martedì 29 giugno 2010

Le Università in corsa per il grande banchetto del Ponte

di Antonio Mazzeo

Del progetto esecutivo non c’e ancora l’ombra, i soldi bastano appena per sventrare colline e riempire cave e discariche con milioni di metri cubi d’inerti, ma sull’affaire del Ponte sullo Stretto planano come avvoltoi le grandi e piccole università di Calabria e Sicilia. Dopo aver ignorato per decenni il dibattito sui costi politici, economici, sociali, ambientali e criminogeni della grande opera, abdicando alle proprie finalità istituzionali di analisi e ricerca, gli Atenei sgomitano tra loro per accaparrarsi qualche briciola delle risorse finanziarie pubbliche impegnate per l’avvio dei lavori del Ponte. Con un comunicato congiunto, le Università di Enna, Palermo, Reggio Calabria e Catania hanno preannunciato che «si mobiliteranno insieme per contribuire ad affrontare la grande sfida che vede protagonisti, non solo ingegneri e architetti, ma studiosi di molteplici ambiti». Voci autorevoli rivelano che già sarebbe stato sottoscritto un contratto di 800 mila euro tra il Consorzio delle Università siciliane ed Eurolink, l’associazione d’imprese general contractor per la progettazione e l’esecuzione dei lavori, finalizzato a distribuire «migliaia di test e misurazioni sui provini di cemento armato tra tutte le Università siciliane».

In perfetta sintonia con l’obiettivo di rafforzare la fabbrica del consenso implementata da signori e padrini del Ponte, Aurelio Misiti, portavoce nazionale dell’MPA, ha annunciato la presentazione di alcuni emendamenti alla manovra economica in discussione al Parlamento, per un totale di 100 milioni di euro, che prevedono la realizzazione di due grandi laboratori scientifici situati a Messina e a Reggio. Il primo, di Scienza e tecnologia dei nuovi materiali, da affidare a un consorzio delle tre Università siciliane con la “Sapienza” di Roma e il secondo, di Aerodinamica e aeroelasticità, destinato a un consorzio delle tre Università calabresi con il Politecnico di Milano. Insomma, ce ne sarebbe per tutti, anche se ciò allarma classi dirigenti e accademici dell’area dello Stretto, preoccupati di perdere la leadership su contributi e commesse. Per spegnere sin dal nascere obiezioni e proteste, la società concessionaria del Ponte ed Eurolink hanno precisato di essere intenzionate a stabilire una «collaborazione privilegiata» con i due Atenei di Messina e Reggio Calabria. E i primi discutibili risultati non mancano. È di qualche giorno la notizia della firma di un contratto di locazione di un intero edificio del polo scientifico universitario “Papardo” di Messina, per ospitare l’head office, ovvero la sede delle direzioni generali della Stretto di Messina Spa, del general contractor e delle società impegnate nel monitoraggio ambientale e nel “project management” del Ponte (Fenice Spa e Parsons Transportation Group).

La struttura che si estende su un’area complessiva di 4.400 mq, comprende in particolare l’“Incubatore d’Imprese” finanziato e realizzato con i fondi della legge 208 del 1998 riservati «agli interventi di promozione, occupazione e impresa nelle aree depresse». Grazie ad una convenzione siglata 7 anni fa dall’allora rettore Gaetano Silvestri, l’incubatore fu concesso in uso a Sviluppo Italia Sicilia, ente acquisito recentemente dalla Regione Siciliana che è pure azionista di minoranza della società concessionaria del Ponte. Secondo il testo della convenzione, a Sviluppo Italia veniva affidato non solo la gestione, ma anche il completamento, con fondi dell’ente, del “Parco tecnologico” di contrada Papardo con l’obiettivo che fosse destinato all’ospitalità di spin-off industriali derivanti dalla ricerca scientifica. Nei piani di allora, la contiguità dell’incubatore con le facoltà tecnologiche avrebbe facilitato lo sviluppo di attività innovative e tecnologicamente avanzate, dotando l’Ateneo di una struttura unica nel panorama centro-meridionale. Dopo il rinnovo dei vertici accademici e l’entrata in scena dell’odierno rettore Giuseppe Tomasello, il progetto fu abbandonato sino a quando, due anni fa, Invitalia Spa, la nuova Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, avviò i lavori di restauro e di adeguamento funzionale dell’infrastruttura. Secondo quanto annunciato dalla Stretto di Messina, l’inaugurazione e l’attivazione all’interno del polo universitario del quartier generale delle società che concorrono alla realizzazione del Ponte dovrebbe avvenire entro la fine del mese di luglio.

A esprimere un giudizio fortemente critico sull’intera operazione, il professore Guido Signorino, ordinario di Economia applicata e responsabile della sezione “Economia” del Centro Studi per l’Area dello Stretto “Fortunata Pellizzeri”. «L’insediamento del Centro direzionale di Eurolink nel non ancora ultimato “Incubatore d’Imprese” è una ipotesi a mio avviso bizzarra e non percorribile», afferma Signorino, che al tempo curò proprio l’accordo di partnership tra l’Università di Messina e Sviluppo Italia. «Tale struttura è dedicata alla nascita di imprese “nuove”, frutto di “spin off” da ricerca. L’incubatore dovrebbe garantire, in particolare ai giovani, l’offerta di spazi adeguati a costi contenuti e servizi di supporto, di assistenza consulenziale e di reperimento di finanza dedicata ed agevolata. Nel caso dell’incubatore di Messina, esso nasce anche con lo scopo specifico di promuovere e sostenere la nascita di imprese ad opera dei laureati dell’Università».

Il professore Signorino ricorda come la permanenza nell’incubatore ha sempre una durata limitata, trascorsa la quale l’impresa esce dalla struttura per affrontare il mercato con le forze nel frattempo maturate, rendendo disponibile a nuove attività lo spazio occupato. «La permanenza nell’incubatore di Messina - spiega l’economista - era definito nell’accordo di concessione in 36 mesi, eccezionalmente prorogabili fino a 60, in modo da generare un flusso continuo di imprese nuove e innovative».

Il consorzio Eurolink non presenterebbe invece alcuna caratteristica idonea a consentirgli di diventare l’ospite-beneficiario della struttura. «Non si tratta di una impresa “nuova”, risultando dalla costituzione in consorzio dell’associazione di imprese vincitrice della gara per il general contractor del Ponte, svoltasi tra il 2005 ed il 2006», aggiunge Signorino. «Sicuramente il Ponte non è frutto di “progetti di ricerca” dell’Università di Messina, né il consorzio è costituito da imprenditori giovani e non sufficientemente attrezzati per affrontare i costi normali della permanenza sul mercato. In relazione alla durata della locazione, Eurolink dovrebbe installarsi prima dell’inizio dei lavori, che avranno una durata minima di sei anni. Occorre dunque pensare ad una permanenza per lo meno pari ad 80 mesi. Per ciò che riguarda il costo della locazione, non noto, occorre ricordare che la logica dell’incubatore non è quella della valorizzazione reddituale degli immobili. Sviluppo Italia è una SpA pubblica nata per promuovere le imprese, non per incrementare la sua rendita con l’affitto di locali ottenuti in concessione». L’economista rileva infine che lo stabile di contrada Papardo è in via di ristrutturazione con un finanziamento pubblico concesso per lo specifico scopo di realizzarvi l’“incubatore”: «la sua utilizzazione a beneficio del consorzio Eurolink costituirebbe, a mio avviso, una distorsione di tali finalità, di cui si gioverebbe un gruppo di imprese già esistenti e attive sul mercato internazionale».

Rilievi pesanti che forse meriterebbero l’apertura di un fascicolo in Procura per accertare se non siano stati commessi possibili illeciti con la riconversione dei locali universitari nel centro strategico dei business men del Ponte. In occasione della riunione del Senato accademico prevista per il 5 luglio, la Rete No Ponte ha intanto preannunciato un sit-in di protesta contro ogni forma di sostegno dell’Ateneo di Messina al devastante progetto di collegamento stabile nello Stretto.

domenica 27 giugno 2010

Verità e Giustizia per i Corsisti Salernitani del Progetto Conoscenza e Lavoro!

Per la difesa della nostra dignità, dei nostri diritti!
Per garantire un futuro migliore ai nostri figli!
Per non andare, per non tornare in galera!
…che Salerno non contasse nulla a livello regionale i disoccupati e le disoccupate di Salerno lo sanno da una vita ma, assistere al gioco delle tre carte (tra la Provincia di Salerno e la Regione Campania) è troppo!
Il gioco consiste nel far apparire e sparire i finanziamenti Europei destinati a Salerno, fondi attestati da delibere, decreti ed atti pubblici, che riconoscono e legittimano la continuità della Formazione in Aziende sia Pubbliche che Private, questo è il massimo della strafottenza e dell’arroganza.
Se poi a tutto questo si aggiunge il solito valzer/scaricabarile delle responsabilità,  in questo periodo di drammatica povertà, di miserie e di precarietà a Salerno, è ancora più grave. Questo modo di agire delle istituzioni locali (Regione e Provincia) grava sulle aspirazioni di centinaia di uomini e donne di Salerno che sperano di accedere ad un diritto, peraltro acquisito legalmente, di un minimo di reddito con la speranza di un ‘inserimento socio/lavorativo.

PRETENDIAMO ED ESIGIAMO, IN QUANTO NOSTRO DIRITTO, LA VERITÀ!

Che fine hanno fatto i 2.500.000 di euro dei Fondi Europei 2007/2013 (BURC N° 51 del 24/09/2007) destinati alla prosecuzione con le Work-Experience ai Corsisti Salernitani del Progetto Conoscenza e Lavoro?
Non possiamo assistere alla partita di ping pong tra l’Assessorato al Lavoro della Provincia di Salerno che afferma addirittura la sparizione dei Fondi ed i Funzionari della Regione che ribadiscono non solo che i finanziamenti del progetto ci stanno e che dipende solo dall’Assessore al Lavoro della Provincia di Salerno che da Marzo 2010 non vuole firmare la convenzione.
Questa farsa deve finire, perché si scherza sulla pelle della povera gente, che da due anni viene presa in giro e le istituzioni  (Provincia e Regione) comportandosi così ci istiga quotidianamente a delinquere.

IL PREFETTO, IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI SALERNO CI DICANO LA VERITÀ

Devono spiegare ai Salernitani se per un diritto già acquisito, addirittura legiferato dobbiamo consumare dei reati, a seguito di manifestazioni, andando così ad accrescere il popolo di detenuti che affolla il carcere/lager di Fuorni. Ci dicano se per noi e per i nostri figli le scelte sono: la galera, l’emigrazione, la depressione, la droga, il suicidio che poi faranno versare le ipocrite lacrime ai Politici e alla Salerno Bene.

sabato 26 giugno 2010

Lecco, denuncia contro i Carabinieri "Mi hanno preso a calci e torturato"

Isidro Diaz, di origini argentine ma da 23 anni in Italia: timpani perforati e distacco della retina. Viene difeso dagli stessi legali delle famiglie Cucchi e Aldrovandi
Vengo dall'Argentina dove la mia generazione è stata massacrata. Qui pensavo di vivere in un paese civile. Invece mi sono ritrovato ammanettato, preso a calci e pugni in testa dai carabinieri, trascinato sull'asfalto, torturato e sbattuto contro i muri della caserma senza poter vedere un medico. Insultato, con i militari che mi puntavano la pistola addosso. E ancora non so perché". Isidro Luciano Diaz ha 41 anni, dei quali 23 vissuti in Italia dove, nel lecchese, gestisce l'allevamento di cavalli "Dal Gaucho". Da quando il 5 aprile dell'anno scorso è stato fermato dai carabinieri vicino a Voghera, è stato operato agli occhi 6 volte per distacco della retina e ha i timpani perforati. Ferite "compatibili" col suo racconto da incubo, scrive il medico legale nella relazione che riporta alla memoria le vicende di Federico Aldrovandi, di Giuseppe Uva, Stefano Cucchi. Di giovani morti dopo essere stati malmenati da uomini in divisa, entrati vivi in caserma o in carcere e mai usciti, tragedie di cui si è occupato lo stesso studio legale, Anselmo di Ferrara, che ora difende Diaz.
"Una storia assurda. Qualunque sia l'imputazione uno deve avere tutte le garanzie, pena la rinuncia dello Stato ad essere uno stato di diritto, perché la legittimità giuridica e morale dello stato è affidata alla capacità di garantire l'incolumità delle persone affidategli", dice sociologo Luigi Manconi che con il suo lavoro come sottosegretario alla Giustizia e poi come
presidente dell'associazione a Buon diritto ha avuto una parte importante nel far emergere tutte queste vicende.
Una storia inquietante, quella raccontata da Diaz, che rischia di finire nel nulla perché la sua denuncia contro i carabinieri è a pochi passi dall'archiviazione nonostante agli atti ci sia il riconoscimento fotografico da parte dell'argentino dei militari che l'hanno aggredito. Il giudice dovrà decidere in questi giorni. Diaz, infatti, condannato a un anno poi commutato in due di libertà controllata per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni (8 giorni di prognosi ai militari), solo dopo aver patteggiato la pena ha presentato la denuncia per percosse, allegando le immagini del suo volto stravolto dalle botte, della schiena martoriata.
Ma andiamo con ordine. Il 5 aprile di ritorno da una gara di monta di vitelli mentre è alla guida della sua Mercedes, un suv nero, Diaz viene fermato dai carabinieri sulla Torino-Piacenza. Al termine di un lungo inseguimento a folle velocità, scrivono i militari. Senza motivo, ribatte l'argentino. "Vedo che hanno le pistole in pugno, ho in macchina il coltello che mi serve per i cavalli glielo mostro per consegnarglielo. Mi sono addosso, mi ammanettano e poi calci e pugni in testa, mi trascinano sull'asfalto". Portato in caserma continua il pestaggio, "mi trattavano come un pallone, buttandomi contro il muro. Mi dicevano: devi morire. Provo a chiamare un amico, mi strappano il cellulare. Alla fine ho firmato qualsiasi carta anche perché non mi chiamavano un medico".


fonte: La Repubblica

Chiudere Casa Pound: sabato 26 giugno corteo a Firenze

Da Livorno ritrovo ore 14.45 alla stazione centrale
Lavoratori, studenti, precari e disoccupati, nessuno escluso, stanno subendo le prime e già  pesanti conseguenze della crisi che attraversa l'Italia e non solo. Per questo, oggi più che mai, è necessario organizzarsi e lottare, per non subirne ulteriormente le conseguenze.
Proprio in questo clima si inserisce la nascita di gruppi e gruppetti dell’estrema destra nelle nostre città: un disegno ben preciso che ancora una volta restituisce ai fascisti il loro ruolo storico.
Quello di squadristi nelle aggressioni ai danni di compagni e compagne come recentemente accaduto a Tor Vergata, oppure contro gli immigrati come successo anche a Firenze in Via Nazionale e in Via della Scala o ai danni dei lavoratori in lotta come nel caso dell’Eutelia.
Quello di provocatori quando le loro azioni non diventano altro che un pretesto per dar modo a polizia e magistratura di colpire e reprimere chi quotidianamente lotta e si espone al fianco di studenti e lavoratori.
Proprio a Firenze ci sono compagni processati per aver contestato un’iniziativa di Totaro in Gavinana, per aver impedito a Casa Pound di svolgere un presidio in piazza al Galluzzo, per aver difeso la propria città dalla violenza fascista la notte del 23 maggio dell’anno scorso in Via della Scala, così come in Toscana alcuni compagni di Livorno e Pistoia sono ancora sotto processo con l’accusa di aver assaltato una sede di Casa Pound.
Adesso, dopo i tentativi di attecchire andati a vuoto per Forza Nuova, La Fenice e la Nuova Destra Sociale ci prova proprio Casa Pound che, a Firenze, in via Lorenzo il Magnifico sabato 29 maggio ha inaugurato la propria sede.
Li ricordiamo tutti, in piazza Navona a Roma, infiltrati nel movimento studentesco contro i tagli imposti dalla Gelmini mentre picchiavano i compagni di 14 anni armati di cinghie e mazze tricolori e poi pronti a puntar il dito contro chi aveva deciso di reagire e non accettare la loro presenza in piazza.
Li ricordiamo ancora a Roma, pronti all’ennesima aggressione e poi invece costretti a cercare di passare come vittime perché quella sera avevano trovato un gruppo di compagni più determinati e preparati di loro.
Li ricordiamo in occasione del 7 maggio in Piazza Esedra, scesi in piazza con il patrocinio del Governo, difesi da uno schieramento immane di polizia e carabinieri mentre urlavano dal microfono dando di “infami ai militanti del presidio antifascista e ai loro nonni Partigiani”: non a caso la legittimazione di questa teppaglia rientra appieno nel tentativo di riscrivere la storia di questo paese, teso alla cancellazione della memoria storica ed alla rimozione dei crimini compiuti dal fascismo e screditando la resistenza e la lotta partigiana.
Si nascondono dietro lo pseudonimo associazione culturale e tentano, con scarsi risultati, di organizzare iniziative populiste per guadagnare in consenso e agibilità, ma nella realtà dei fatti non sono altro che un movimento fascista chiaramente schierato a difesa delle politiche attuate dal PDL come dimostra anche la loro candidatura in molte liste del partito di Berlusconi alle recenti amministrative e la presenza di alcuni esponenti fiorentini di Alleanza Nazionale all’inaugurazione della loro sede.
Per quanto si dichiarino “non conformi” vanno a braccetto con chi oggi ci sfrutta e ci uccide sul lavoro, con chi ci manda in cassa integrazione o ci rende disoccupati, con chi attacca la scuola e l’università pubblica distruggendo il futuro degli studenti di oggi e di domani, con chi sviluppa politiche di guerra contro i popoli dell’Africa e del Medioriente, con chi costringe quegli stessi popoli al ricatto dei Centri di Identificazione ed Espulsione sul nostro territorio.
La Firenze Antifascista, gli studenti, gli operai e i lavoratori non possono accettare che i sedicenti fascisti del terzo millennio aprano indisturbati i loro covi!
MOBILITIAMOCI PER LA CHIUSURA DI CASA POUND!
SABATO 26 GIUGNO CORTEO
CONCENTRAMENTO ALLE ORE 17.00 IN PIAZZA S.MARCO
Firenze Antifascista

Emergenza carceri. Suicidi a Milano e Lecce, 31 morti in 6 mesi. Sarno(UIL): 'È strage'

di Pasquale Giordano
 ROMA - Non passa settimana che non si debbano fare i conti con la situazione drammatica delle carceri italiane. Nella sola giornata di sabato 12 giugno, ad esempio, si sono registrati due suicidi in carcere: uno a Milano Opera l'altro nella casa circondariale di Lecce. Nel Salento, denuncia il Sappe, si tratta ''del secondo suicidio avvenuto nel giro di qualche giorno nella stessa struttura detentiva, fatto questo che la dice lunga sull'attuale situazione vissuta all'interno del penitenziario''.Per Sarno (Uil Pa): “Si può parlare di una strage senza timore di smentita”. Secondo un'analisi del Centro studi di 'Ristretti Orizzonti': “40 anni fa i detenuti erano prevalentemente criminali 'professionisti', oggi la maggioranza proviene dall'emarginazione sociale.”
Sovraffollamento e disperazione
Si chiamava F. C., 48 anni, originario delle Filippine, il detenuto che nel pomeriggio di sabato 12 giugno si è tolto la vita nel carcere di Milano Opera. F.C. era in carcere per scontare una pena all'ergastolo ricevuta per il duplice omicidio consumato nel novembre 2008, quando aveva ucciso a coltellate una zia e una cugina con cui viveva in un appartamento a Magenta, nel Milanese. Il quarantottenne condivideva la cella con un altro detenuto e ha atteso che questi si allontanasse per legare la cintura dell'accappatoio alle sbarre della finestra della sua cella e poi passarsela intorno al collo.Dinamica simile, ma questa volta lo scenario è stata l'infermeria, per un uomo di 55 anni che si è tolto la vita nel carcere di Lecce. Originario del Salento, L.C. queste le iniziali del suo nome, avrebbe dovuto scontare altri tre anni di carcere. La notizia del decesso è stata diffusa dal coordinamento interregionale di Puglia e Basilicata del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe). Il segretario nazionale Sappe, Federico Pilagatti, denuncia “la drammatica condizione igienico-sanitaria derivante da un sovraffollamento che a Lecce, a fronte di 660 posti disponibili, vede la presenza di quasi 1400 detenuti”.
Sono 46 i suicidi sventati'
"Il numero dei suicidi in carcere dal primo gennaio 2010 è salito a 31 - spiega il segretario generale della UilPa, Eugenio Sarno - a questi occorre sommare i 46 tentativi di suicidio non portati a termine per l'intervento in extremis dei poliziotti penitenziari. Con questi numeri ci sembra che si possa parlare di strage, senza poter essere smentiti.” “È l'ennesimo episodio che porta all'attenzione della cronaca l'istituto milanese, dove sono ospitati il più alto numero di detenuti in regime di 41/bis e Alta Sicurezza”. “Certo non è detto che con una maggiore presenza di personale si possano evitare casi di suicidio, tuttavia - conclude Sarno - è indiscutibile che se ad ogni servizio corrispondesse la presenza di un agente, come da pianta organica, qualche possibilità di cogliere ciò che accade potrebbe anche esserci”.
Nel '60 criminali, nel 2010 disadattati
Nel decennio iniziato nel 1960 e terminato nel '69, quando la popolazione carceraria era circa la metà di adesso, i detenuti suicidi furono 'soltanto' cento. Negli ultimi dieci anni (escludendo il 2010) i detenuti suicidi sono stati 568 con un'impennata della frequenza di circa il 300 per cento. Lo rileva il Centro studi di 'Ristretti Orizzonti', in un confronto statistico tra l'Italia, i Paesi europei e gli Usa, realizzato elaborando i dati forniti dal ministero della Giustizia, dal Consiglio d'Europa e dallo U.S. Department of Justice.
“I motivi di questo aumento - scrive Ristretti Orizzonti - sono diversi: 40 anni fa i detenuti erano prevalentemente criminali 'professionisti', che mettevano in conto di poter finire dentro ed erano preparati a sopportarne i disagi. Oggi buona parte della popolazione detenuta è costituita da persone provenienti dall'emarginazione sociale (immigrati, tossicodipendenti, malati mentali) spesso fragili psichicamente e privi delle risorse caratteriali necessarie per sopravvivere al carcere".Se si volessero comparare i dati dei suicidi tra la popolazione 'libera' con quelli della popolazione sottoposta a regime carcerario - cosa che è stata fatta nel corso di un'indagine curata dall'Istituto nazionale di Studi demografici - allora si scoprirebbe che (in media) avvengono 1,2 suicidi ogni diecimila cittadini liberi contro i 9,9 suicidi ogni diecimila detenuti. Frequenza nove volte superiore. Chi pensasse che sia uno scarto 'fisiologico' allora dovrebbe controllare la restante parte dello studio, in particolare dove si evince che in Gran Bretagna é cinque volte maggiore; in Francia tre; in Germania e Belgio due; in Finlandia è addirittura lo stesso. Non è un problema solo italiano, quindi, ma l'Italia non sembra saper trovare una soluzione.

RAZZISMO: CORI DUCE E INSULTI, DENUNCIATI APOLOGIA FASCISMO

(ANSA) - Dopo aver cantato inni al Duce hanno offeso una comitiva di cui faceva parte anche un ragazzo di colore, contro la quale hanno scagliato anche delle bottiglie. Al termine delle indagini della digos, due persone di 33 e 29 anni, fiorentini, sono stati denunciati per rissa, apologia del fascismo e lancio di oggetti. I fatti sono avvenuti una settimana fa in via della Scala, a Firenze.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i due uomini, uno dei quali noto alla digos per le sue 'simpatie' verso l'estrema destra, annebbiati dall'alcol, avrebbero cominciato a gridare frasi razziste e slogan fascisti. Una comitiva di persone, delle quali faceva parte anche il ragazzo di colore, avrebbe risposto, invitando i due a 'studiare la storia'. A quel punto si sarebbe accesa una zuffa, durante la quale, secondo il racconto di alcuni testimoni, sarebbe stato offeso il ragazzo di colore. All'arrivo di una volante della polizia, era ancora in via della Scala soltanto una delle due persone denunciate.
(ANSA).


Da www.regione.toscana.it

mercoledì 23 giugno 2010

Pomigliano: l'accordo Fiat vince ma non convince

Alla fine il plebiscito, tanto agognato da parte padronale, proprio non c'è stato. Il sì - come si sapeva - ha vinto ma le percentuali sono ben lontane dal consenso bulgaro in cui confidavano Marchionne & c., desiderosi di portare a casa il risultato, vincendo la battaglia persa a Melfi nel 2002 e proporsi quindi come modello vincente per le relazioni industriali  del paese per i prossimi anni.Votano a favore dell'accordo-ricatto solo il 62% dei lavoratori aventi diritto al voto. Un minoritario -ma solido e ben piantato No!- schizza oltre il 35 %. I numeri sarebbero invero ulteriormente sbilanciati verso il No se si prendesse in considerazione il solo voto operaio, dove ben oltre il 50% ha votato per il No. Come sempre accade, in questi casi, si riscoprono le virtù democratiche del voto allargato a quadri  e impiegati, che, non toccati dai massacranti turni e ritmi imposti dal nuovo accordo, accorrono a prestare il loro prezioso voto pro-domine(Quanti di loro erano alla fallita marcia dei '5000' di sabato?)Un No pesant.e quello di Pomigliano, destinato a far sentire la propria voce nella partita anche oltre l'incontro di oggi, preoccupato vertice indetto d'urgenza al Lingotto da dove Marchionne fa sapere che comunque andranno "avanti con chi ha firmato". Fin dalle prime ore del giorno l'Ad Fiat non nasconde il proprio nervosismo e dice a chiare lettere di aver paura dell'ingovernabilità delle fabbriche, laddove sarà difficile far passare ed applicare un accordo che una minoranza consapevole potrà sabotare dall'interno. I cortigiani Bonanni e Angeletti trattengono a stento il fastidio. Ribadiscono che per loro è tutto Ok, che la vittoria è netta ma intanto trapela, nervosa, la preoccupazione: "non scherziamo!" mandano a dire ad un Marchionne che sa che i conti dovrà comunque anche farli con la Fiom, messa in un angolo ma non ancora del tutto inefficace.Il sindacato metalmeccancio, con questi numeri, si dice disposto ad una trattativa, previa ovviamente una ridiscussione generale dei contenuti dell'accordo.Intorno, come sempre, stanno tutti a guardare, preoccupati dall'inceppamento di un passaggio di soglia che vedeva tutti d'accordo, nelle alte sfere del potere politico ed economico e nel sottostante livello di servizio cortigiano dell'intellettualità giornalistica e dei "tecnici". Su tutte, hanno brillato in questi giorni le posizioni di un Tremonti che prefigura un futuro di relazioni industriali lisce, senza le increspature dell'onnipresente conflitto tra Capitale e Lavoro ("roba vecchia, che deve essere sorpassata!") e un Gianni Riotta che pretenderebbe un adeguamento italiano allo standard world system dello sfruttamento della classe operaia globale.La retorica dei governanti e dei loro lacché è arrivata anche così lontana da sostenere che -dentro la logica neo-liberista inattaccabile del There Is No Alternative per cui: o Pomigliano più sfruttata o trasferimento in Polonia (ricatto su cui s'è fatto forza Marchionne)- chi avesse optato per la bocciatura dell'accordo avrebbe nei fatti votato per la Camorra... Stessa insinuante ed insultante retorica messa in atto (senza successo) contro i movimenti campani del 2007/2008 contro il Piano Rifiuti (a proposito, cos'ha da dire Saviano su tutto questo?).A chiudere il cerchio, le battute dei talebani del Capitale: la Marcegaglia-panzer di Confindustria: "Supportiamo e apprezziamo la posizione della Fiat e siamo soddisfatti che decida di andare avanti con i lavoratori e i sindacati che condividono quelle scelte. Ribadiamo ancora una volta che c'é un sindacato che non comprende le sfide che abbiamo davanti"; e il nano di governo che tanto ama circondarsi di ballerine, il ministro Brunetta che chiosa: 'Si gioca una partita che va al di la' di Pomigliano'. Appunto! L'hanno capito anche i lavoratori, e non solo quelli di Pomigliano, abituati a misurare sulla propria pelle i "sacrifici" che altri livelli chiedono/impongono. Tante sono state le manifestazioni di solidarietà e vicinanza ai/lle pomiglianesi, dalla Polonia in cui si vuole tutto trasferire alla Piaggio toscana, dalle rsu di altri comparti lavorativi ai colleghi degli altri stabilimenti sparsi nel paese.Certo il risultato non cambia, qui ed ora, le condizioni di quei lavoratori ma intanto mette un bel bastone fra le ruote ad un padronato nazionale quanto mai aggressivo, abituato ad alternare paroloni e minacce, chiedendo unità nazionale e sacrifici mentre continua però a sfruttare il divario strutturale tra Nord e Sud per imporre il proprio comando dividi et impera su masse di lavoratori sfruttati e territori abbandonati al proprio destino.

Bella Maturità....

“Chi controlla il passato, controlla il futuro. Chi controlla il presente, controlla il passato” (George Orwell, 1984)

Oggi uno dei terreni della fascistizzazione dell’Italia è senza dubbio la scuola e la formazione. Già il ministro Gelmini aveva prospettato nuovi programmi scolastici che esaltano gli scrittori italiani come momenti dell’«identità nazionale» e persino la tragedia greca come fondamento dell’«identità occidentale» (la rivolta di Antigone contro il potere potrà allora serenamente giustificare i crimini di guerra in Iraq, Afghanistan, ecc.).

Così, nella prima prova della maturità il ministro ha voluto lasciare il segno di questo nuovo corso. Un tema su «Il ruolo dei giovani nella storia e nella politica. Parlano i leader» con una bella frase retorica di Benito Mussolini del 1925, sei mesi dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, che recita fra l’altro:

«Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della miglior gioventù italiana, a me la colpa! (Applausi). Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! (Vivissimi e prolungati applausi)».

E già il 16 giugno 2010 il ministro Meloni ostentava la sua «passione superba» salutata da una selva di mani tese nel saluto fascista, in piazza Vescovio davanti alla sede romana di Forza Nuova.

Ma il «leader» Mussolini non basta. C’è anche una bella traccia revisionista dedicata al «giorno del ricordo al fine di conservare e ricordare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe». Nel 2004 i partiti di destra hanno infatti istituito, per bilanciare la «Giornata della Memoria» (il 27 gennaio, in ricordo dello sterminio nazifascista di circa 6 milioni di ebrei), una mistificante «Giornata del Ricordo» (il 10 febbraio, in memoria dei presunti eccidi delle Foibe: 326 vittime accertate, 6.000 vittime ipotizzate senza concrete prove storiografiche). E non riuscendo a documentare le proprie fantasie, la destra giunge persino ad appropriarsi di partigiani fucilati dai nazisti travestendoli da «vittime delle foibe».

Il «ricordo» istituzionale delle Foibe non è pietà verso i morti, ma una strumentalizzazione volta solo a rivalutare storicamente l’esperienza della dittatura fascista, screditando la Resistenza partigiana, mettendo sullo stesso piano nazifascisti e antifascisti, sfruttando tragici episodi del passato per manipolare la storia a proprio uso e consumo.

L’occupazione fascista della Jugoslavia comportò una feroce persecuzione razziale delle genti slave (considerate «razza inferiore»), l’italianizzazione forzata, il divieto di parlare la propria lingua, la soppressione di tutte le scuole croate e slovene, il sequestro (spesso reso superfluo dalla devastazione dei locali) di circa 4.000 sedi di associazioni culturali slave. Già nel 1920 Benito Mussolini affermava: «Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 500 italiani». Tra il 1941 e il 1945 l’occupazione nazifascista produsse la distruzione di decine di migliaia di abitazioni, la morte di circa 45.000 civili sloveni e croati e l’arresto e l’internamento di altri 95.000.

Il regime fascista costruì in Jugoslavia 15 campi di concentramento e 14.000 prigionieri persero la vita nei lager italiani in Slovenia. Quella fascista fu una delle prime e più feroci «pulizie etniche» dell’età moderna secondo una politica di colonizzazione che prevedeva il massacro delle popolazioni locali e l’esproprio di terre e proprietà a favore della superiore «razza italiana». Come avvenne in Albania e nell’Africa Orientale Italiana, anche con l’uso massiccio di armi chimiche contro le popolazioni civili.

Proprio questa volontà revisionista di equiparazione e bilanciamento simmetrico tra vittime e carnefici, tra repubblichini e partigiani, tra sterminio nazista e presunti martiri delle foibe entusiasma la destra italiana, a copertura delle sue violente politiche xenofobe. «Con le tracce della maturità di quest’anno», ha dichiarato Giovanni Donzelli, portavoce nazionale del movimento gggiovanile del PdL, «i giovani saranno finalmente orgogliosi di essere italiani. La traccia sulle foibe accanto a quella su Primo Levi mostra una scuola finalmente capace di rappresentare tutta l’Italia».

«Questa», aggiunge il portavoce dei gggiovani del PdL, «è la scuola che da sempre sogniamo: libera e meritocratica. È finita l’epoca in cui sindacalisti ed ex sessantottini egemonizzavano la scuola trasformandola in un ammortizzatore sociale utile a indottrinare i nuovi giovani a ideologie vecchie e superate».

Già, mentre governo e sindacati istituzionali benedicono accordi sindacali capestro, c’è chi s’impegna a spazzar via anche il ricordo di una lotta di liberazione sociale che non è mai riuscita davvero a defascistizzare questo misero, smemorato paese.

Ed esitante sembra anche la reazione degli storici di professione come quella di Lucio Villari che ha dichiarato: «Il tema storico sulle foibe si presta a strumentalizzazioni».

Comunque la scelta è varia. C’è la traccia artistico-letteraria su «Piacere e piaceri» con D’Annunzio in prima fila controbilanciato da Brecht. Ci sono pure gli Ufo, la cui minaccia ha inquietato di recente la Lega Nord: il saggio breve di ambito scientifico-tecnologico s’intitola infatti «Siamo soli?», ovvero un bel «tema sugli Ufo».

Oggi bisogna invero ribadire che la trasversalità bipartisan è un progetto di normalizzazione autoritaria che, ovunque s’impone, divide distrugge e impoverisce. Anzi, la trasversalità “condivisa” è stato uno dei vettori della corruzione e del disastro sociale e culturale di questo paese.

Per la verità, la memoria, la giustizia sociale, ora e sempre resistenza! Costruiamo un movimento dal basso contro l’uso strumentale e manipolatorio degli ambiti della formazione

Grosseto: scritte e minacce di morte sulla porta dell'Arcigay

Scritte e minacce di morte sulla porta dell'Arcigay di Grosseto

Grosseto. E' grave quello che hanno scoperto ieri i volontari di Arcigay Grosseto mentre si recavano in associazione per lavorare ad un progetto per i consultori; una grande croce celtica nera contornata dalle scritte “Dux” e “A morte”.

“Siamo amareggiati e allo stesso tempo decisamente arrabbiati per quanto successo - ha commentato Alessandro Iberi, presidente dell'associazione - viviamo un periodo sempre più triste per questo paese ma questa città non merita di essere offesa in questa maniera cosi vile perché tutti siamo umiliati, non solo l'Arcigay sta nel mirino di certa gente ma tutte le persone che vogliono vivere in un paese democratico che rispetta i propri cittadini e le loro libertà”.

Il gesto, che certamente si commenta da solo, non deve essere né sottovalutato né accantonato, la risposta deve essere rapida e convinta da parte di tutta la città per dire basta all'odio ed alla violenza.

Anche novanta anni fa si cominciò con il colpire i più deboli e i più liberi, le associazioni, i partiti, i sindacati e i giornali per arrivare poi a schiacciare tutta la società e portare l'intero Paese in un abisso dal quale avrebbe impiegato decenni per uscire.





Croce celtica e scritte offensive sulla porta dell'Arcigay

Martedì 22 Giugno 2010 17:26

"Il gesto si commenta da solo ma ha bisogno di non essere né sottovalutato né accantonato"

Grosseto: E' grave quello che hanno scoperto stamani i volontari di Arcigay Grosseto mentre si recavano in associazione per lavorare ad un progetto per i consultori; una grande croce celtica nera contornata dalle scritte "DUX" e "A MORTE".
"Siamo amareggiati e allo stesso tempo decisamente arrabbiati per quanto successo - commenta Alessandro Iberi presidente dell'Associazione - viviamo un periodo sempre più triste per questo paese ma questa città non merita di essere offesa in questa maniera cosi vile perché tutti siamo umiliati, non solo l'Arcigay sta nel mirino di certa gente ma tutte le persone che vogliono vivere in un paese democratico che rispetta i propri cittadini e le loro libertà”.
"Il gesto - va avanti Iberi - si commenta da solo ma ha bisogno di non essere né sottovalutato né accantonato, la risposta deve essere rapida e convinta da parte di tutta la città per dire basta all'odio, basta alla violenza, ricacciamo il fascismo dal secolo da cui proviene e dove credevamo di averlo sepolto.
Anche 90 anni fa si cominciò con il colpire i più deboli e i più liberi, le associazioni, i partiti, i sindacati e i giornali per arrivare poi a schiacciare tutta la società e portare l'intero paese in un abisso dal quale avrebbe impiegato decenni per uscire."
"Per questo - conclude - organizziamo una mobilitazione lampo mercoledi 23 giugno alle ore 21 davanti alla porta imbrattata dell'arcigay in Via Parini 7e a Barbanella. Tutti i cittadini democratici di destra e di sinistra sono chiamati al presidio per dire con forza che Grosseto non vuole il fascismo e i suoi metodi violenti e antidemocratici."

da www.maremmanews.tv

Tre donne che lottano per la verità; incontro tra Aldrovandi, Cucchi e Uva Marco Imarisio

Fonte: Corriere della Sera, 10 giugno 2010
Nella foto che verrà scattata questa sera c'è già un dettaglio mancante. Presto, accanto a Patrizia, Ilaria, Lucia, ci sarà da fare spazio a Maddalena, che vive a Milano e aveva un fratello un pò disgraziato che stava scontando in Calabria una pena di 4 anni e 5 mesi di reclusione per il furto di uno zainetto. Giovanni Lorusso è morto in carcere, con una mano misteriosamente fracassata, forse suicida, forse costretto al suicidio da un trattamento che, parole del procuratore di Palmi Giuseppe Creazzo, se non altro pone "enormi questioni morali".
Anche Maddalena ha scelto di dare una veste pubblica ai propri sentimenti. Ci ha messo la faccia, per dire che le modalità della morte "ristretta" di suo fratello non erano convincenti, che non voleva una verità, ma la verità, ne aveva diritto. Come ha fatto Patrizia, la mamma di Federico Aldrovandi, lo studente di Ferrara ucciso dalle botte di quattro poliziotti la notte del 25 marzo 2005. Come ha fatto Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, morto con le ossa rotte nel reparto detentivo di un ospedale romano lo scorso 22 ottobre, come sta facendo anche Lucia Uva, convinta che le lesioni che hanno portato al decesso del fratello Pino in un ospedale di Varese non siano certo classificabili alla voce "atti di autolesionismo".
Oggi si troveranno insieme tutte e tre insieme a Varese, per la prima volta. In attesa di Maddalena e delle altre che ancora non conosciamo. Nella presentazione del convegno sui "diritti negati", organizzato tra gli altri da Libera e Amnesty International, ci si chiede se la sicurezza è davvero un bene per tutti. La risposta, Patrizia, Ilaria e Lucia se la sono andata a prendere. Quando c'è stato da trasformarsi in Davide contro uno Stato-Golia che opponeva versioni di comodo, ambiguità e opacità alla morte di persone che aveva in custodia, sono sempre state le donne a farsi avanti, a mostrarsi per essere ascoltate.
Il sociologo Luigi Manconi, che con il suo lavoro da sottosegretario alla Giustizia e poi da presidente dell'associazione "A Buon diritto" ha avuto una parte importante nel far emergere queste vicende, dice che è una tendenza partita da lontano. Pensare alle mamme del Leoncavallo, che alla fine degli anni Settanta chiedevano giustizia per Fausto e Iaio e più avanti a Daria Bonfietti, instancabile propellente del comitato per le vittime di Ustica. "Si tratta di donne che hanno rifiutato di farsi schiacciare nella dimensione privata. Sono state capaci di trovare forza nell'angolo più intimo della loro anima, dove si gestisce il dolore, e di trasformare quel dolore in una risorsa pubblica, sotto forma di conflitto contro una autorità che proponeva loro verità di comodo. Patrizia, Ilaria e Lucia sono donne che fanno politica, nel senso più alto del termine". Manconi riconosce un momento fondante in queste nuove storie di donne alla ricerca della verità. Era il 2 gennaio 2006, quando Patrizia Aldrovandi pubblicò il primo post sul suo blog dedicato al figlio.
"Non creda che sia esaltante, non creda che alleggerisca il macigno". Oggi è una di quelle giornate così, che Patrizia è triste, una madre non può riempire il vuoto di un figlio che non c'è più con la giustizia avuta in tribunale. "Ci ho pensato anch'io a questa cose che siamo tutte donne" dice la mamma di Federico. "Forse è dovuto a un'esigenza imprescindibile, uterina, al modo che hanno le donne di essere legate alla vita e di non accettare la versione ufficiale sulla morte. Nessuna di noi cerca la solitudine. Io stessa mi affidai al blog per disperazione. Non so se adesso sta cambiando la percezione sui reati commessi dalle forze dell'ordine. Ma spero che la nostra sofferenza abbia aperto gli occhi a qualcuno".
Quando le chiesero di rendere pubbliche le foto del corpo e del volto martoriato di Stefano, Ilaria disse sì, a nome della famiglia. Anche se non le aveva mai viste, anche se era certa che suo fratello non avrebbe mai voluto apparire così. "Ma sarebbe stato il primo a volere giustizia per se stesso. E allora siamo andati avanti. Tra noi, parlo di Patrizia e di Lucia, ci sentiamo spesso. Abbiamo vissuto lo stesso dramma, ci diamo sostegno a vicenda. La chiami pure solidarietà femminile, se vuole".
Cattolica praticante, Ilaria Cucchi dice che la fede l'ha aiutata molto a gestire quella strana mescola di dolore e rabbia che sentiva dentro. "Non volevo che il male che stavo provando rimanesse fine a se stesso. Tutto ciò che ci accede ha un senso, anche per le cose brutte. E io cerco di fare in modo che la storia di Stefano possa servire ad altri".
Ilaria è convinta che non ce l'avrebbe fatta senza il precedente di Patrizia, Lucia Uva sostiene che senza Ilaria non starebbe combattendo questa battaglia per il suo Pino. È una donna semplice e consapevole. Primogenita di cinque figli, i genitori operai che da Trinitapoli, Foggia, sono emigrati sotto le Prealpi a lavorare sodo. L'ira per l'inerzia della Procura di Varese. "Ci trattano come se gli imputati fossimo noi" - si mischia alla consapevolezza di non essere più sola. "Ho seguito l'esempio di queste due amiche" dice. Il coraggio, si sa, è contagioso.

Perugia: 2 giorni di studio sui temi della libertà, con il "Comitato Verità e Giustizia per Aldo Bianzino"

Fonte: Il Messaggero
Il Comitato Verità e Giustizia per Aldo Bianzino, promuove due giorni di confronto e riflessione, su autoritarismo, proibizionismo, carcere e sicurezza venerdì e sabato prossimi "per non dimenticare le vittime del proibizionismo e delle condizioni drammatiche in cui versa l'universo carcerario". Aldo Bianzino è il falegname che morì in carcere nel novembre del 2007, arrestato per il possesso di alcune piante di marijuana. Il comitato continua a chiedere chiarezza sulle modalità con cui
Venerdì alle 17, alla Sala della Vaccara, don Andrea Gallo incontra i familiari e i comitati delle vittime della violenza di Stato Partecipano: i familiari e il Comitato Verità per Aldo Bianzino, i familiari di Stefano Cucchi, Assemblea dei parenti, amici e solidali di Stefano Frapporti, Don Andrea Gallo, Comitato "Amici di Alberto Mercuriali", Cristina Gambini, sorella di Luca, morto nel reparto Spdc di Perugia, Checchino Antonini, giornalista di Liberazione. A seguire serata benefit al Centro Sociale Ex-Mattatoio, Ponte San Giovanni, Perugia
Per sabato è previsto un incontro dalle 9.30 alle 17 alla Casa dell'associazionismo, Via della Viola su "Istituzioni Totali - Carceri - Psichiatria". Partecipano: Nicola Valentino - editrice Sensibili alle foglie Stefano Anastasia - Associazione Antigone, Forum droghe operatori del Cabs (Centro a Bassa Soglia).
Alessandro del comitato Verità per Aldo afferma: "Perugia è un laboratorio avanzato di politiche negative: il centro storico con sempre meno residenti e senza aggregati di quartiere stabili, luogo di promozione di grandi eventi commerciali e territorio sempre più militarizzato". Un secondo forum riguarderà l'informazione "dopata" Il terzo Focus riguarda le "Buone pratiche di riduzione dei rischi e di autodifesa da abusi, repressioni e pestaggi".
Il comitato verità e giustizia per Aldo Bianzino propone due giorni di riflessione e mobilitazione nei quali "decostruire il dogma proibizionista con la messa in movimento di politiche dal basso, la diffusione di strumenti e di percorsi di criticità e consapevolezza, la sperimentazione di buone pratiche di riduzione dei rischi e dei danni, raccontando le nostre città ed i nostri territori".

lunedì 21 giugno 2010

*De Gennaro condannato* a un anno e quattro mesi. Di Massimo Calandri

Il prefetto Gianni De Gennaro è stato condannato ad un anno e quattro mesi di reclusione dalla corte d'appello del tribunale di Genova, che lo ritiene colpevole di istigazione alla falsa testimonianza. Secondo il tribunale De Gennaro convinse il vecchio questore del capoluogo ligure, Francesco Colucci, ad "aggiustare" la sua testimonianza durante il processo per il sanguinario blitz nella scuola Diaz, ultimo capitolo del G8 del 2001. De Gennaro, che nove anni fa era il capo della polizia ed oggi è al vertice del Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza, era stato assolto in primo grado perché le prove di colpevolezza nei suoi confronti non erano state ritenute sufficienti. Alle 14, dopo quattro ore di camera di consiglio, la corte presieduta da Maria Rosaria D'Angelo (giudici a latere Paolo Gallizia e Raffaele Di Gennaro) ha ribaltato la decisione. Il prefetto è colpevole e con lui anche Spartaco Mortola, attuale questore vicario di Torino e durante il G8 numero uno della Digos genovese. Mortola è stato condannato ad un anno e due mesi di reclusione per lo stesso motivo: pure lui avrebbe "suggerito" a Colucci la versione da fornire in aula, raccontando in una maniera diversa quello che era stato il coinvolgimento di De Gennaro nella discussa operazione. Per l'assalto ai 93 no-global della scuola, massacrati di botte ed arrestati illegalmente, Mortola è già stato condannato in appello a 3 anni e 6 mesi di reclusione. In questo secondo processo invece De Gennaro non è mai stato nemmeno indagato. "Siamo sconcertati, esterrefatti. Andremo in Cassazione", è stato il primo commento di Piergiovanni Lunca, avvocato di uno degli imputati. "Finalmente è stato possibile dimostrare che siamo tutti uguali davanti alla legge", gli ha risposto la collega Laura Tartarini, parte civile in questo procedimento. Vale la pena di ricordare che le sentenze di secondo grado per i maxi-processi del G8 si sono tutte chiuse con pesanti condanne nei confronti della polizia. Tutti colpevoli i 44 imputati (funzionari, agenti, ufficiali dell'Arma, generali e guardie carcerarie, militari, medici) per i soprusi e le torture nella caserma di Bolzaneto, dove transitarono almeno 252 no-global fermati durante gli scontri di piazza. Colpevoli anche i picchiatori e i mandanti del massacro nella scuola, a partire dai vertici del Ministero dell'Interno come Giovanni Luperi, attuale responsabile dell'Aisi, l'ex Sisde, condannato a quattro anni di reclusione e Francesco Gratteri, oggi capo dell'Antiterrorismo (stessa pena). Tre anni e otto mesi sono stati inflitti a Gilberto Caldarozzi, che catturò Bernardo Provenzano e ora dirige il Servizio centrale operativo, cinque anni a Vincenzo Canterini, allora numero uno di quella "Celere" romana.

Voltare pagina. Fonte: *Comitato verità e giustizia per Genova*
http://www.reti-invisibili.net/veritaegiustizia/articles/art_14553.html
De Gennaro condannato. Sapeva tutto della Diaz. Di Checchino Antonini
http://www.reti-invisibili.net/veritaegiustizia/articles/art_14560.html
La verità su Genova. Di Giuliano Pisapia
http://www.reti-invisibili.net/veritaegiustizia/articles/art_14561.html
Condannato anche De Gennaro: i giudici riscrivono la storia del G8. Di Massimo Calandri
http://www.reti-invisibili.net/veritaegiustizia/articles/art_14563.html
La rabbia di De Gennaro dopo la sentenza. "Mi dimetto". Ma una telefonata di Letta lo frena. Di Carlo Bonini
http://www.reti-invisibili.net/veritaegiustizia/articles/art_14562.html

Stefano Cucchi, chiesti 13 rinvii a giudizio

La procura di Roma ha chiesto ieri il rinvio a giudizio per tredici tra medici, infermieri e agenti penitenziari accusati di aver provocato la morte di Stefano Cucchi, il geometra di 31 anni morto il 22 ottobre scorso nel repartino penitenziario dell'ospedale Pertini, una settimana dopo il suo arresto per possesso di droga. Sotto processo rischiano di finire, tra gli altri, il responsabile di quel reparto e il direttore dell'ufficio detenuti del provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria. I reati contestati vanno dalle lesioni aggravate all'abuso di autorità, dal falso ideologico all'abuso d'ufficio, dall'abbandono di persona incapace al rifiuto in atti d'ufficio, fino al favoreggiamento ed all'omissione di referto. Il legale dei Cucchi, Fabio Anselmo, annuncia una memoria al gip sull'ipotizzabilità dell'accusa di omicidio preterintenzionale a carico delle guardie penitenziarie. L'avvocato si è detto soddisfatto delle accuse rivolte ai medici, sarebbero "quasi un omicidio volontario"."Siamo contenti che per tutti gli indagati ci sia stata la richiesta di rinvio a giudizio", dice a caldo Ilaria Cucchi, sorella di Stefano che, 24 ore prima è stata premiata con Patrizia Aldrovandi dai giornalisti Articolo 21 per il coraggio nella ricerca di verità e giustizia. Restano fuori dall'indagine i carabinieri che arrestarono il ragazzo e lo interrogarono. Stefano, dopo una notte in guardina, arrivò all'udienza di convalida - secondo la testimonianza di suo padre e la deposizione del militare che lo prelevò quella mattina - che camminava a fatica e aveva il volto segnato. Spulciare le carte dell'inchiesta rinnovrebbe tutti gli interrogativi su quella notte. Forse è per questo che molti cronisti preferiscono chiedere ai genitori solo i filmini di Stefano da bambino.

giovedì 17 giugno 2010

Catania: detenuto di 43 anni si suicida con il gas della bomboletta da camping

Un detenuto del carcere catanese di Bicocca si è suicidato respirando il gas della bomboletta che alimentava un fornelletto da campeggio nella sua cella. Antonio Gaetano Di Marco, 43 anni, piccolo boss di Bronte, era stato condannato per mafia, e aveva altri dieci anni di pena da scontare.

La morte è stata scoperta all’alba dai compagni di cella, con i quali l’uomo aveva guardato ieri sera in tv la partita dalla nazionale. Di Marco, cugino del boss Francesco Montagno Bozzone, l’uomo che Santo Mazzei aveva indicato come rappresentante della commissione provinciale di Cosa Nostra, era depresso dopo che la Procura di Catania aveva ordinato il sequestro dei suoi beni.

Venerdì era stato visitato dallo psichiatra della struttura carceraria, ma il medico non aveva notato segni di peggioramento. Ex detenuto al 41 bis, da mesi era stato ammesso al circuito di alta sicurezza uno: in pratica avrebbe dovuto essere controllato a vista. Per commettere il suicidio, si è coperto con le lenzuola sulla sua branda.

Testimonianze: In carcere oltre 3mila stupri

da: osservatorio sulla repressione

Caro osservatorio, oltre tremila stupri l'anno avvengono dentro le carceri in Italia, questi dati sconvolgenti sono stati evidenziati dall'associazione che si occupa di diritti umani Every One… Un altro dato che impressiona è che dentro le carceri avviene il 40% di stupri che avvengono annualmente in Italia e che molti di essi sono concausa di suicidi e coinvolgono prevalentemente i detenuti più giovani. Questo degli stupri evidenzia ancora di più la drammaticità della vita dentro i nostri penitenziari… In particolare dentro alcuni grandi giudiziari o per non andare lontano, anche qui in Abruzzo dentro una delle sezioni della casa lavoro del carcere di Sulmona (non fatta vedere ad hoc quando ci sono le visite parlamentari o di rappresentanza,) lì c'è il più duro degli inferni… Nelle carceri italiane oramai non prevale più il reinserimento, la formazione, ma tutto nel degrado del sovraffollamento diventa violenza, un così alto numero di stupri deve far riflettere. L'Alta corte dei diritti umani ha già condannato l'Italia diverse volte, ma non cambia nulla. Il governo è immobile dentro i suoi contrasti… Io non condivido la cultura della "sicurezza", intesa come repressione anche di comportamenti che non dovrebbero essere reato… ma anche chi ha la cultura della "sicurezza", che poi sicurezza non è, deve rispettare almeno un minimo la dignità umana per chi sta in carcere, e questo non avviene. O ci sarà una ribellione morale ed etica forte che indurrà le istituzioni preposte a cambiare rotta o tutto precipiterà ancora di più in quel mondo dimenticato che ha il triste primato in Europa per i suicidi e anche per gli stupri.

Giulio Petrilli L'Aquila

“GIU’ LE ZAMPE DALLA SCUOLA”: I COBAS AL COLOSSEO

SI VA VERSO I 25 MILA SCRUTINI BLOCCATI IN TUTTA ITALIA
I dati di questa mattina ci confermano il superamento netto dei 20 mila scrutini bloccati in tutta Italia ed è assai probabile che entro questa sera avremo raggiunto la cifra di 25 mila. Dopo lo straordinario successo, dal 7 al 12 giugno, dello sciopero nelle prime 7 regioni (gli ultimi dati sono di circa 5500 blocchi), ieri ed oggi lo sciopero degli scrutini e di tutte le attività scolastiche indetto dai COBAS ha dilagato nelle Regioni dove maggiore è il numero di docenti ed Ata come Piemonte, Lombardia, Toscana, Lazio, Campania, Sicilia, oltre a Liguria, Valle d’Aosta, Friuli Venezia-Giulia, Abruzzo, Molise, Basilicata e la Provincia di Bolzano. Nel Lazio in serata si arriverà intorno ai 2500 scrutini bloccati (solo a Roma la quota di 1500 è oramai a portata di mano), mentre in Sicilia ci si attende una cifra finale di 2200-2300; il Piemonte raggiungerà molto probabilmente quota 1300, con Torino in primo piano con almeno 800 blocchi; in Campania, Toscana e Lombardia si va da 1200 a 1500 a regione; oltre 800 scrutini fermati in Liguria e quasi 600 in Abruzzo; e circa 3000 mila blocchi sono previsti nelle altre cinque Regioni o province. Tenendo conto che mancano ancora i dati di varie piccole realtà, il traguardo dei 25 mila blocchi è davvero ad un passo.

“Hic sunt leones…hic sunt COBAS”. Ed oggi i COBAS hanno portato la protesta nel luogo-simbolo di Roma ma anche nel monumento forse più famoso al mondo, il Colosseo, per raccontare appunto “urbi et orbi”, come viene devastata ed immiserita la scuola pubblica italiana. Un gruppo di docenti COBAS e del movimento dei precari ha calato dalle balconate del Colosseo uno striscione di 15 metri con la scritta “Giù le zampe dalla scuola”, segnalando la estrema rozzezza e brutalità “animalesca” della distruzione della scuola pubblica, a cui un altro striscione contrapponeva un NO gigante. I comizi e gli slogan, che hanno spiegato alle migliaia di turisti che affluivano cosa sta succedendo alla scuola italiana, e l’esposizione degli striscioni sono durati un’ora e mezzo in un’atmosfera di interesse e solidarietà soprattutto da parte dei tanti gruppi di studenti e giovani in visita al Colosseo.

Nel resto d’Italia va segnalata l’occupazione per alcune ore dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Salerno, nonché le numerose manifestazioni tenutesi davanti agli USP e USR nelle principali città.

Ricordiamo infine gli obiettivi della lotta. I COBAS chiedono che si cancellino i 41 mila tagli e la Finanziaria-massacro, il blocco degli scatti “di anzianità” e dei contratti, il furto delle liquidazioni e l’allungamento dell’età pensionabile, in particolare a 65 anni per le donne; e reclamano l’assunzione a tempo indeterminato dei precari/e, massicci investimenti nella scuola pubblica per il funzionamento degli istituti, l’annullamento della “riforma” delle superiori, la restituzione a tutti/e del diritto di assemblea.

Roma:arresto 3 compagni della " gioventù basca"‏

 Roma: i tre giovani baschi rifiutano l´estradizione in Spagna, confermati gli arresti

Questa mattina presso la Corte d´Appello di Roma si è tenuta l´udienza di convalida dell´arresto dei tre giovani indipendentisti baschi arrestati giovedì mattina mentre volantinavano nei pressi di Palazzo Chigi per chiedere una giusta soluzione del conflitto che oppone il loro popolo alle autorità spagnole. Ai tre ragazzi - assistiti dall´Associazione Giuristi Democratici - il magistrato di turno ha ufficialmente notificato l´ordine di cattura europeo spiccato nel dicembre scorso da Fernando Grande-Marlaska, giudice dell´Audiencia Nacional di Madrid, dopo che erano scampati alla maxi retate del 24 novembre contro collettivi e associazioni della gioventù basca di sinistra. Nei confronti dei tre giovani l´accusa è esclusivamente quella di appartenere all´organizzazione giovanile Segi, messa fuori legge da Madrid nel 2007 in quanto ritenuta emanazione dell´organizzazione armata ETA; nessun altro reato specifico gli viene addebitato, a ulteriore e inequivocabile conferma del carattere tutto politico della persecuzione giudiziaria nei confronti degli attivisti delle organizzazioni della sinistra indipendentista. I tre imputati - detenuti in celle singole in una condizione di semi-isolamento - sono apparsi in buone condizioni e hanno respinto l´estradizione richiesta dalle autorità spagnole; a una domanda da parte del magistrato a proposito della propria nazionalità Zurine Gogenola Goitia ha ribadito di essere basca.Ora la magistratura italiana ha poco più di due settimane per decidere sulla richiesta di estradizione avanzata da Madrid, contro la quale i tre giovani potranno comunque fare ricorso appellandosi alla Corte di Cassazione. > La rete informale di solidarietà che ieri ha realizzato una conferenza stampa davanti all´ingresso principale del carcere di Regina Coeli per denunciare la persecuzione dei giovani baschi e chiedere "che venga loro concesso l´asilo politico" da parte del Governo italiano, nei prossimi giorni è intenzionata a convocare una iniziativa pubblica alla quale invitare giuristi, giornalisti ed esponenti politici affinché sulla vicenda si sviluppi un ampio dibattito anche per cercare di rompere una condizione di censura che sta caratterizzando l´atteggiamento dei principali media del nostro paese.


Incontro Berlusconi-Zapatero: arrestati a Roma 3 giovani indipendentisti baschi
Dopo più di sei mesi di latitanza e ricercati dalla Polizia spagnola, 3 giovani indipendentisti baschi sono stati arrestati dalla Digos poco dopo le 13 davanti a Largo Chigi/ sede del Governo, proprio mentre stavano per iniziare la Conferenza Stampa che aveva per protagonisti il premier iberico Josè Luis Rodriguez Zapatero e quello italiano Silvio Berlusconi. I tre avrebbero cominciato a volantinare sotto la Galleria Alberto Sordi,limitrofa a Palazzo Chigi, e quando hanno tentato di esporre uno striscione sono stati arrestati e portati via dagli agenti della sezione politica della Polizia di Stato mentre qualche giornalista e qualche curioso si avvicinava per capire cosa stava accadendo.Fino alle 20 nessuna informazione esatta è stata fornita dagli inquirenti sulle condizioni degli arrestati, sulle accuse loro rivolte e sul luogo di detenzione mentre per tutto il pomeriggio alcune associazioni basche per la difesa dei diritti umani e le omologhe associazioni italiane di giuristi e avvocati democratici erano mobilitate e anche alcune realtà politiche della capitale stanno riflettendo sull´opportunità di organizzare una assemblea pubblica su quanto accaduto. Secondo un comunicato emesso dalla Questura i tre giovani sarebbero stati rinchiusi nel carcere di Regina Coeli.L´intenzione dei tre giovani - Fermin Martinez Lacunza, Artzai Santesteban Arizkuren e Zurine Gogenola Goitia - era di realizzare una sorta di improvvisata conferenza stampa in Piazza Montecitorio, approfittando dell´interesse creato dalla presenza del leader spagnolo Zapatero, per denunciare una condizione di persecuzione alla quale sono sottoposti i movimenti giovanili baschi di sinistra - per lo più posti fuori legge e colpiti in questi anni da numerose retate- ma ad incontrare i numerosi giornalisti che li aspettavano davanti a Montecitorio i tre baschi non ci sono mai arrivati.I tre erano infatti riusciti a evitare l´arresto lo scorso 24 novembre, quando durante la notte centinaia di agenti dei vari corpi di sicurezza di Madrid avevano realizzato una delle più grandi retate di indipendentisti baschi degli ultimi decenni: in quella che molti media progressisti baschi hanno definito `notte dei lunghi coltelli´ erano stati alla fine 34 i giovani arrestati nei loro domicili in varie località della geografia basca. Molti degli arrestati hanno denunciato intimidazioni nei loro confronti o dei loro familiari e amici, quando non direttamente quelle torture per le quali Madrid è stata più volte messa all´indice dalle istituzioni internazionali che si occupano di tutela dei diritti umani.16 giovani erano invece riusciti a evitare la detenzione, e da quel momento contro tutti loro la magistratura europea ha spiccato un `euro-orden´, un mandato d´arresto valido in tutti i paesi aderenti all´Unione. Già ieri, nella località basca di Senpere, la polizia francese aveva arrestato uno dei 16 scampati all´operazione del 24 novembre. Il giornalista Jon Telleria è stato prelevato intorno alle 11 del mattino nel suo domicilio della piccola località di Iparralde e arrestato. Stamattina, poi, è arrivata la notizia della sua liberazione su ordine del Tribunale di Pau, in attesa di una decisione definitiva che dovrebbe arrivare nei prossimi giorni. Telleria da mesi era uno degli speaker della radio vicina alla sinistra indipendentista basca "Info 7", e da mesi svolgeva una vita normale nonostante contro di lui pendesse l´ordine di arresto. Anche i tre ragazzi arrestati oggi a Roma volevano realizzare un atto pubblico per denunciare la criminalizzazione che colpisce i movimenti giovanili baschi accusati di essere - è questa la tesi che ha contraddistinto negli ultimi anni tutte le retate e i successivi maxiprocessi - il vivaio dell´organizzazione armata ETA. Con la stessa accusa è stata messa fuori legge una organizzazione giovanile di massa come Segi, alla quale sono accusati di appartenere tutti gli arrestati di novembre e i tre di oggi. Hanno scritto Lacunza, Arizkuren e Gogenola nel comunicato inviato ieri ai media: "Siamo i giovani di un popolo oppresso dagli stati spagnolo e francese dell' Europa capitalista. (...) Da decenni Parigi e Madrid non fanno altro che negare la nostra identità e reprimere il nostro popolo con l´obiettivo di farlo scomparire. Per questo hanno adottato una strategia repressiva molto dura contro tutto il movimento di liberazione nazionale basco. Nel Paese Basco le illegalizzazioni di partiti e organizzazioni politiche, le macro retate, la tortura sono all'ordine del giorno ed in questo contesto la gioventù indipendentista è nel mirino degli stati oppressori. Negli ultimi anni centinaia di giovani sono stati arrestati, torturati e incarcerati con la sola accusa di aderire a SEGI. Ma già in passato la Francia e la Spagna hanno usato le accuse più fantasiose e inverosimili per colpire la gioventù basca. Come hanno fatto le precedenti generazioni ci impegnamo a continuare la lotta nonostante la repressione. Riteniamo fondamentale oltre alla nostra lotta, la collaborazione internazionale per esigere che Francia e Spagna mettano fine allo stato di oppressione di cui soffre il popolo basco. (...) Oltre a diffondere la nostra denuncia vogliamo raccogliere il numero maggiore di adesioni possibile ad un appello presente sul sito www.basqueyouth.wordpress.com".

mercoledì 16 giugno 2010

Rissa al presidio di Forza Nuova, due denunciati

Botte tra un militante dell'ultradestra e un ragazzo marocchino, rimasti entrambi lievemente feriti: denunciati entrambi per lesioni. Per il neofascista anche l'aggravante della discriminazione razziale.Dagli slogan alle vie di fatto: il presidio di Forza Nuova in piazza San Pietro a Gallarate si è trasformato in vera e propria rissa, che ha coinvolto più persone e ha portato alla denuncia di un militante neofascista e di un cittadino straniero, rimasti entrambi feriti lievemente. La Polizia di Stato ha ricostruito nel giro di due giorni la dinamica dello scontro verbale e fisico andato in scena nel cuore del centro storico. Sabato pomeriggio uno dei militanti neofascisti ha fatto ricorso alle cure del pronto soccorso (otto giorni di prognosi), dopo essere stato ferito al volto da un cittadino straniero. Domenica mattina lo stesso aggressore si è consegnato ad una volante della Polizia di Stato, confessando le sue responsabilità: si tratta di un ventenne marocchino, residente in un Comune del Gallaratese. Il giovane, tuttavia, ha fornito una versione dei fatti secondo la quale l’aggredito non sarebbe esente da responsabilità: il ragazzo marocchino ha spiegato, infatti, che sabato pomeriggio, mentre si trovava in centro in compagnia di un amico e della ragazza, è stato avvicinato dal militante di Forza Nuova che, in malo modo e a voce particolarmente alta, gli ha ordinato di spostarsi perché doveva affiggere un manifesto proprio in quel posto. Il manifesto, oltre ad un generico invito al tesseramento, riportava il ben noto slogan “prima di tutto gli italiani”. L ’attivista neofascista ha iniziato a provocarlo, con insulti ed intimidazioni , fino ad arrivare a forti spintoni. Questo punto ha reagito sferrando un pugno al volto dell’italiano, ma è stato a sua volta colpito alle spalle da un altro militante di destra che, con un terzo uomo e una donna, completava il gruppetto. La rissa è così rapidamente degenerata: l'attivista ha tentato di colpirlo, insultandolo anche con frasi razziste che facevano riferimento al colore della pelle. E la reazione è stata pronta: il giovane marocchino ha afferrato una zuccheriera prelevata da un tavolino all’esterno di un bar e ha colpito al volto il contendente, fuggendo subito dopo per non essere raggiunto dai suoi compagni. A conferma della dinamica ci sarebbe anche il referto ospedaliero del ragazzo marocchino: al Sant'Antonio Abate gli sono state riscontrate piccole ferite da taglio e contusioni a una mano e agli arti, con prognosi di 5 giorni. Il ragazzo, oltre a consegnarsi alla polizia, ha deciso sporgere querela presso il Commissariato. L’italiano è stato dunque denunciato alla Procura della Repubblica per i reati di violenza privata, ingiuria, minaccia e lesioni personali, aggravate dai motivi di discriminazione razziale. Il ragazzo marocchino è stato invece denunciato per aggressione e lesioni.

Isernia: Sul banco degli imputati l’aggressore di Caranci ·

Il giovane di estrema destra accoltellò il presidente dell’Arci di Isernia. L’Associazione: “E’ anche un processo politico”

L’Arci di Isernia torna a denuncia il preoccupante fenomeno della presenza nel capoluogo Pentro di forze di estrema destra, provocatori naziskin. Un fenomeno non nuovo. Due anni e mezzo fa all’ingresso del Circolo Arci di Isernia si verificò l’accoltellamento del presidente dell’Associazione, Celeste Caranci, e il prossimo 17 giugno verrà celebrato il processo al suo aggressore. “L’evento accadde dopo che in un arco di tempo di alcuni mesi vi erano stati diversi episodi di intimidazione, svastiche disegnate sulla bottega di Celeste, scritte minacciose nel centro storico di Isernia (“infame per te solo lame”), presenza di un gruppo di provocatori naziskin alla Festa dell’Unità nel settembre precedente, in un crescendo sfociato poi nell’aggressione fisica – si afferma in una nota dell’Arci di Isernia - Noi questi avvenimenti li abbiamo denunciati, spesso in solitudine, nell’inerzia e nell’indifferenza della città, siamo stati anche derisi da tanti che non avrebbero dovuto sottovalutare ciò che stava accadendo ed è per questo che siamo diventati il bersaglio da colpire, mettere a tacere o tentare di screditare. In questi due anni il clima politico generale è cambiato, peggiorando sul fronte della violenza e dell’intolleranza: non passa giorno che non arrivi notizia di ferimento o uccisione di ragazzi per “futili motivi” o di poveri barboni addirittura per sadico passatempo, di omosessuali insultati e picchiati e le aggressioni di stampo razzista accompagnano quotidianamente le cronache dei mass-media. La ripulsa e l’indignazione nel Paese a questo degrado civile sono sempre più forti – prosegue la nota dell’Arci - Nella nostra Provincia invece, caso unico in tutta Italia, viene dato ampio risalto nelle cronache dei quotidiani locali a gruppuscoli neofascisti che insultano la memoria dei combattenti per la libertà, arrivando persino a proporre la distruzione del monumento ai Caduti della Resistenza di Rocchetta al Volturno. Noi volontari dell’Arci abbiamo continuato a combattere questa deriva culturale e sociale, proponendo aggregazione, associazionismo e militanza dal basso in favore di temi importanti quali l’interculturalità, la pace, il possesso dei Beni Comuni.Anche in occasione di questo processo faremo lo stesso, ci porremo al servizio della verità, attenti che venga rispettato il principio dell’Antifascismo che è alla base della nostra Costituzione e della nostra convivenza civile, affinché venga rappresentata la parte migliore della città che nella sua trasparenza sia di esempio per tutti i sinceri democratici”. Per queste ragioni secondo l’Arci il processo all’aggressore di Caranci è anche un processo politico, nel senso di polis= città. “E’ importante che le persone siano informate, è importante che i genitori siano informati e partecipi – afferma ancora la nota dell’Arci - Se tuo figlio si riempie di svastiche e “marcia” per la città, significa che è stato soggiogato da qualcuno che lo usa come carne da macello, mentre loro se la godono alla faccia sua. Se fai finta di non vedere, stai proteggendo un disegno criminale che strumentalizza malessere, degrado culturale e ideologie violente per un progetto eversivo al servizio dei potenti e manovratori oscuri. Se, come diceva Andrea Pazienza, tuo figlio a casa all’improvviso comincia ad usare un limone e un cucchiaio, significa che è un drogato, spremuto da spacciatori che di lui si servono e, se credi di proteggerlo con il silenzio, in realtà stai proteggendo loro. Questo è un processo politico – conclude la nota dell’Arci - perché la città di Isernia la deve smettere di ingoiare con spirito di rassegnazione, come se niente possa essere fatto, deve imparare a parlare e denunciare, a dire chi sono coloro che inquinano la convivenza civile in questa falsa isola di tranquillità che, statistiche alla mano, non lo è più da tempo”.

Roma: aggressione alla Garbatella ·

Casetta Rossa, i fondatori denunciano un'aggressione fascista
La denuncia è di Luciano Ummarino, uno dei fondatori dello spazio della Garbatella: "Un gruppo di balordi ha pestato con i caschi un noto attivista della Casetta"

di Redazione - 14/06/2010

Aggressione fascista all'esterno della Casetta Rossa, lo spazio socio-culturale del quartiere Garbatella. A denunciarla è uno dei fondatori dello spazio socio-culturale Luciano Ummarino: "Questa notte un ragazzo è stato vittima dell'ennesima aggressione fascista a Roma. Alle tre di notte alcuni balordi, fermi a bordo di una macchina e di un motorino, lo hanno pestato con i caschi davanti alla Casetta".
"La vittima Roberto", prosegue Ummarino, "è noto nel quartiere come attivista della Casetta e stanotte stava passando di lì per far ritorno a casa quando gli aggressori lo hanno colpito alle spalle. Per fortuna se l'é cavata con solo con un forte spavento e un grande bozzo in testa, ma poteva andare molto peggio".
Il giovane ha riportato una contusione alla nuca, ma non si è rivolto al pronto soccorso. Questo il suo racconto: "Stavo tornando dal lavoro in bici ed ero di passaggio davanti alla Casetta quando una macchina e un motorino mi si sono affiancati, qualcuno mi ha urlato contro zecca e poi sono stato colpito con un casco alla nuca. Lì per lì sono stato colto da una grande confusione".
Gianluca Peciola, consigliere provinciale di Sinistra Ecologia e Libertà e membro del collettivo Casetta Rossa, attacca: "Negli ultimi due anni il quartiere di Garbatella è stato bersaglio di numerose aggressioni fasciste, l'ultima pochi mesi fa davanti al centro sociale La Strada. E' evidente che il clima politico in città sta degenerando e che i gruppi di estrema destra godono di una legittimità che prima non avevano. Mi aspetto una condanna unanime da tutte le forze politiche e auspico che sia fatta piena luce su questa ennesima aggressione squadrista. A Roberto va tutta la mia vicinanza e solidarietà".
da www.romatoday.it

lunedì 14 giugno 2010

Il 14 Giugno del 1928 a Rosario in Argentina nasceva il più grande rivoluzionario della storia.


UN ESEMPIO DI CONDOTTA PER NOI  CHE SIAMO VIVI E CHE MAGARI NAVIGHIAMO SENZA ROTTA !!!
 

La famiglia di Rino Gaetano vuole denunciare Casa Pound

CasaPound: giù le mani da Rino Gaetano

Mentre a Firenze il 26 giugno si terrà un corteo per chiudere ogni spazio mentale e sociale della città al neofascismo e alle prepotenze di CasaPound, anche il nipote di Rino Gaetano – anch’egli musicista – protesta contro l’appropriazione indebita dell’immagine del cantautore crotonese morto il 2 giugno 1981 da parte dei neofascisti di CasaPound.

«Perché Rino – spiega oggi sul “Manifesto” – guardava con simpatia al movimento del ’77, aveva finanziato Radio Onda Rossa ed era anche un lettore del manifesto. [...] È sbagliato utilizzare un artista quando questo non può difendersi perché morto. E non è giusto distorcere le sue canzoni, né strumentalizzarlo e, ancor meno, farlo passare per fascista. Queste persone non hanno umanità e nemmeno i titoli per utilizzare quelle sue immagini, incollandoci sopra dei simboli e organizzando dibattiti in suo ricordo in posti dove si predica il razzismo e l’intolleranza. Sono luoghi di xenofobia mentre Rino Gaetano era uno xenofilo: basti ricordare il canto alla straniera Aida. Comunque, di concerto con la famiglia stiamo valutando la possibilità di adire le vie legali per tutelare l’onore e la reputazione di mio zio».

E basta guardare i disegni di Rino Gaetano acclusi al libro Il cielo è sempre più blu di Massimo Cotto, o ascoltare I miei sogni d’anarchia, per capire che Rino Gaetano era antifascista e quanto di più lontano si possa immaginare dai fasciofalsificatori di CasaPound.

Nell’articolo del “Manifesto” si ricordano le tante appropriazioni furfantesche e manipolatorie dei fasciofuturisti di CasaPound. Capitan Harlock, il pirata libertario creato dalla sapiente mano di Lejii Matsumoto. Poi Jack Kerouac, l’autore di On the road, il padre della Beat generation. Poi Luciano Bianciardi. Poi pure il Che. Tutta gente che non può più difendersi...

Né va dimenticato che per CasaPound la musica di Rino Gaetano rappresenta soprattutto un evento particolare: è stata la loro colonna sonora durante il pestaggio di piazza Navona. Non da oggi diciamo che lo squadrismo simbolico dei fasciofuturisti è complementare al loro squadrismo reale. Usano le canzoni, le immagini, le opere d’arte, il bagaglio culturale come le spranghe tricolori...

Opera, detenuto si impicca in cella. Da gennaio 31 casi DI SUICIDIO nelle carceri italiane

da: la Repubblica

Non si ferma l'escalation di suicidi nelle carceri: due detenuti si sono tolti la vita a Milano e a Lecce. Dall'inizio dell'anno sono 31 le persone che si sono uccise dietro le sbarre. L'Associazione ristretti orizzonti, che si occupa di questioni carcerarie e tiene sotto controllo costante il fenomeno, dice che dagli anni Sessanta a oggi i suicidi sono aumentati del 300 per cento.

Nel carcere milanese di Opera si è ucciso Francisco Caneo, 48 anni, ergastolano originario delle Filippine. Si è impiccato approfittando dell'uscita del compagno di cella per fruire dei passeggi. Caneo era detenuto dallo scorso dicembre, dopo una condanna all'ergastolo per duplice omicidio: nel novembre 2008 aveva ucciso a coltellate una zia e una cugina, con cui viveva in un appartamento a Magenta, nel Milanese.

Venne arrestato qualche ora dopo. Il detenuto, attorno alle 13.30, rimasto solo in cella in quanto il compagno era fuori per l'ora d'aria, si è impiccato con la cintura dell'accappatoio alle sbarre della finestra. Da quanto si è saputo l'uomo, che ha moglie e due figli che vivono nelle Filippine, lavorava presso uno dei laboratori della casa di reclusione e dal primo giugno era stato assunto da una società esterna. "Siamo rimasti colpiti e scossi - ha detto Giacinto Siciliano, direttore di Opera, - perché non aveva dato alcun segnale che facesse pensare a un gesto del genere".

Estate 2010: Coste inquinate balneabili per decreto

Secondo la nuova direttiva europea, a partire da quest'estate, molte località italiane diventano balneabili "per decreto". In altre parole interi tratti di costa vengono dichiarati balneabili, non perché meno inquinati, ma solo perché è cambiata la legge. Legambiente denuncia la questione come un passo indietro in tema di depurazione, che lascia un deficit imbarazzante ad uno dei Paesi più industrializzati al mondo.

“Per l’ultima volta si denunciano le criticità delle acque di balneazione italiane, perché, a partire da quest’anno, il nostro mare e i laghi, seppur ancora inquinati in alcuni tratti di costa, diverrano completamente puliti 'per decreto'. Con il recepimento della nuova direttiva europea che rende più permissivi i criteri per la balneabilità, molte località, infatti, diverranno balneabili, non perché saranno meno inquinate, ma solo perché è cambiata la legge”.

È questa la denuncia di Legambiente in occasione della presentazione del Rapporto sulle acque di balneazione dell'European Environment Agency, che ha analizzato la qualità dell'acqua di tutti i Paesi europei.

“Contrariamente a quanto fatto nel 1982, quando l’Italia scelse la strada della severità e del rigore, costruendo una delle reti di monitoraggio migliori in Europa – ha dichiarato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente – stavolta il nostro Paese ha approfittato dell’opportunità concessa dalla direttiva comunitaria per allargare le maglie sulla balneabilità, a partire dall’estate 2010. Un passo indietro normativo che ha fatto classificare come “eccellenti” alcuni tratti di costa che lo scorso anno venivano dichiarati non balneabili, pur essendo tuttora inquinati. Questo fattore va ad aggravare un deficit storico dell’Italia in tema di depurazione, dal momento che, ancora oggi, il 30% degli italiani – pari a ben 18 milioni di persone – scarica in mare, nei laghi e nei fiumi le acque reflue senza alcun trattamento, causando un problema ambientale che sta costando al nostro Paese una procedura d’infrazione europea. Per risolvere definitivamente i problemi di trattamento delle acque reflue, non servono quindi “colpi di spugna” normativi, ma risorse economiche e nuovi cantieri per colmare quel deficit di depurazione, imbarazzante per il settimo Paese più industrializzato al mondo”.

Sgomberato il "Cloro rosso" di Taranto

Il C.S.O.A. Cloro Rosso di Taranto, da martedì 8 giugno, non ha più una casa. E, molto probabilmente, non avrà più nemmeno un futuro: almeno non nel breve periodo. Taranto perde una struttura che ha provato a rendere questa città un luogo migliore in cui vivere. Il tutto in un’indifferenza quasi generale e in un vuoto politico e istituzionale.

Ma l’8 giugno è solo il giorno dell’atto finale di un’operazione politica che nasce da lontano. Il 18 maggio scorso, il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, firma un’ordinanza «contingibile ed urgente» di sgombero immediato nei confronti del C.S.O.A., dichiarandolo «inagibile», dopo oltre due anni di attività. E’ giusto ricordare che l’occupazione avvenne nella notte tra l’8 e il 9 marzo del 2008 e che da allora il Cloro Rosso ha potuto crescere e svolgere diverse attività, pur incontrando non pochi ostacoli di puro ostruzionismo politico.

Il primo passo è stato il recupero della struttura, fatiscente e abbandonata dal Comune. Una ristrutturazione portata avanti a proprie spese: nel corso di pochi mesi rinacque il giardino circostante, si verniciarono pareti e muri esterni, sorsero dal nulla la palestra sociale, il laboratorio teatrale, la biblioteca popolare, i gruppi di acquisto solidale, i dibattiti, gli spettacoli, i film e la musica, i concerti [oltre 200 gli eventi svolti in appena due anni], l’Internet point, l’attività di volontariato per le categorie meno privilegiate. In più, il Cloro Rosso divenne sin da subito parte attiva e integrante del quartiere, così come esponente in prima linea della vivace lotta ambientale e politica della città.

Nell’aprile del 2008 il Comune tentò qualche timido intervento di ostacolo: prima si decise di assegnare la struttura alla «Direzione Decentramento» degli uffici comunali, poi una delibera «ad hoc? revocò quella stessa decisione, assegnando la struttura al «Gabinetto Sindaco? nell’attesa della “`predisposizione di bando pubblico finalizzato all’affidamento dell’immobile ad associazione o privati». Niente di tutto ciò avvenne.

L’8 settembre 2009 viene effettuata nella struttura una nuova ispezione degli addetti ai Lavori pubblici e Patrimonio del Comune di Taranto, al termine della quale nessun provvedimento é preso. Solo oggi, invece, veniamo a conoscenza del fatto che nel verbale redatto al termine di quella ispezione, il locale fu giudicato «sostanzialmente inagibile sia sotto l’aspetto igienico-sanitario che sotto il profilo della sicurezza, vista la mancanza del certificato di prevenzione incendi». Ma dato che la burocrazia italiana gode di una velocità da bradipo, il verbale approda sui tavoli della Procura con ben 7 mesi di ritardo. Presa visione la magistratura interviene intimando al sindaco lo sgombero immediato della struttura, onde evitare una denuncia ai suoi danni e a quelli del segretario comunale.

Il Sindaco firma l’ordinanza n. 35 di martedì 18 maggio 2010, nella quale dichiara che «sussiste un’attuale situazione di pericolo per la pubblica e privata incolumità che richiede urgente intervento del Comune per la necessità improrogabile di adeguare l’edificio alle vigenti norme di sicurezza pena l’inutilizzabilità dell’immobile per lo svolgimento di qualsiasi attività». Dunque bisogna «sgomberare e lasciar libero l’ex edificio scolastico dalla medesima associazione occupato abusivamente e senza titolo» e «immediatamente cessare qualsiasi attività ivi abusivamente esercitata». E si legge ancora «in caso di inadempimento scatterà la denuncia all’autorità giudiziaria»

Ciò che sconcerta maggiormente però, non è tanto quanto scritto nell’ordinanza ma il protocollo d’intesa che prevedeva l’accollarsi dei lavori da parte del Comune per la messa a norma della struttura e l’assegnazione ad uso temporaneo del cine-tetro Mignon, situato nel quartiere Paolo VI di Taranto. Quel protocollo d’intesa però non vedrà mai la luce. Anche perché il consiglio circoscrizionale del quartiere Paolo VI, ha ribadito l’assoluto e categorico rifiuto ad ospitare i ragazzi del centro sociale nella struttura del cine-teatro, preferendo lasciare il Mignon abbandonato a se stesso.

Ed eccoci all’8 giugno. Alla buon’ora, arriva uno spiegamento di forze dell’ordine imponente: vigili urbani, polizia in assetto anti-sommossa, Digos. In tutto un centinaio di uomini pronti ad effettuare lo sgombero forzato della struttura. La sorpresa dei ragazzi è tanta: perché, se è vero che l’ordinanza di sgombero, scaduti i 10 giorni previsti dalla legge, si è tramutata in un atto di sgombero forzato e immediato, è anche vero che il protocollo d’intesa raggiunto era inteso proprio per evitare un simile triste finale.

Sono diverse le domande che rimangono senza riposta. Dove andranno a finire gli attrezzi della palestra sociale messa in piedi per permettere ad oltre 60 ragazzi di usufruire di un servizio gratuito? Dove troveranno posto i tanti libri che riempivano gli scaffali della biblioteca sociale, che chiunque poteva leggere e prendere in prestito? Ma, soprattutto, cosa ne sarà di quel gruppo di ragazzi che oltre due anni fa ha «sfidato» la politica e la burocrazia della «Molle Tarentum», per provare a dare un segno di svolta alla realtà di questa città?

Gianmario Leone

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