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lunedì 1 marzo 2010

La strage dimenticata

Mentre tutti sono intenti a occuparsi delle regionali del Lazio, dove si sfidano due candidati praticamente identici, vorrei ricordare uno dei tanti massacri dimenticati, come spesso capita quando a commetterli non sono fondamentalisti islamici ma gli americani o i loro alleati. È la tragedia dei curdi, un popolo perseguitato per anni.

Un genocidio scandaloso praticamente sconosciuto all'opinione pubblica e ignorato dai media e da coloro che inseguono le "rivoluzioni colorate" o che si fanno fotografare accanto a un monaco tibetano.

Durante la guerra in Iraq e la sbornia militarista del mondo, compresi quelli che adesso gridano "Yes, we can" le televisioni e i media non si stancavano di raccontarci del massacro dei curdi iracheni "gassati" da Saddam, senza dire che quella strage fu possibile grazie alla complicità degli americani che dopo avere istigato i curdi alla ribellione si accordarono con il dittatore iracheno consegnandogli praticamente nelle sue mani quel popolo.

Ma non ci hanno raccontato neanche della persecuzione in Turchia dei militanti del PKK con la solita scusa della "guerra al terrorismo" da parte proprio dei maggiori responsabili del terrore. I curdi subirono torture, deportazioni e assassini da parte dell'esercito e del governo turco, col benestare di Stati Uniti, e di molti paesi europei come la Germania e la stessa Italia che vendettero armi ai terroristi turchi per poi ergersi a difensori delle "libertà" contro i "paesi canaglia".

E la stessa Italia celebrò processi contro le vittime di quella strage permettendo ai torturatori di testimoniare sotto anonimato contro le proprie vittime.

Il tutto mentre una certa sinistra si erge a paladina della magistratura "senza se e senza ma".

Magari la prossima volta che vediamo questi individui riscuotere applausi gridando "Tibet libero", per potersi poi candidare alle regionali, una piccola riflessione dovremmo farla.

Mentre oggi, in Turchia ad andare in galera, per tentato Golpe, sono gli stessi generali ed ammiragli che da decenni in quel paese hanno condotto campagne di sterminio ed annientamento dei Curdi, e che in occasione della follia collettiva post-11 settembre, quando si stilavano le liste internazionali di “nemici/terroristi globali” erano riusciti ad inserire partiti ed organizzazioni di opposizione, in Italia, sempre oggi ad essere incarcerati sono le loro vittime, i Curdi.

In questo quadro va intesa l’odierna “brillante operazione “ contro reclutatori alla guerriglia curda e turca.Una dozzina di aspiranti combattenti in Italia e altrettanti in Francia, parlano le cronache e addirittura c’era pure qualche italiano che li aiutava….!!!

Per l’ennesima volta, come sta succedendo sempre più spesso, la sinistra volta la faccia dall’altra parte, presa dal vortice di adesione unanimista al partito dei giudici e dei Pubblici ministeri dimenticando quello che fu il cavallo di battaglia e il legante ,di essa, per oltre un secolo:la solidarietà internazionalista alle lotte di liberazione nazionale .

La solidarietà al popolo curdo stritolato tra l’Iraq di Saddam , l’Iran dello Scià e poi dei Mullah, e la Turchia dei generali golpisti filoNATO ed Israele vide in Italia un paladino eccezionale: il compagno Dino Frisullo , scomparso 7 anni fa , le cui ossa oggi si staranno torcendo dinanzi il miserabile silenzio con cui è stata accolta la notizia di questa brillante operazione.

Siamo sotto elezioni! Nessuno vuole arrischiare di perdere un solo voto, dicendo che gli arrestati sono le vittime e che il diritto alla Resistenza è sancito dalla nostra Costituzione…

Vogliamo ricordare nelle pagine del nostro sito http//:www.pugliantagonista.it/osservatorio.htm
quando un’altra guerra, decretata dalla “Comunità internazionale “ contro i terroristi vietcong, scuoteva le coscienze e le piazze del mondo e come dall’Italia uomini e donne volontariamente vollero andare a prestare la loro opera al fianco del Vietnam, organizzati dal Partito Comunista Italiano. Pagine scomode ma degne di esser lette che possiamo ritrovare non su opuscoli di propaganda di partito bensì nei diari e reportage della “stampa borghese” di 50 anni fa divenuti in seguito dei best seller.

Da uno di questi, dal titolo emblematico “ Siamo tutti in guerra” di Corrado Pizzinelli –Longanesi editore vogliamo ricordare la vicenda del medico Franco, di Torino, medico, comunista, con una falce e una stella tatuati sul braccio, che con un viaggio organizzato dal PCI , insieme ad altri suoi compagni, passando da Berlino, Varsavia, Mosca, Pechino, Hanoi,giunse dopo un mese e mezzo di viaggio al confine cambogiano per poi attraversare il confine del Vietnam del SUD per installare un ospedale da campo dei guerriglieri, pardon, oggi diremmo dei terroristi internazionali, una vicenda triste e cruda quella narrata dal giornalista della Gazzetta del Popolo, terminata paradossalmente dopo che l’internazionalista Franco ferito e medicato è accolto da dei proprietari di una fattoria francesi-italiani ( signori Battaglia), morì per mano dei Vietcong stessi che credevano che lui li avesse traditi.

Una vicenda vera, ma, che, eliminando ogni forma di romanticismo, ci riporta alla dura realtà della guerra che travolge sul suo cammino tante vittime innocenti, ma… come , si diceva allora, come fare a voltare lo sguardo dinanzi alle stragi dei marines a MY LAI o quelle dei B52 su Hanoi? Ebbene oggi basta qualche pugno di voti promesso da qualche benpensante radical-chic per tacere sull’infamia di Gaza, o quella delle centinaia di villaggi curdi distrutti dai militari turchi, sulle stragi di civili nelle tante guerre umanitarie e sui milioni di morti di fame.

La Turchia , concluderebbe Dino Frisullo, con una delle sue analisi piena di cifre e statistiche, è un partner importante , specialmente per le nostre industrie di armamenti, quelle dell’alta tecnologia sulla quale si spera che faccia ripartire la nostra economia, quindi… che valgono le vite di un pugno di giovani idealisti che volevano andare a combattere per l’indipendenza del loro paese? Presto una sentenza di un nostro tribunale , dopo la testimonianza dei soliti torturatori turchi a volto coperto, come è successo al comunista turco AVNI ER, decreterà la loro espulsione verso la Turchia e la loro morte assicurata in un lager turco. In compenso qualche manager incasserà laute ricompense e un po’ di operai nostrani potranno tirare un sospiro di sollievo: "Niente cassa integrazione quest’anno! La Turchia ha confermato gli acquisti di nuovi elicotteri, nuovi sistemi d’arma e nuovi radar alle nostre aziende nazionalpopolari".

Osservatorio sui Balcani di Brindisi

martedì 9 febbraio 2010

Italiani brava gente

Italiani brava gente. Non appena lo spirito italico si affaccia in altri paesi, colpiti dalla povertà ma ricchi di materie prime, ecco che affiora la parte peggiore, quella colonialista degli italioti.

E' il caso della compagna mineraria italiana Goldlake Group, con sedi a Londra e a Gubbio. La compagnia è di proprietà dell'imprenditore Franco Colaiovo (Franco Colaiacovo Gold Sapa e Gold Holding Srl). Tra le altre attività (http://www.fcgold.it/Holding/Profilo.aspx), la compagnia controlla il 25% del Gruppo Financo, holding di riferimento di Colacem e Colabeton, leader tra i produttori italiani di cemento. Interessi anche nella lavorazione dell'oro, con laboratori ad Arezzo.
In Honduras, il gruppo italiano si avvale della collaborazione di imprese locali, specializzate nello sfruttamento delle miniere d'oro e dell'ossido di ferro.
Ma proprio l'avvio delle estrazioni da una miniera di magnetite, da cui ricavare l'ossido di ferro indispensabile per la produzione del cemento, ha provocato le denunce della Cooperativa Agropecuaria "Unión y Esfuerzo" de Agalteca, piccolo centro rurale in Honduras. Gravi i danni ambientali provocati dagli italiani, che non hanno esitato a ricorrere alle minacce. In particolare, si sono avvantaggiati dalla situazione di grave crisi istituzionale che c'è nel paese.
maggiori informazioni su:http://nicaraguaymasespanol.blogspot.com
Da corriere una bella leccata ai nostri sfruttatori:
Dal cemento all' «oro etico» Colaiacovo alla corte di Cartier

MILANO - Non solo cemento. I Colaiacovo (della discendenza di Franco) hanno fatto della diversificazione una passione di famiglia. E sotto il cappello Gold holding (dove G sta per Giuseppe, O per Orietta, la madre, L e D per le due sorelle Laura e Daniela) ci sono nove società che vanno dai tubi in pvc alle miniere passando per le telecomunicazioni. E sarà solo un caso ma è proprio di gold, di oro, che tratta l' ultimo business in ordine di tempo della famiglia umbra (Goldlake il nome della società, nata nel 2003). Una miniera in Honduras che estrae il metallo prezioso minimizzando l' impatto sull' ambiente e garantendo ai minatori migliori condizioni di lavoro. «In realtà è stato proprio un caso. Ero in viaggio in Honduras con mio padre - racconta Giuseppe Colaiacovo, amministratore delegato di Goldlake - quando abbiamo incontrato l' arcivescovo di Tegucicalpa Oscar Andrés Rodriguez che si è molto interessato al nostro approccio sostenibile nel business di famiglia, il cemento. Ed è stato proprio grazie al suo aiuto che siamo riusciti a conquistare la fiducia degli honduregni». Ottanta artigiani che vivono lungo 35 chilometri di fiume ed estraggono l' oro senza additivi nè mercurio, trattandolo solo con l' acqua. Oltre alle nuove tecnologie utilizzate nel processo di estrazione, Goldlake si occupa della riforestazione della zona, delle infrastrutture («tra cui 85 chilometri di strada») per otto comunità (inclusa una clinica per i dipendenti). «Il vero business sarà esportare questo modello», spiega Giuseppe, 43 anni. A questo punto entra in scena Daniela, 39 anni, sposata a Londra (con due figli piccoli, l' ultima di appena 4 mesi) che grazie all' «oro etico, un prodotto tracciabile al 100%» conclude un accordo triennale per la fornitura del metallo prezioso a Cartier. Un' iniziativa che si inserisce nel progetto di Corporate social responsibility della maison francese. «Cartier è molto attenta al concetto di sostenibilità e in linea con la nostra filosofia: nessuna beneficenza ma un business model valido. A febbraio andremo insieme con i francesi per un sopralluogo in Honduras» (la fornitura a fine 2009 è di 140 chilogrammi di oro «e loro ci riconoscono un premium price, maggiore del fixing»). Giuseppe e Daniela sono la terza generazione di una famiglia che dalla calce, negli anni ' 50 («anche grazie alla nonna Carmela, una donna di ferro, abruzzese»)è passata alla mattonella e poi nel ' 68 al cemento a opera dei quattro fratelli Pasquale, Giovanni, Franco e Carlo. Fino a diventare con Colacem, il terzo gruppo italiano del settore. Giuseppe è anche vicepresidente di Colacem (presidente lo zio Giovanni e amministratore delegato lo zio Carlo) e consigliere delle altre società che fanno capo alla holding Financo (una convivenza non sempre facile tra zii e 12 cugini che per tensioni interne di recente è finita anche in tribunale). Ma su una cosa tutti i Colaiacovo sono d' accordo. Quello della sostenibilità è un marchio di famiglia. Che Giuseppe e Daniela (con il padre Franco) sono decisi a coniugare in ogni attività della loro Gold holding. Una realtà da 90 milioni di fatturato nel 2009 di cui il 60% è Sirci, «numero uno in Italia per i sistemi di tubature in pvc, un business raddoppiato dopo l' acquisto lo scorso anno di Italsintex da Italcementi» spiega Giuseppe, presidente e amministratore delegato Sirci. E a proposito di ambiente, Sirci produce attraverso fonti di energia rinnovabili, grazie a un mega impianto fotovoltaico nello stabilimento di Gubbio. 

 RIPRODUZIONE RISERVATA

Jacchia Antonia

fonte:indymedia

lunedì 1 febbraio 2010

Difesa spa, una nuova agenzia per il business delle spese militari

Una società controllata dal ministero per gestire gli acquisti delle Forze armate.Solo le armi resteranno fuori.
ROMA - Le polemiche si sono riaccese quando la Cavour ha levato le ancore per far rotta verso Haiti. Perché mai, si sono chiesti in molti nelle Forze armate, mandare una portaerei a portare aiuti? Non era meglio spedire i C-130 per operare subito sul campo e magari risparmiare qualcosa per evitare i tagli all'ordinaria amministrazione, dall'addestramento ai pezzi di ricambio? La prima spiegazione era quasi accettabile: la Cavour deve muoversi comunque. Meglio usarla per Haiti che farla girare invano nel Mediterraneo, anche pagando ricche indennità di missione all'equipaggio. Però poi qualche alto graduato ammetteva: è un prodotto della tecnologia italiana, farlo vedere significa procurare affari.Persino la tappa in Brasile sembra ideata solo per far vedere la portaerei ai rappresentanti di un governo molto interessato. In altre parole, i clienti vengono prima dei terremotati. Il viaggio umanitario verso Haiti, insomma, sarebbe solo l'ultima tappa di un progressivo allontanamento delle scelte militari dall'interesse nazionale diretto, per privilegiare piuttosto esigenze industriali.Per gli esperti la tendenza è evidente. È passata per la pervicacia nel seguire i piani di produzione del costosissimo cacciabombardiere F-35, o Jsf, concepito per le esigenze della guerra fredda (può compiere missioni di bombardamento con obiettivi lontanissimi, ovvero era stato ideato per colpire Mosca) e oggi inutile: "In un momento di crisi quegli oltre 13 miliardi potevano andare in elicotteri, più utili per le missioni di pace, o magari anche per jet intercettori più utili, come gli Eurofighter", dice Massimo Paolicelli, coautore del libro "Il caro armato".
Ma il punto di non ritorno in un processo che ieri Eugenio Scalfari definiva "il disossamento dello Stato", è la nascita di Difesa Servizi Spa, "primo passo dello sgretolamento della Pubblica amministrazione", come l'ha chiamato il capogruppo pd alla Camera Gian Piero Scanu. Concepita con un disegno di legge e poi inserita con cinque commi nella legge finanziaria per superare le perplessità nella stessa maggioranza, dall'inizio dell'anno l'azienda a cui verrà affidata gran parte dell'attività della Difesa è una realtà, almeno sulla carta. Mancano i decreti di attuazione, che devono arrivare entro metà febbraio, ma il processo è avviato.Alla Difesa spa andrà la responsabilità di ogni acquisto per le Forze armate, armamenti esclusi. Le decisioni saranno prese dal consiglio di amministrazione, otto membri di scelta ministeriale, che dovranno rendere conto solo al ministro, per un budget fra i tre e i cinque miliardi di euro. Il meccanismo spazza via ogni criterio di trasparenza: la Corte dei Conti potrà intervenire solo in caso di comportamenti penalmente rilevanti (in sostanza, di dolo conclamato), mentre non è ben chiaro che cosa succederà se la Difesa spa dovesse andare in perdita.L'azienda ha il potere di inserire nelle strutture militari anche impianti energetici, senza limitazioni legate alle esigenze delle Forze armate: in parole povere, potrebbe far eseguire la costruzione delle centrali nucleari all'interno delle caserme, senza preoccuparsi di ottenere autorizzazioni dagli enti locali e scavalcando ogni discussione. La Difesa spa curerà anche non meglio definite "sponsorizzazioni": un termine che inevitabilmente propone immagini di blindati in missione sulle montagne dell'Afghanistan colorati come le monoposto di formula 1, o cacciatorpediniere colorati come le barche della Coppa America, idee molto lontane dalla tradizione delle Forze armate.Ma il vero affare è quello del mattone: la Difesa spa gestirà anche le dismissioni immobiliari, con lo scopo dichiarato di recuperare danaro per le spese militari. Ad affiancarla, secondo i piani del governo, saranno società di gestione del risparmio, che dovranno valorizzare il patrimonio della Difesa creando dei fondi di investimento e vendendone i titoli, per poi rimborsare all'erario il valore di partenza degli impianti venduti e versare alla Difesa le plusvalenze.Il meccanismo ha già trovato un intoppo: per garantire la creazione di queste plusvalenze, a fianco dell'inevitabile cambiamento di destinazione d'uso dei beni immobili era prevista la possibilità di un ampliamento della volumetria pari al 30 per cento, anche qui scavalcando ogni autorizzazione, compresa quella sull'impatto ambientale. Un nuovo scempio, bloccato però come incostituzionale dai giudici della Consulta.

di GIAMPAOLO CADALANU
fonte:REPUBBLICA.IT

martedì 26 gennaio 2010

Africom, l’ultimo tentativo statunitense di ricolonizzare il continente africano

di Tichaona Nhamoyebonde* - allAfrica.com
Gli USA vogliono impiantare nuove basi militari in Africa
(11/01/10)Gli Stati Uniti vogliono piazzare Africom, un esercito permanente in Africa, per vegliare sugli interessi imperialisti statunitensi e non si fermano di fronte a niente.Alla fine dell’anno scorso il governo USA ha intensificato i suoi sforzi per stabilire l’African Command, l’ultimo strumento della sottile ricolonizzazione dell’Africa.Il generale William E. Garret si è riunito con i responsabili della difesa di tutte le ambasciate africane a Washington per vendere ai loro governi l’idea di un esercito nordamericano in Africa.
Gli ultimi documenti della Casa Bianca di gennaio indicano che gran parte del lavoro dell’esercito è stato compiuto attraverso l’unità militare con base a Stoccarda, in Germania, e che il resto si è dedicato a trovare un paese africano che ospiti l’esercito e si muova diplomaticamente in tal senso. Liberia e Marocco si sono già offerti di ospitare Africom, mentre la Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe (SADC**) ha invece negato decisamente qualunque disponibilità.
Altri paesi sono rimasti in silenzio. La Liberia ha una lunga relazione con gli Stati Uniti a causa della sua storia di schiavitù, mentre il Marocco, che non appartiene all’Unione Africana e non celebra elezioni, può darsi che abbia bisogno dell’esercito statunitense per reprimere qualunque volontà democratica. Il no del SADC è una piccola vittoria dei popoli africani in lotta per la loro indipendenza totale, ma il resto dei blocchi regionali devono pur arrivare ad una posizione comune, il che è preoccupante.
Lo stesso governo USA ha bisogno di un paese ben più strategico di Marocco e Liberia, giacché l’esercito sarà l’epicentro d’importanti influenze, protettorati politici ed economici. L’altro pericolo è che Africom apra in Africa un campo di battaglia fra USA e gruppi terroristici antistatunitensi.
Africom non è che una cortina di fumo per nascondere gli intenti di garantirsi risorse naturali africane. I dirigenti africani non devono dimenticare che Stati Uniti ed Europa hanno usato più volte la forza militare quale strumento di coercizione politica per assicurarsi che ogni paese sia diretto da persone sottomesse alla disciplina statunitense. Africom permetterà agli USA di allungare ogni suo tentacolo su ciascun paese africano. Ospitare l’esercito USA in Africa ridurrà l’indipendenza militare e segnerà l’accettazione della ricolonizzazione. La domanda fondamentale è: chi toglierà Africom una volta che sia stato piazzato? Con che mezzi?
Sarà superiore sul piano tecnico e finanziario a qualunque esercito di un paese africano e permetterà il cambiamento di regime ovunque gli USA lo vogliano. Inoltre, permetterà di accelerare lo sfruttamento delle risorse africane. Non ci sono dubbi che una volta che l’esercito statunitense sarà piazzato permanentemente in Africa verranno meno tutti i benefici dell’indipendenza. Se i dirigenti africani si piegheranno ora ai desideri statunitensi passeranno alla storia come la generazione politica che fatto vincere il male.
(...) Africom è stato oggetto di controversie da quando l’ex presidente George W. Bush lo ha presentato nel febbraio del 2007. I dirigenti africani non devono dimenticarsi che la politica di Barak Obama rispetto all’Africa e al resto del mondo non è cambiata per nulla, continua a essere una politica di dominio militare.Nessuno vuole parlare dell’impatto che Africom avrebbe sui partiti e i governi minoritari, o sui dirigenti considerati infedeli, né del fatto che gli USA potrebbero usare Africom per promuovere dittatori amici.
I programmi di addestramento e di armamento, il trasferimento di armi dall’Ucraina alla Guinea Equatoriale, a Ciad, Etiopia e al governo di transizione somalo, indicano chiaramente l’uso del potere militare per mantenere l’influenza (statunitense) sui governi africani, che continua a essere una priorità del governo USA.
Con la Rivoluzione arancione hanno portato al potere gli attuali dirigenti ucraini, e gli stanno dando carta bianca per fornire armamenti ai conflitti africani. I dirigenti africani devono essere capaci di dimostrare solidarietà e bloccare ogni tentativo USA di costruire basi nella madre patria, a meno che vogliano un nuovo assalto colonizzatore.
Se si permetterà che si piazzi Africom, Kwame Nkrumah, Robert Mugabe, Sam Nujoma, Nelson Mandela, Julius Nyerere, Hastings Kamuzu Banda, Kenneth Kaunda, Augustino Neto e Samora Machel, avranno combattuto guerre di liberazione per niente. Migliaia di africani morti nelle carceri coloniali e sui vari fronti di guerra durante la lotta di liberazione avranno versato il loro sangue per niente.
Perché il gruppo dirigente africano attuale dovrebbe accettare la ricolonizzazione quando tanto è stato imparato dal colonialismo, dall’apartheid e dal razzismo? Perché non rispondono che hanno già un esercito comune, quello dell’Unione Africana? I dirigenti africani non hanno bisogno di profeti marziani per sapere che il fascino statunitense per il petrolio, la guerra contro il terrorismo e l’esercito ora si concentrerà in Africa, dopo l’avventura in Iraq.
*Tichaona Nhamoyebonde è un politologo che risiede a Città del Capo, Sudafrica
**Il SADC (Southern African Development Community) è un’organizzazione intergovernativa creata nel 1979 con sede a Gaborone, Botswana. Il suo fine è rafforzare la cooperazione e l’integrazione politica e militare fra 15 stati dell’Africa australe (Angola, Botswana, Lesotho, Malawi, Mauricio, Mozambico, Namibia, Repubblica Democratica del Congo, Seychelles, Sudafrica, Swaziland, Tanzania, Zambia e Zimbabwe)..

Articolo originale: http://allafrica.com/stories/printable/201001070715.ht...

da Resistenze.org
Ripreso da http://www.rebelion.org/noticia.php?id=98432&titular=a...
Traduzione dallo spagnolo per http://www.resistenze.org/ a cura di F.R. del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

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