia tali ricorrenti sono stati inviati e, dall’altro, le condizioni di accoglimento degli stessi. Difficile capire – conclude – come sia possibile per un legale assolvere un tale compito, soprattutto in circostanze così drammatiche come quelle in cui si trovano i migranti in Libia. Paradossalmente, quindi, se le persone vengono fatte sparire in un carcere o addirittura mandate a morire di fame e sete nel deserto, come è stato documentato recentemente anche da l’Espresso, non sarebbe più possibile fare ricorso alla Corte di Strasburgo. Sorprende inoltre – conclude Lana – che per prendere atto di una tale circostanza, la Corte stessa abbia impiegato più di quattro anni. Siamo sgomenti per le ripercussioni che vi potrebbero essere in materia di violazioni dei diritti fondamentali».

fonte:CARTA

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