Visualizzazione post con etichetta federico aldrovandi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta federico aldrovandi. Mostra tutti i post

venerdì 10 settembre 2010

Federico Aldrovandi: "vittime delle forze dell'ordine", le famiglie danno vita a un'associazione

Sarà presentata ufficialmente il 25 settembre a Ferrara, nel quinto anniversario della morte di Federico Aldrovandi. La madre, Patrizia Moretti: "Un modo per unire le nostre voci e avere più forza. Lavoreremo perché non accada più".
"Continuare a parlarne è la forma più duratura di giustizia". Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi ucciso il 25 settembre 2005 da 4 poliziotti, ha ancora voglia di far sentire la sua voce. Ma perché abbia più forza l'ha unita a quella delle famiglie Bianzino, Cucchi, Giuliani, Sandri e Uva. Nel quinto anniversario della morte di Federico, a Ferrara, verrà presentata l'associazione famiglie delle vittime delle forze dell'ordine. Quel giorno sarà anche la prima nazionale del documentario di Filippo Vendemmiati sul caso Aldrovandi.
"Sarà un'associazione aperta - racconta Patrizia Moretti - che nasce con due obiettivi: lavorare perché nessuno debba più vivere ciò che è accaduto a noi e ricucire il rapporto con le istituzioni". La madre di Federico tiene infatti a ricordare come, in questi anni, non abbia mai generalizzato le accuse, ma abbia sempre distinto i colpevoli dalle persone oneste. "Ho accusato di omicidio i 4 agenti condannati nel 2009 - precisa - e di depistaggio e falso i loro colleghi che hanno cercato di nascondere quanto era accaduto, mai la polizia nel suo complesso".
Quello del poliziotto è un mestiere delicato, "che va fatto con coscienza". È per questo che la madre di Federico sostiene l'importanza di una selezione sugli ingressi e della formazione. E parla della necessità di poter identificare gli agenti, cosa che oggi non è possibile. La strada da fare è ancora lunga, ma lei non si tira indietro ed è convinta che ognuno nel suo piccolo possa fare qualcosa. "Non credo che la gente voglia una polizia di cui avere paura - afferma -. Anche per questo la legge deve essere uguale per tutti. Oggi, purtroppo, non è così".
La notizia della decisione di costituirsi in associazione arriva a pochi giorni dall'anteprima veneziana del documentario "È stato morto un ragazzo" (8 settembre nelle Giornate degli autori). "Il titolo è una sgrammaticatura, ma riflette la realtà. Abbiamo lottato a lungo contro le versioni ufficiali che via via ci venivano raccontate - racconta Patrizia Moretti - e che, puntualmente, venivano smentite".
Patrizia Moretti si aspetta molto dal film di Vendemmiati, "l'unico" a suo parere che potesse girarlo. Il regista, di origine ferrarese, era un conoscente della famiglia (compagno di scuola di Lino Aldrovandi) a cui, durante la lavorazione, si è avvicinato molto. "Ha seguito il processo fin dall'inizio e conosceva bene la vicenda - chiarisce la madre di Federico - ma il film gli ha permesso di approfondirla sia dal punto di vista giornalistico che da quello umano".
Una conoscenza, quest'ultima, che, secondo Patrizia Moretti, è mancata a Maria Emanuela Guerra, il pubblico ministero a cui era stato assegnato il caso e che "non ha mai cercato di sapere chi era mio figlio o che cosa aveva fatto quel giorno. Non le importava di lui". Tanto che per i primi 4 mesi il fascicolo dell'indagine rimase vuoto e ci vollero il blog aperto da Patrizia Moretti e l'assegnazione a un nuovo pm per arrivare al processo. "Il fascicolo vuoto non è una mia invenzione - precisa - ma un fatto. Oggi, quel pm ha scelto di querelarmi per averlo detto. Non so perché lo abbia fatto, ma credo che per lei sia controproducente".
Nonostante tutte le falsità dette sul figlio, i depistaggi e le querele, Patrizia Moretti non ha perso la fiducia nella giustizia. "Non ho mai dubitato che la verità sarebbe venuta alla luce - racconta -. È vero, la condanna è piccola, ma nemmeno l'ergastolo avrebbe potuto restituirmi Federico. Ho lottato per dargli la giustizia che meritava. Credo che il film di Vendemmiati sia importante: potrà mettere mio figlio nella giusta luce e farlo vivere di nuovo, visto che lui non può più farlo".

lunedì 23 agosto 2010

"È stato Morto un Ragazzo". Il film su Federico Aldrovandi in concorso a Venezia

Federico Aldrovandi ha da poco compiuto diciotto anni quando, all'alba del 25 settembre 2005, incontra una pattuglia della polizia nei pressi dell'ippodromo, a Ferrara. Poche ore più tardi la famiglia apprende della sua scomparsa. Fra questi due momenti tante domande e molti silenzi. Il libro ripercorre le vicende umane e giudiziarie legate alla morte di Federico, le ricostruzioni della polizia che parlano di morte per overdose, lo stupore e il dolore di parenti e amici e un'inchiesta giudiziaria inizialmente destinata all'archiviazione... Poi i primi sospetti, il corpo sfigurato del ragazzo, le versioni ufficiali che vengono smentite dalle analisi, il coinvolgimento delle forze dell'ordine e i depistaggi. Lo scandalo, l'attenzione mediatica e il coraggio di una famiglia che, nel luglio del 2009, porteranno alle condanne in primo grado per quattro agenti di polizia. Nel DVD Filippo Vendemmiati racconta la storia di Federico Aldrovandi, i fatti accertati e misteri che li avvolgono, il processo e i suoi numerosi colpi di scena, tentando di fornire una spiegazione verosimile dell'accaduto proprio a partire da quegli interrogativi rimasti insoluti. La narrazione di Vendemmiati è arricchita dai documenti video registrati dagli stessi protagonisti, a disposizione nell'archivio giornalistico Rai.
"È stato morto un ragazzo" è anche una storia sulla libertà di stampa
di Filippo Vendemmiati

Ho cominciato ad occuparmi della storia di Federico Aldrovandi non proprio dall'inizio, e anche di questa pigrizia e scetticismo professionale il film racconta. Come cronista Rai avevo già seguito inchieste come il disastro dell'aereo militare caduto il 6 dicembre del '90 su una scuola di Casalecchio di Reno, e costato la vita a dodici ragazzi, o l'assassinio del Prof. Marco Biagi, ad opera di un commando delle Nuove B.R., il 19 marzo del 2002.
La morte di Federico poteva essere un fatto come altri, ma su questo a differenza di altri ho deciso di fermarmi e considerare, per una volta, che valeva la pena raccontare la storia e non la notizia. Ho conservato le video cassette originali, i taccuini con gli appunti, tutti quegli strumenti usa e getta che oggi fanno del giornalista un uomo che ha sempre fretta, in preda ad un falso (e isterico) movimento. Volevo scrivere un libro di cronaca, poi l'archivio con centinaia di immagini mi ha convinto che erano quelle a dover essere raccontate, cosi ho deciso di mettermi al loro servizio. E' una storia che ha a che fare con il sistema dell'informazione e della giustizia, con la violenza delle istituzioni e il diritto alla giustizia dei cittadini. I genitori di Federico e i loro legali sono andati avanti non accontentandosi delle versioni ufficiali, raccogliendo brandelli di verità nonostante i tanti tentativi di insabbiamento e mistificazione che hanno accompagnato il caso fin dai primissimi istanti. Per arrivare infine ad una verità anche peggiore di quanto temessero, dopo aver aperto i cassetti dei ricordi e del dolore accettando di renderli pubblici. Ho parlato loro di questo progetto, ne ho ricevuto un consenso incondizionato, senza il quale non avrei mai iniziato. Il lavoro è durato un anno, e devo solo alla famiglia di Federico la forza e la voglia di arrivare in porto, perché la passione e l'impegno nella parte realizzativa si sono duramente scontrati contro ostacoli burocratici e legali.
Dice Patrizia, la mamma, nel film: "La notizia della morte di Federico dopo poche settimane era sparita dai giornali locali, è rimbalzata a Ferrara da fuori, dopo l'apertura del mio blog".
Senza mai arrendersi, ricorrendo anche agli strumenti della comunicazione via internet, Patrizia e il marito, Lino, sono riusciti a far pubblicare la storia di Aldro sulle prime pagine dei media nazionali, e a dare impulso ed elementi investigativi ad un'inchiesta ormai destinata all'archiviazione. A quattro mesi dalla morte di Federico il fascicolo del pubblico ministero era infatti praticamente vuoto.
Nel film, che ha ottenuto l'appoggio dell'associazione Articolo 21 e della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, oltre al patrocinio della Regione Emilia Romagna, ho utilizzato documenti originali, spezzoni dell'inchiesta, filmati d'archivio e inserti narrativi.
"È stato morto un ragazzo" è anche una storia sulla libertà di stampa che pone l'accento sul presente e sul futuro prossimo dell'informazione in Italia. Se la legge bavaglio fosse stata in vigore cinque anni fa, senza poter pubblicare gli atti, le foto, le trascrizioni delle telefonate, si sarebbe mai scoperta la verità sulla morte di Federico e quella di altri casi simili, avvenuti prima e dopo?
Sono stato definito un giovane autore. Ringrazio particolarmente per il giovane, del resto quel conta è l'età percepita. Quanto ad "autore", sarà il giudizio sul film a stabilire fino a che punto io abbia saputo esserlo.

sabato 20 febbraio 2010

Lettera al Procuratore Minna dalla famiglia del poveraccio dei genitori di Federico Aldrovandi


Il pericolo non nasce da chi pesca, trova, una nuova notizia, il pericolo nasce da chi la riesce a far passare, da chi rompe la crosta degli addetti ai lavori, da chi in qualche modo riesce a far veicolare dei messaggi, dei racconti. Roberto Saviano

Questa frase ricorre molto in rete.

E’ chiaro che la divulgazione fa paura alla mafia, la conoscenza dei meccanismi di funzionamento di quel sistema può minarlo alla base.
Ovviamente qui non si parla di mafia, ma si parla comunque di un reato che è stato soggetto a depistaggi e a non adeguate indagini.
L’udienza del 16 febbraio 2010 si preannunciava brevissima.
Convocata dal Giudice la pm di turno il 25 settembre 2005: dott.ssa Mariaemanuela Guerra.
Marino, fra gli altri, è indagato quale responsabile delle volanti per la telefonata informativa alla pm. Le disse di un ragazzo morto lì in via Ippodromo, per un malore, strafatto e lei non intervenne sul posto. Quella telefonata è ora oggetto degli approfondimenti del processo contro Marino.

Presente a sorpresa in aula il Procuratore Capo Rosario Minna.

Prima ancora che il Giudice insediasse formalmente l’udienza si alza per parlare. Deve però aspettare le brevi formalità di rito.
Poi comincia. Ha parlato forse per un’ora.

Confesso che all’inizio non capivo quale fosse la sua istanza, parlava delle sue ginocchia malate che non gli consentono di inginocchiarsi al cospetto di Dio e per questo andrà all’inferno; faceva battute nel suo dialetto di origine che gli astanti non capivano, ma ce l’aveva con tutti. Ce l’aveva col Giudice sostenendo a gran voce che il processo non era regolare e che tutti i pm erano con lui, ce l’aveva con noi e con i nostri avvocati. Ce l’aveva col Presidente dell’Ordine degli avvocati che aveva testimoniato nel procedimento disciplinare al CSM contro la dott.ssa Guerra. Ce l’aveva con l’ordine degli avvocati perché aveva assolto i nostri avvocati in un procedimento disciplinare. Ma non ce l’aveva con l’imputato.
Francamente io e Lino non abbiamo proprio capito cosa ci stessimo a fare lì. Ci siamo sentiti intrusi in quell’aula dove eravamo noi ad essere gli imputati.

Non ho capito il perché ma si capiva che era molto arrabbiato per il fatto che la dott.ssa Guerra dovesse testimoniare, e si capiva che lui stesso voleva testimoniare, non abbiamo capito bene su cosa.
Quello era un processo non contro l’imputato Marino ma contro di noi, parte civile.

Credevo di avere capito il significato di questi termini ma sinceramente ora non capisco più niente. Non pensavo che durante un processo potesse accadere che improvvisamente la Procura rivoltasse tutte le cose trasformando le persone che hanno subito il reato in imputati.
Tutto questo perché, io penso, un magistrato è troppo importante per essere chiamato a testimoniare.
È più importante degli avvocati, è più importante dei Giudici, è più importante delle vittime del reato.
Questo credo che fosse il senso di ciò che ha detto.

Era comunque molto arrabbiato, arrabbiatissimo nel voler imporre la sua autorità su tutto e su tutti, indipendentemente e al di sopra del processo che si stava facendo.
Non solo, ma all’apice del suo intervento si è lasciato andare ad un’espressione che sommariamente suona così: “guai a concedere spazio alla FOGNA MEDIATICA che ha contraddistinto il caso di Federico Aldrovandi, quel POVERACCIO che è morto per strada”.

Le sue parole sono state registrate.
Questo comunque noi abbiamo capito che abbia detto.
Nostro figlio era un poveraccio?
Questo si merita per essere morto? in modo orribile, appena maggiorenne?
Questa è la parola usata per definirlo: un poveraccio morto per strada.

Ora caro Procuratore mi rivolgo a lei.

Abbiamo capito l’idea che ha di lui e di noi, ma lei non ha mai conosciuto Federico, lei non lo ha visto nascere, lei non lo ha visto crescere, lei non è stato un suo insegnante, non è stato suo sacerdote né suo amico.
Noi siamo una famiglia semplice, io impiegata comunale e mio marito vigile urbano.
Forse siamo poveracci anche noi ma quello che abbiamo capito è che lei aveva a cuore solo l’onore leso della sua collega per il solo fatto di dover testimoniare così come si chiede a qualsiasi altro cittadino, ma sappia che dando del poveraccio ad un ragazzo morto che non si può più difendere non ha fatto nemmeno lei una bella figura.

Sa cosa pensiamo? Visto che Dio ha voluto che nostro figlio morisse così giovane, se l’avesse portato via un incidente stradale avrebbe sicuramente avuto più rispetto e considerazione.
Ha la sola colpa di essere morto durante un controllo di polizia, e quindi si può dire che sia un poveraccio morto per strada.
Siamo stanchi signor procuratore di tutto questo. Siamo stanchi di dover pagare questo prezzo.

Per due anni ho sentito dire le cose più terribili sul nostro conto e su Federico. Siamo stanchi. Se è così le chiedo di fermare il processo e di assolvere tutti gli imputati.

Confidiamo in lei
I genitori di Federico

mercoledì 17 febbraio 2010

Processo Aldrovandi bis, scontro in aula per la pm Guerra

Il procuratore capo contro il giudice del processo bis. Contestata la testimonianza del pm Guerra che poi dichiara: ho detto tutto al Csm. Il magistrato conferma la telefonata di 5 anni fa col poliziotto Paolo Marino

FERRARA. E’ il processo ad una telefonata tra il dirigente delle Volanti di polizia, Paolo Marino e il pm di turno, Mariamenuala Guerra, la mattina del 25 settembre 2005 quando morì Federico Aldrovandi. E' diventato quasi uno scontro tra procura e tribunale, a colpi di codice.

Uno scontro inutile, tanto da far dire a Lino Aldrovandi e Patrizia Moretti, genitori di Federico, che da 5 anni masticano diritto penale e dolore: «ma quando finirà tutto questo?». Non si sa quando finiranno, per loro, le attese interminabili nei corridoi del tribunale aspettando decisioni su cavilli incomprensibili come è accaduto ieri dalle 15 fino alle 19: 4 ore per sapere se la pm Mariaemanuela Guerra potesse o meno raccontare loro, in faccia, e non sulla carta come accaduto finora, cosa le venne riferito dal dirigente delle Volanti, Paolo Marino, sulla morte del loro figlio Federico in via Ippodromo. Marino è imputato di omissione d’atti d’ufficio per aver indotto in errore il pm Guerra e non averla fatta intervenire sul posto: per il gup Monica Bighetti era assolutamente necessaria la sua testimonianza, ma a sorpresa il procuratore capo Rosario Minna è intervenuto in aula, chiedendo al gup di revocare l’� atto con cui aveva chiesto di ascoltare il pm Guerra. Da qui lo scontro. Che lo stesso giudice Bighetti ha risolto con una camera di consiglio di quasi 2 ore, bocciando tutte le questioni di diritto presentate dal procuratore Minna, liquidando poi con poco più di mezzora la testimonianza della Guerra, con la ricostruzione che la stessa pm fece al Csm.

Tanto rumore per nulla?

Sì, visto che il procuratore capo aveva sostenuto, citando norme procedurali e codici e ancora codicilli, che non era necessario ascoltare la pm Guerra e che si doveva fare affidamento solo sugli atti cartacei. Ma il procuratore capo è andato oltre, poiché nella sua difesa d’ufficio, di procura e sostituto, ha usato un sostantivo e un aggettivo offensivi per gli stessi genitori di Federico Aldrovandi (e non solo): «fogna mediatica», quella creata attorno al caso della morte del ragazzo, di questo processo e della posizione del pm Guerra, pm - si ricorda - al centro di indagini al Csm e che si astenne dall’inchiesta Aldrovandi per il caso sul figlio (condannato per spaccio a 2 anni e mezzo). «Fogna mediatica? Siamo noi offesi perché grazie a questa che siamo qui oggi in questo processo, dopo aver celebrato quello sulla morte di nostro figlio» dicono i genitori. «Ci sono anch’io dentro questa fogna - aggiunge la mamma - e poi lo dice anche lo stesso giudice Francesco Caruso nella motivazione che grazie a giornali e tv la verità è venuta alla luce». La verità sul processo a Marino arriverà il 5 marzo.

http://lanuovaferrara.gelocal.it/dettaglio/processo-aldrovandi-bis-scont...

lunedì 15 febbraio 2010

Caso Aldrovandi, 21 querele per i commenti sulle responsabilità della polizia

Sono querele partite due o tre anni fa, arrivano da agenti coinvolti e dagli stessi 4 condannati

Il caso Aldrovandi continua a far discutere. Domani presso il Tribunale di Modena numerose persone che espressero giudizi sull'operato della polizia riguardo la morte di Federico Aldrovandi avvenuta il 25 settembre 2005, dovranno rispondere del reato di diffamazione. Nello specifico sono state portate avanti delle querele da parte del questore dell'epoca e di altri funzionari della questura per alcuni commenti giunti sul blog che Patrizia Moretti, madre di Federico, ha aperto il 2 gennaio 2006. I giudizi riguardavano le pesanti responsablità, poi acclarate, della polizia nella morte del ragazzo di 18 anni che hanno portato alla condanna di 4 agenti.

Domani presso il Tribunale di Modena numerose persone che espressero giudizi sull'operato della polizia riguardo la morte di Federico Aldrovandi avvenuta il 25 settembre 2005, dovranno rispondere del reato di diffamazione. Le querele sono relative ad alcuni commenti giunti sul blog che Patrizia Moretti, madre di Federico, ha aperto il 2 gennaio 2006 per cercare una verità che sembrava impossibile ma che poi, grazie ad un tenace lavoro di denuncia, ha portato alla condanna di 4 agenti, Enzo Pontani, Monica Segatto, Paolo Forlani, Luca Pollastri, giudicati responsabili della morte del ragazzo.

«Sono querele partite due o tre anni fa – dice al telefono Patrizia Moretti - e in buona parte e arrivano dal questore che poi è stato trasferito a Modena una settimana prima della manifestazione nazionale che abbiamo fatto ad un anno dalla scomparsa di Federico, poi le altre querele arrivano da agenti coinvolti e dagli stessi 4 condannati, diverse arrivano da Angeletti (l'ispettore Capo al quale erano state affidate le indagini in un primo momento ndr) o da altre persone che in questura in quel momento erano vicine agli imputati».

Ora il giudice dovrà decidere se rinviarle a giudizio, «sul blog – spiega la madre di Federico Aldrovandi - c'erano delle valutazioni, alcune contengono la parola assassini rivolta agli imputati che poi sono stati condannati per questo, quindi secondo me queste querele dovrebbero finire archiviate, poi ci sono diverse forme che loro considerano di diffamazione e sono tutte le motivazioni che hanno portato al processo bis che è appena cominciato per i depistaggi e tutti i favoreggiamenti vari da parte di funzionari della questura per coprire quello che avevano fatto i loro colleghi».

Il trascinarsi di questa tragica vicenda riapre delle ferite che sembrano in qualche modo lenite dalla condanna dei poliziotti, la stessa sentenza pareva aver messo la parola fine alla storia diventata paridgmatica di come possano essere condotte delle indagini quando – scriveva il giudice: « siano coinvolti in esse soggetti, organi e apparati dello Stato, a partire dall’apertura di un blog per tenere alta l’attenzione e la tensione pubblica sullo sviluppo delle indagini ma anche per alimentare un indagine parallela che in certi momenti la famiglia Aldrovandi ha ritenuto di dovere promuovere attraverso i suoi legali».

Il riconoscimento anche da parte del giudice della necessità di mantenere aperta una finestra sulla verità, ora proprio questo strumento viene messo in dubbio. «Queste querele – afferma Patrizia Moretti - secondo me, visto che ci dovrebbe essere la libertà di stampa e di comunicazione, fanno parte della loro strategia intimidatoria».

http://www.agenziami.it/articolo/5697/Caso+Aldrovandi+21+querele+per+i+c...

La Rete Studenti esprime la sua massima solidarietà alla signora Patrizia Moretti!

yh

yh