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lunedì 29 marzo 2010

F-35, del super caccia per ora decolla solo il costo

http://www.resistenze.org/ - osservatorio - italia - politica e società - 20-03-10 - n. 311
da www.disarmiamoli.org - (il manifesto, 20 marzo 2010)

La Corte dei conti Usa: prezzo raddoppiato e ritardo di due anni per il progetto internazionale
di Manlio Dinucci

Il costo del cacciabombardiere F-35 Lightning II è lievitato da 50 a 113 milioni di dollari per aereo: ne dà notizia Il Sole 24 Ore (18 marzo). Non è uno scoop: un anno fa avevamo scritto su il manifesto (15 aprile 2009) che «il caccia verrà a costare più del previsto». Lo provava già allora il fatto che, per acquistarne 131, il governo italiano aveva deciso di stanziare 12,9 miliardi di euro.

Ora la Corte dei conti Usa conferma che il costo è quasi raddoppiato e, di fronte un ritardo di due anni e mezzo sui tempi previsti, il Pentagono chiede alla Lockheed di modificare il contratto e trasformarlo a prezzo fisso. Il Congresso dovrà riapprovare il programma - il più costoso della storia militare Usa (323 miliardi di dollari per 2457 aerei) - «benché nessuno si aspetti un suo ridimensionamento».

Nel Parlamento italiano invece tutto tace, grazie al fatto che la partecipazione al programma dell’F-35 è sostenuta da uno schieramento bipartisan. Il primo memorandum d’intesa venne firmato al Pentagono nel 1998 dal governo D’Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi. E nel 2009 è stato di nuovo un governo Berlusconi a deliberare l’acquisto dei 131 caccia che, a onor del vero, era già stato deciso dal governo Prodi nel 2006. L’Italia partecipa al programma dell’F-35 come partner di secondo livello, contribuendo allo sviluppo e alla costruzione del caccia.

Vi sono impegnate oltre 20 industrie, tra cui Alenia Aeronautica, Galileo Avionica, Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre come Aerea e Piaggio. Negli stabilimenti Alenia verranno prodotte oltre 1200 ali dell’F-35. Presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia destinati ai paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica. A tale scopo il governo ha stanziato 605 milioni di euro, presentandolo come un grande affare per l’Italia: non dice però che, mentre i miliardi dei contratti per l’F-35 entrano nelle casse di aziende private, i miliardi per l’acquisto dei caccia escono dalle casse pubbliche.

Intanto l’aeronautica italiana continua a ripetere che «vuole il caccia F-35» e lo stesso fa la marina. Intervistato dal Sole 24 Ore (5 febbraio), il gen. Giuseppe Bernardis, nuovo capo di stato maggiore dell’aeronautica, ha detto che «i soldi per l’acquisto di nuovi velivoli sono sufficienti», ma scarseggiano quelli per l’addestramento.

Per far tornare i conti, l’aeronautica vuole limitare l’acquisto del caccia Eurofighter Typhoon (costruito da un consorzio europeo) a 96 aerei anziché 121, e cerca di vendere una ventina di Typhoon di seconda mano alla Romania e altri paesi. Si dà quindi priorità al caccia della Lockheed, superiore (garantisce Il Sole 24 Ore) per la sua «invisibilità e la sua capacità di attacco». Una scelta non solo militare ma politica, che lega l’Italia ancora più strettamente al carro da guerra del Pentagono.

sabato 27 marzo 2010

FPLP: La posizione degli Stati Uniti in merito a insediamenti e negoziati è una copertura per i crimini dell'occupazione

Tratto da www.pflp.ps/english
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina condanna qualsiasi forma di trattativa con la forza occupante e sostiene che ciò di cui necessita il popolo palestinese sono i fatti e non le parole con gli occupanti. Il 13 marzo 2010, il FPLP ha emesso un comunicato stampa in cui dichiara che le posizioni degli Stati Uniti sulla costruzione degli insediamenti, definiti come un "passo negativo" o "non costruttivo", non convincono più nessuno riguardo la volontà dell'amministrazione statunitense di rispettare il diritto internazionale e i diritti umani, ribadendo inoltre che le cosiddette "trattative" nulla fanno per richiamare gli organismi internazionali alla loro responsabilità di tutela dei diritti fondamentali dei palestinesi e ricordando che gli Stati Uniti rimangono un fondamentale partner strategico del regime sionista.
Il FPLP mette in guardia tutte le forze palestinesi dal prestare fede a tali dichiarazioni, rilevando come esse non siano accompagnate da alcuna azione utile a fermare l'espansione degli insediamenti, gli attacchi su Gerusalemme e le aggressioni contro il nostro popolo. Ha chiesto che tutte le forze che pretendono di rappresentare il popolo palestinese rifiutino qualsiasi forma di negoziato con l'occupante e che agiscano invece impegnandosi nello sforzo unitario e di difesa dei nostri diritti e rivendicazioni nazionali, tra cui l'autodeterminazione, il diritto al ritorno, la sovranità, l'indipendenza e Gerusalemme.

Il Fronte ha ribadito il suo totale rifiuto a piegarsi ai dettami del governo statunitense oppure ad accettarlo come referente, confermando che le sue false promesse e ingannevoli iniziative vengono completamente respinte. Ha chiesto che la presidenza dell'Autorità Palestinese ritiri immediatamente la propria disponibilità a partecipare ai cosiddetti "negoziati indiretti", in palese violazione della decisione assunta dal Consiglio Centrale dell'OLP e della volontà del popolo palestinese.
La compagna Khalida Jarrar, membro dell'Ufficio politico del FPLP, ha dichiarato che la leadership palestinese dovrà ritenersi responsabile di qualunque ritorno ai cosiddetti negoziati "indiretti" o "diretti", aggiungendo che ciò rappresenterebbe una violazione delle disposizioni del Consiglio Centrale Palestinese oltre che della volontà del popolo palestinese. Il Fronte ha sostenuto che chiederà conto di ciò nel prossimo incontro del Consiglio Centrale.

La dichiarazione del Fronte conferma che i sacrifici del nostro popolo e la nostra rivoluzione non saranno sacrificati sull'altare del cosiddetto "processo di pace" e delle "trattative", che fin dal loro inizio sono state un fallimento e nulla più che una copertura per i piani delle forze occupanti, e chiedono invece che tutti agiscano nell'interesse del nostro popolo e respingano queste politiche di dipendenza e sottomissione.

giovedì 4 febbraio 2010

Il muro? Non l'ho visto


Berlusconi: «Giusta la reazione di Israele contro Gaza». Poi incontra Abu Mazen a Betlemme ma non si accorge della barriera dell'apartheid. La palestinese Hanan Ashrawi: scandaloso, prenda ripetizioni di storia

I galloni di alleato più fedele di Israele Silvio Berlusconi non se li è guadagnati ieri mattina alla Knesset, dove ha attaccato il rapporto del giudice dell'Onu Richard Goldstone che ha indagato sulla devastante offensiva israeliana «Piombo fuso» di un anno fa a Gaza in cui sono stati uccisi 1.400 palestinesi, tra i quali centinaia di civili. Non se li è guadagnati accusando la conferenza internazionale «Durban II» di voler «sanzionare Israele con intollerabili accuse di razzismo e di violenza». Quei gradi Berlusconi li ha ottenuti ieri pomeriggio a Betlemme quando, con la bandierina di Israele appuntata sul bavero della giacca, ha penosamente affermato di non aver visto il muro di cemento armato costruito dalle forze armate israeliane intorno alla città palestinese.

«Mi spiace deluderla, ma non me ne sono accorto» ha detto il presidente del consiglio rispondendo a un giornalista che, durante la conferenza stampa congiunta con il presidente dell'Anp Abu Mazen, gli ha chiesto che impressione avesse avuto vedendo e attraversando il muro di cemento mentre andava in auto da Gerusalemme a Betlemme. «Non me ne sono accorto - ha affermato - stavo rimettendo a posto le mie idee, prendendo appunti sulle cose che avrei dovuto dire al presidente incontrandolo». Vergognoso, senza pudore. Berlusconi in fondo avrebbe potuto ripetere le frasi insipide e banali che altri capi di stato e di governo, alleati di ferro di Israele, pronunciano quando fanno riferimento alla barriera di cemento armato in Cisgiordania. Frasi del tipo: «È una misura di sicurezza contro gli attentati, speriamo possa essere rimossa quando si farà la pace nella regione». Invece il capo del governo ha voluto superare tutti anche in questa occasione con dichiarazioni prive di senso. Se gli altri il muro lo giustificano, lui addirittura non lo vede. Neppure il più accanito estremista di destra israeliana ha pronunciato parole tanto gravi sul muro. «È inconcepibile, non riesco a crederci - ha commentato Hanan Ashrawi, una delle personalità palestinesi più note - chi finge di non vedere la realtà, allora non vuole capire cosa sta accadendo in questa terra, non vuole partecipare alla ricerca di una soluzione per questo conflitto. Berlusconi deve andare a lezione di storia, politica e geografia».

Per i palestinesi è un momento davvero difficile, forse il più complesso della loro tormentata storia, dai tempi della Nakba nel 1948. E non solo per l'atteggiamento di coloro, come Silvio Berlusconi, che nel mondo lavorano per negare i loro diritti sanciti dalle risoluzioni internazionali, ma anche per l'assenza di una leadership palestinese in grado di reagire a ciò che accade con dignità, intelligenza e senso strategico. Ieri pesava come un macigno il silenzio di Abu Mazen e del premier Salam Fayyad mentre il primo ministro italiano affermava di «non aver visto il muro» entrando a Betlemme. Sono rimasti muti, immobili. Come se avessero un bavaglio e un cappello in mano per raccogliere il «generoso contributo dell'Italia per il popolo palestinese», che, in realtà è un sostegno finanziario all'Anp affinché non crolli e continui a fare la sua parte nel «mantenimento della legge e dell'ordine» e nella «lotta al terrorismo» in Cisgiordania. Entrambi hanno ascoltato con vivo interesse il disco rotto del «piano Marshall» che Berlusconi mette sul piatto dal 1994 e che, a suo dire, dovrebbe «favorire lo sviluppo e il progresso economico della Terra Santa» e a dare «un'ulteriore spinta per far ripartire i negoziati di pace».

A Betlemme in ogni caso Berlusconi è arrivato come «messaggero» del premier israeliano Netanyahu. Se prima del suo arrivo a Gerusalemme il Cavaliere aveva chiesto a Israele di fermare la colonizzazione, ieri ha detto di aver rivolto un appello «che viene dal cuore», al presidente Abbas (Abu Mazen) affinché torni al tavolo del negoziato», quindi senza porre la condizione di uno stop totale all'espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Non solo, ma dopo aver definito alla Knesset i massacri di un anno fa a Gaza una «giusta reazione d'Israele al terrorismo», ha espresso l'auspicio che i palestinesi «mettano per sempre da parte la cultura della violenza». Come se la violenza venisse solo dal popolo schiacciato dall'occupazione e da da decenni chiede di essere libero. Ha concesso soltanto che «come è giusto piangere le vittime della Shoah, è giusto manifestare dolore per quanto accaduto a Gaza», un anno fa.

Berlusconi ha chiuso in serata la sua visita ufficiale in Israele di tre giorni ed è ripartito per l'Italia, certo di aver conquistato definitivamente gli israeliani con la sua «carpet-diplomacy»: lui, steso come un tappetino, pronto a fare di tutto, senza fiatare, senza mai opporre la più piccola critica, pur di soddisfare tutte le politiche dell'alleato israeliano. Ben 12 applausi hanno sottolineato la sua descrizione di Israele quale «esempio unico di democrazia in Medio Oriente», i suoi appelli alla lotta all'antisemitismo misti ad attacchi al programma nucleare iraniano, le sue espressioni di amicizia «franca, aperta e reciproca» che «non è solo vicinanza verbale, non è solo diplomazia, è un moto dell'anima e viene dal cuore». I leader israeliani lo hanno omaggiato, ringraziato in ogni modo. Netanyahu ha anche esaltato la madre del primo ministro italiano, la signora Rosa Bossi, definendola un'eroina che salvò una ragazza ebrea da un ufficiale tedesco che la stava arrestando. Il capo dello stato israeliano Shimon Peres ha definito Berlusconi «il leader più solare fra tutti quelli che ho conosciuto». Il Cavaliere lo ha ricambiato, non mancando durante il pranzo di gala nella residenza del presidente di raccontare le sue barzellette che non fanno ridere.

lunedì 1 febbraio 2010

Difesa spa, una nuova agenzia per il business delle spese militari

Una società controllata dal ministero per gestire gli acquisti delle Forze armate.Solo le armi resteranno fuori.
ROMA - Le polemiche si sono riaccese quando la Cavour ha levato le ancore per far rotta verso Haiti. Perché mai, si sono chiesti in molti nelle Forze armate, mandare una portaerei a portare aiuti? Non era meglio spedire i C-130 per operare subito sul campo e magari risparmiare qualcosa per evitare i tagli all'ordinaria amministrazione, dall'addestramento ai pezzi di ricambio? La prima spiegazione era quasi accettabile: la Cavour deve muoversi comunque. Meglio usarla per Haiti che farla girare invano nel Mediterraneo, anche pagando ricche indennità di missione all'equipaggio. Però poi qualche alto graduato ammetteva: è un prodotto della tecnologia italiana, farlo vedere significa procurare affari.Persino la tappa in Brasile sembra ideata solo per far vedere la portaerei ai rappresentanti di un governo molto interessato. In altre parole, i clienti vengono prima dei terremotati. Il viaggio umanitario verso Haiti, insomma, sarebbe solo l'ultima tappa di un progressivo allontanamento delle scelte militari dall'interesse nazionale diretto, per privilegiare piuttosto esigenze industriali.Per gli esperti la tendenza è evidente. È passata per la pervicacia nel seguire i piani di produzione del costosissimo cacciabombardiere F-35, o Jsf, concepito per le esigenze della guerra fredda (può compiere missioni di bombardamento con obiettivi lontanissimi, ovvero era stato ideato per colpire Mosca) e oggi inutile: "In un momento di crisi quegli oltre 13 miliardi potevano andare in elicotteri, più utili per le missioni di pace, o magari anche per jet intercettori più utili, come gli Eurofighter", dice Massimo Paolicelli, coautore del libro "Il caro armato".
Ma il punto di non ritorno in un processo che ieri Eugenio Scalfari definiva "il disossamento dello Stato", è la nascita di Difesa Servizi Spa, "primo passo dello sgretolamento della Pubblica amministrazione", come l'ha chiamato il capogruppo pd alla Camera Gian Piero Scanu. Concepita con un disegno di legge e poi inserita con cinque commi nella legge finanziaria per superare le perplessità nella stessa maggioranza, dall'inizio dell'anno l'azienda a cui verrà affidata gran parte dell'attività della Difesa è una realtà, almeno sulla carta. Mancano i decreti di attuazione, che devono arrivare entro metà febbraio, ma il processo è avviato.Alla Difesa spa andrà la responsabilità di ogni acquisto per le Forze armate, armamenti esclusi. Le decisioni saranno prese dal consiglio di amministrazione, otto membri di scelta ministeriale, che dovranno rendere conto solo al ministro, per un budget fra i tre e i cinque miliardi di euro. Il meccanismo spazza via ogni criterio di trasparenza: la Corte dei Conti potrà intervenire solo in caso di comportamenti penalmente rilevanti (in sostanza, di dolo conclamato), mentre non è ben chiaro che cosa succederà se la Difesa spa dovesse andare in perdita.L'azienda ha il potere di inserire nelle strutture militari anche impianti energetici, senza limitazioni legate alle esigenze delle Forze armate: in parole povere, potrebbe far eseguire la costruzione delle centrali nucleari all'interno delle caserme, senza preoccuparsi di ottenere autorizzazioni dagli enti locali e scavalcando ogni discussione. La Difesa spa curerà anche non meglio definite "sponsorizzazioni": un termine che inevitabilmente propone immagini di blindati in missione sulle montagne dell'Afghanistan colorati come le monoposto di formula 1, o cacciatorpediniere colorati come le barche della Coppa America, idee molto lontane dalla tradizione delle Forze armate.Ma il vero affare è quello del mattone: la Difesa spa gestirà anche le dismissioni immobiliari, con lo scopo dichiarato di recuperare danaro per le spese militari. Ad affiancarla, secondo i piani del governo, saranno società di gestione del risparmio, che dovranno valorizzare il patrimonio della Difesa creando dei fondi di investimento e vendendone i titoli, per poi rimborsare all'erario il valore di partenza degli impianti venduti e versare alla Difesa le plusvalenze.Il meccanismo ha già trovato un intoppo: per garantire la creazione di queste plusvalenze, a fianco dell'inevitabile cambiamento di destinazione d'uso dei beni immobili era prevista la possibilità di un ampliamento della volumetria pari al 30 per cento, anche qui scavalcando ogni autorizzazione, compresa quella sull'impatto ambientale. Un nuovo scempio, bloccato però come incostituzionale dai giudici della Consulta.

di GIAMPAOLO CADALANU
fonte:REPUBBLICA.IT

martedì 26 gennaio 2010

Bertolaso smentito da Frattini e irriso dalla Clinton «Chiacchiere da bar sport»

Il segretario di Stato Hillary Clinton ironizza sulle accuse fatte dal sottosegretario alla Protezione civile, Guido Bertolaso, sulla gestione statunitense degli aiuti in Italia. «Mi sembrano quelle polemiche che si fanno il lunedì dopo le partite di football» ha dichiarato il capo della diplomazia Usa replicando alle parole di Bertolaso.
Il ministro Frattini ha incontrato proprio oggi Hillary Clinton ed è stato preso alla sprovvista dall'intemerata del capo della Protezione Civile. «Bertolaso ha fatto proposte importanti al governo e al presidente di Haiti sulla sorte di tanti bambini e sulle linee di evacuazione. Poi qualcuno gli ha chiesto di parlare da giornalista e lui ha attaccato frontalmente l'America e le organizzazioni internazionali. In queste ultime dichiarazioni il governo italiano non si riconosce», ha detto imbarazzato il ministro degli esteri. Le parole critiche sui soccorsi prestati alle popolazioni di Haiti «sono probabilmente state dettate da un fattore emotivo. Questo aspetto infatti conta molto quando si è in situazioni di vera tragedia come quella di Haiti».
Frattini ha sottolineato: «Non vogliamo processi del lunedì», formula usata dalla stessa Clinton per liquidare le polemiche italiane, «processi non devono mai esserci in questi casi». «E se ci sono state parole apparse critiche - prosegue il capo della diplomazia italiana- non era questa l'intenzione del governo. Non vogliamo dare lezioni a nessuno -conclude- ma ci rimbocchiamo le maniche come abbiamo fatto e continueremo a lavorare insieme alle Nazioni Unite e agli Usa».
Bertolaso non ci sta e risponde a muso duro a Frattini. «Respingo l'ipotesi che abbia parlato come reazione emotiva: è noto che sono pagato per stare calmo ma anche per fare le cose per bene». Nessuna marcia indietro nemmeno sulle critiche ai soccorsi. «Non ho attaccato gli Usa, che stanno mettendo in campo uno sforzo importante, ma ho criticato la mancanza di organizzazione, con migliaia di haitiani abbandonati a se stessi». È quanto sottolinea il capo del dipartimento della Protezione Civile, Guido Bertolaso. «Se uno arriva con oltre 15 mila uomini e poi non sa dove andare o cosa fare perchè non c'è nessuno che glielo dice -aggiunge Bertolaso, tornato ieri da una visita di alcuni giorni nell'isola caraibica sconvolta dal terremoto del 12 gennaio- è chiaro che poi si creano i problemi che tutti abbiamo visto».
Intanto a 13 giorni dal sisma che ha devastato Haiti il bilancio delle vittime assume sempre più i contorni di un'ecatombe: la Commissione sanitaria nazionale ritiene che entro oggi il numero dei morti accertati supererà la soglia dei 150mila. «Sotto le macerie potrebbero ancora esserci oltre 200.000 cadaveri», ha detto il ministro della cultura e della comunicazione, Marie-Laurence Jocelyn Lassegue.
Ieri intanto una nuova scossa di terremoto, di magnitudo 4.7. E la terra ha tremato anche alla Guadalupa, isola francese delle Antille. Si continua ancora a scavare: ieri i radar hanno rilevato movimenti sotto le macerie di Port au Prince. Il capo della Protezione civile Guido Bertolaso attacca gli Usa definendo la macchia degli aiuti «patetica» e preoccupata solo d'apparire in tv.
Nel frattempo, il governo nipponico sta valutando l'ipotesi di inviare ad Haiti un contingente del proprio esercito, le Forze di Autodifesa, per aderire alla missione delle Nazioni Unite rafforzata dopo il devastante terremoto. Allo stesso tempo, Tokyo è intenzionata ad aumentare gli aiuti, da 5 a 70 milioni di dollari, per la ricostruzione del Paese.

Haiti: aiuti congiunti Italia e Brasile. Perchè?

Per portare soccorso ai terremotati di Haiti si sono mobilitati tanti Paesi al mondo. Non è stata da meno l’Italia, che con i suoi militari si sta rendendo protagonista di una missione umanitaria congiunta con le forze armate brasiliane, denominata 'White Crane'. L'idea di inviare una nave militare carica di aiuti umanitari in soccorso della popolazione terremotata di Haiti è venuta al ministro della Difesa italiano Ignazio La Russa.

La nave prescelta è stata da subito la portaerei della Marina Militare italiana 'Cavour', salpata lo scorso 19 gennaio da La Spezia con Port Au Prince. La nave dovrebbe raggiungere la sua meta all'inizio del mese prossimo, impiegandoci all'incirca 15 giorni. Questo dopo aver percorso oltre 5mila miglia marine e attraversato l’Oceano Atlantico con il suo carico di aiuti umanitari, offerti dal governo italiano, dal World Food Programme, dalla Croce Rossa Italiana e da altre associazioni umanitarie non governative. Una missione che dovrebbe durare almeno 60 giorni. Nel corso del suo viaggio, la 'Cavour', dopo aver affrontato la lunga attraversata dell'Oceano Atlantico, prima di dirigersi verso Haiti, effettuerà una deviazione verso sud per una sosta tecnica in Brasile. Nel Paese latino americano verrà imbarcato personale sanitario ed elicotteri militari. Una deviazione che ritarderà l’arrivo degli aiuti dall’Italia ad Haiti. E questo, mentre nell’isola caraibica la gente continuerà a morire per la mancanza di medici ed equipaggiamenti sanitari di cui, invece, la nave dispone.Per questo e per altri motivi, sono tante le perplessità e i dubbi scaturiti da questa missione umanitaria resa particolare dalla sua collaborazione con il Brasile e proprio per questo l’iniziativa ha suscitato numerosi interrogativi.Dopo l’iniziale ‘naufragio’ dell’idea del ministro della Difesa La Russa, ‘varata’ pochi giorni dopo il sisma, di inviare una nave militare in soccorso della popolazione terremotata di Haiti per il suo alto costo, la proposta è poi riemersa venendo 'accolta' con favore anche dal governo italiano, presidente del Consiglio in testa. Oltre il 90 percento del costo della missione umanitaria italiana ad Haiti sarà coperto dalle aziende Finmeccanica, Fincantieri, Eni e altre che lavorano con le Forze armate italiane. Questa la svolta annunciata dal ministro della Difesa. Il quale precisava, che anche che il costo complessivo della missione non era quantificabile perchè dipenderà dalla sua durata e, a secondo se la nave starà ferma in porto o in navigazione, il costo giornaliero oscillerà tra i 100 e i 200 mila euro. Quello che più inciderà maggiormente sarà il carburante, si stima di almeno il 40 percento. La portaerei infatti, che ha una velocità massima di 28 nodi, per ogni ora di navigazione consuma ben 25mila litri di carburante e con un pieno compie 7mila miglia marine.
Quello che in primis ha suscitato in tanti molta curiosità è il perché di una sponsorizzazione privata in una missione umanitaria promossa dal ministero della Difesa e che coinvolge mezzi e personale militare. Inoltre, ha sorpreso anche la 'strana' collaborazione con il Brasile, sulla cui natura il ministro della Difesa italiano ha parlato solo di operazione congiunta con il ministero della Difesa brasiliano, senza però specificare la necessità e l'origine di tale patnership. Tuttavia dove sia la convenienza in tale collaborazione, non è data a sapere. In effetti il contributo alla missione umanitaria dal Brasile è praticamente irrisorio quanto inutile. Questo in quanto l'Italia poteva benissimo disporre dell'apporto fornito dalle forze armate brasiliane attingendo dalle loro risorse.

Allora sorgono spontanee alcune domande. Perchè questa partnership con il Brasile inutile, quanto dispendiosa? Al posto della portaerei 'Cavour' si sarebbero potuti impiegare altri supporti militari o della Protezione Civile, di cui tanto l'Italia va fiera nel mondo. Due o più aerei da trasporto ad esempio avrebbero impiegato meno tempo e sarebbero costati molto di meno. Oppure facendo prevalere lo spirito di popolo di navigatori degli italiani, si sarebbe potuto ricorrere all'ausilio di una delle tante navi anfibie che la Marina Militare italiana ha in dotazione. Ad esempio la 'San Giusto' che in passato già ha contribuito, in maniera egregia, a missioni di soccorso in caso di calamità naturali nel mondo mentre la Cavour è alla sua prima traversata. Inoltre il costo della missione sarebbe stato molto più contenuto di quello attuale e senza perderci in qualità ed efficienza. Ma a quanto pare, la 'volontà' di voler inviare ad Haiti la 'Cavour' ha prevalso su tutto.

Altro punto ‘oscuro’ della missione umanitaria è il fatto che ha bordo della portaerei sono stati imbarcati anche dei mezzi blindati 'Lince'. Cosa questa non dichiarata al momento della partenza della nave per Haiti. Gli assetti della missione umanitaria resi noti riportavano, oltre alla ‘Task Force umanitaria’, l'imbarco di un'unità di 'Force Protection' composta da alcune decine di fucilieri della marina del 'Battaglione San Marco' e dell'Aeronautica e da una decina di carabinieri. La notizia dei ‘Lince’ a bordo è stata data solo dopo la partenza della nave dallo stesso ministro La Russa quando ha riferito in Commissione difesa del Senato spiegando che i blindati avranno il compito di potenziare la sicurezza in loco.

Perchè il ministro, che ha tanto voluto la partenza della 'Cavour' per Haiti, ha 'dimenticato' di dichiarare anche i 'Lince' imbarcati? Potrebbe esserci un motivo diverso da quello sostenuto del perchè siano stati imbarcati? Dietro a tutto potrebbe esserci un collegamento con il fatto che il Brasile ha in corso forti investimenti nel settore della difesa per aumentare il suo peso in America Latina e con l'Italia sta trattando per l'acquisto di 10 navi, tra fregate, mezzi di pattugliamento e un'imbarcazione multi-uso per la logistica. Con molta probabilità i primi contratti potrebbero essere firmati quando il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, si recherà nel Paese in visita ufficiale il 18 febbraio prossimo. Lo scorso dicembre il governo di Brasilia siglò con l'italiana 'Iveco' un contratto per la fornitura all'Esercito brasiliano di 2.044 veicoli blindati per i prossimi vent'anni. In ballo ci sono commesse per oltre 20 miliardi di dollari, di cui una parte potrebbero andare a Fincantieri, Finmeccanica, Iveco e altre aziende italiane che lavorano per le forze armate. La Francia, lo scorso anno, si è già assicurata un'altra grande commessa per oltre 12 miliardi di dollari. Sono cose queste che vanno costruite nel tempo e pezzo dopo pezzo. Forse il tassello 'Cavour' è l'ultimo che completa il mosaico.

Nell'isola caraibica i compiti di sicurezza sono prerogativa assoluta dei 'caschi blu' della ' Missions des Nationes Unies pour Stabilisation en Haiti', Minustah. Per pura coincidenza circa 1.266 militari della 'Minustah' sono brasiliani e al comando della stessa vi è, dall'aprile scorso, un brasiliano, il maggiore generale Floriano Peixoto Vieira. Appena qualche giorno fa il ministro della Difesa brasiliano, Nelson Jobim si è recato a Port Au Prince per coordinare di persona gli aiuti alle vittime del terremoto inviate dal governo brasiliano. Oltre ad inviare numerosi mezzi pesanti di movimento terra per rimuovere le macerie, il governo di Brasilia ha anche inviato medici e attrezzature mediche. Gli stessi peacekeepers brasiliani della Minustah si sono adoperati ad installare gli ospedali da campo giunti dal loro Paese.

Ed allora sorge spontanea una domanda.Che senso ha per il Brasile inviare altro materiale sanitario e mezzi aerei? E' ancora. Perchè non utilizzare lo stesso canale seguito finora invece, che 'appoggiarsi' all'Italia? Da cosa nasce questa collaborazione tra Italia e Brasile? Quali interessi e vantaggi la spingono? Imbarcare uomini e mezzi brasiliani sulla 'Cavour' potrebbe rivelarsi solo un atto di cortesia dell'Italia nel confronti del Brasile. Eppure i due Paesi appena qualche mese fa sono arrivati allo scontro diplomatico e politico a causa delle tensioni suscitate dal 'caso Battisti '. Anche se finora le proteste italiane sono stati deboli ed inconsistenti comunque si è creato attrito. Che sia questo un modo per appianare le tensioni nate dalla questione? A margine della missione umanitaria congiunta Italia-Brasile infatti, emerge un altro fatto. La scorsa settimana i media del Paese sud americano hanno spiegato che il presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva potrebbe concedere, il prossimo mese di marzo, l'asilo politico per ragioni umanitarie all'ex terrorista rosso Cesare Battisti, aggirando 'elegantemente' la richiesta di estradizione presentata dal governo di Roma a quello di Brasilia.L'Alta Corte brasiliana ha già dato il suo parere favorevole, ma l'ultima parola spetterà al presidente Lula.

Africom, l’ultimo tentativo statunitense di ricolonizzare il continente africano

di Tichaona Nhamoyebonde* - allAfrica.com
Gli USA vogliono impiantare nuove basi militari in Africa
(11/01/10)Gli Stati Uniti vogliono piazzare Africom, un esercito permanente in Africa, per vegliare sugli interessi imperialisti statunitensi e non si fermano di fronte a niente.Alla fine dell’anno scorso il governo USA ha intensificato i suoi sforzi per stabilire l’African Command, l’ultimo strumento della sottile ricolonizzazione dell’Africa.Il generale William E. Garret si è riunito con i responsabili della difesa di tutte le ambasciate africane a Washington per vendere ai loro governi l’idea di un esercito nordamericano in Africa.
Gli ultimi documenti della Casa Bianca di gennaio indicano che gran parte del lavoro dell’esercito è stato compiuto attraverso l’unità militare con base a Stoccarda, in Germania, e che il resto si è dedicato a trovare un paese africano che ospiti l’esercito e si muova diplomaticamente in tal senso. Liberia e Marocco si sono già offerti di ospitare Africom, mentre la Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe (SADC**) ha invece negato decisamente qualunque disponibilità.
Altri paesi sono rimasti in silenzio. La Liberia ha una lunga relazione con gli Stati Uniti a causa della sua storia di schiavitù, mentre il Marocco, che non appartiene all’Unione Africana e non celebra elezioni, può darsi che abbia bisogno dell’esercito statunitense per reprimere qualunque volontà democratica. Il no del SADC è una piccola vittoria dei popoli africani in lotta per la loro indipendenza totale, ma il resto dei blocchi regionali devono pur arrivare ad una posizione comune, il che è preoccupante.
Lo stesso governo USA ha bisogno di un paese ben più strategico di Marocco e Liberia, giacché l’esercito sarà l’epicentro d’importanti influenze, protettorati politici ed economici. L’altro pericolo è che Africom apra in Africa un campo di battaglia fra USA e gruppi terroristici antistatunitensi.
Africom non è che una cortina di fumo per nascondere gli intenti di garantirsi risorse naturali africane. I dirigenti africani non devono dimenticare che Stati Uniti ed Europa hanno usato più volte la forza militare quale strumento di coercizione politica per assicurarsi che ogni paese sia diretto da persone sottomesse alla disciplina statunitense. Africom permetterà agli USA di allungare ogni suo tentacolo su ciascun paese africano. Ospitare l’esercito USA in Africa ridurrà l’indipendenza militare e segnerà l’accettazione della ricolonizzazione. La domanda fondamentale è: chi toglierà Africom una volta che sia stato piazzato? Con che mezzi?
Sarà superiore sul piano tecnico e finanziario a qualunque esercito di un paese africano e permetterà il cambiamento di regime ovunque gli USA lo vogliano. Inoltre, permetterà di accelerare lo sfruttamento delle risorse africane. Non ci sono dubbi che una volta che l’esercito statunitense sarà piazzato permanentemente in Africa verranno meno tutti i benefici dell’indipendenza. Se i dirigenti africani si piegheranno ora ai desideri statunitensi passeranno alla storia come la generazione politica che fatto vincere il male.
(...) Africom è stato oggetto di controversie da quando l’ex presidente George W. Bush lo ha presentato nel febbraio del 2007. I dirigenti africani non devono dimenticarsi che la politica di Barak Obama rispetto all’Africa e al resto del mondo non è cambiata per nulla, continua a essere una politica di dominio militare.Nessuno vuole parlare dell’impatto che Africom avrebbe sui partiti e i governi minoritari, o sui dirigenti considerati infedeli, né del fatto che gli USA potrebbero usare Africom per promuovere dittatori amici.
I programmi di addestramento e di armamento, il trasferimento di armi dall’Ucraina alla Guinea Equatoriale, a Ciad, Etiopia e al governo di transizione somalo, indicano chiaramente l’uso del potere militare per mantenere l’influenza (statunitense) sui governi africani, che continua a essere una priorità del governo USA.
Con la Rivoluzione arancione hanno portato al potere gli attuali dirigenti ucraini, e gli stanno dando carta bianca per fornire armamenti ai conflitti africani. I dirigenti africani devono essere capaci di dimostrare solidarietà e bloccare ogni tentativo USA di costruire basi nella madre patria, a meno che vogliano un nuovo assalto colonizzatore.
Se si permetterà che si piazzi Africom, Kwame Nkrumah, Robert Mugabe, Sam Nujoma, Nelson Mandela, Julius Nyerere, Hastings Kamuzu Banda, Kenneth Kaunda, Augustino Neto e Samora Machel, avranno combattuto guerre di liberazione per niente. Migliaia di africani morti nelle carceri coloniali e sui vari fronti di guerra durante la lotta di liberazione avranno versato il loro sangue per niente.
Perché il gruppo dirigente africano attuale dovrebbe accettare la ricolonizzazione quando tanto è stato imparato dal colonialismo, dall’apartheid e dal razzismo? Perché non rispondono che hanno già un esercito comune, quello dell’Unione Africana? I dirigenti africani non hanno bisogno di profeti marziani per sapere che il fascino statunitense per il petrolio, la guerra contro il terrorismo e l’esercito ora si concentrerà in Africa, dopo l’avventura in Iraq.
*Tichaona Nhamoyebonde è un politologo che risiede a Città del Capo, Sudafrica
**Il SADC (Southern African Development Community) è un’organizzazione intergovernativa creata nel 1979 con sede a Gaborone, Botswana. Il suo fine è rafforzare la cooperazione e l’integrazione politica e militare fra 15 stati dell’Africa australe (Angola, Botswana, Lesotho, Malawi, Mauricio, Mozambico, Namibia, Repubblica Democratica del Congo, Seychelles, Sudafrica, Swaziland, Tanzania, Zambia e Zimbabwe)..

Articolo originale: http://allafrica.com/stories/printable/201001070715.ht...

da Resistenze.org
Ripreso da http://www.rebelion.org/noticia.php?id=98432&titular=a...
Traduzione dallo spagnolo per http://www.resistenze.org/ a cura di F.R. del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

domenica 27 dicembre 2009

Un anno da "piombo fuso"... noi non dimentichiamo, noi non perdoniamo!


Il 27 dicembre 2008 i cieli di Gaza si riempivano di scie bianche luminose: incominciava "Piombo Fuso", una delle più sanguinose operazioni militari che il criminale stato d'Israele abbia mai condotto contro il popolo di Palestina. Quelle scie nel cielo erano le bombe al fosforo bianco usate deliberatamente dall'aviazione israeliana contro la popolazione civile. A questi primi feroci bombardamenti segue, il 3 gennaio 2009, l'invasione di terra che continua a seminare morte e distruzione.
Tutti i fidi sostenitori dei sionisti correvano a censurare le immagini provenienti dalla Striscia, a tentare di nascondere ai nostri occhi quali orribili barbarie venivano commesse, condannando a parole ogni forma di violenza, proprio mentre restavano fermi per dare a Israele il tempo di colpire...
Continuando a raccontarci che Israele si stava solo difendendo da Hamas e dai suoi razzi Quassam – senza precisare che questi razzi, forma disperata di resistenza contro l'occupazione militare della propria terra, negli ultimi otto anni avevano fatto all'incirca 15 morti israeliani, contro le migliaia di palestinesi morti e feriti nello stesso periodo, senza contare i quasi 1500 palestinesi barbaramente uccisi e i 5.000 feriti solamente nei 21 giorni dell'operazione...
Mentre i governi imperialisti di tutto il mondo chiudevano gli occhi (e chi, come i carabinieri italiani, anche il valico di Rafah, contribuendo ad imprigionare la popolazione di Gaza sotto i bombardamenti), forti erano anche le proteste: a Roma un corteo di più di 100.000 persone attraversava le strade della città per chiedere la fine dell'aggressione israeliana, ad Astakos i compagni greci bloccavano una nave carica di armi diretta in Israele, nel Regno Unito si occupavano le facoltà, mentre tutto il mondo arabo scendeva in piazza venendo brutalmente represso dai regimi collaborazionisti.
In quei giorni di massacro furono palesi le politiche genocide dell'imperialismo sionista, che da 61 anni occupa la terra di Palestina perpetrando una sistematica e scientifica strage del suo popolo. Genocide sì: perché alle fasi di attacco “diretto” con azioni militari indiscriminate (bombardamento di scuole, moschee, edifici ONU...), e con armi non convenzionali (bombe al fosforo, bombe DIME, uranio impoverito – strumenti di morte che provocano mutilazioni, malattie a lungo termine, o che devastano il territorio, contaminando persino le falde acquifere...), si aggiunge l'occupazione e l'embargo, un'opera di stermino quotidiano, fatta di lutto, miseria, disoccupazione, checkpoint, assassini mirati, raid notturni, sindromi post-traumatiche, depressioni, suicidi, uso di sostanze stupefacenti per sopportare la realtà...
Oggi, ad un anno dalla strage di mano israeliana e complicità occidentale, noi non vogliamo soltanto ricordare: vogliamo anche far ricordare ai sionisti e ai loro sponsor italiani che la rabbia è ancora viva, che il fuoco della resistenza del popolo palestinese brucia più del loro fosforo. Che non ci rassegneremo a considerare la Palestina un'emergenza umanitaria, ma una questione politica che richiede tutto il nostro impegno, convinti come siamo che non ci potrà mai essere nessuna pace, in Palestina e nel mondo intero, se prima non ci sarà giustizia!

FINO ALLA VITTORIA!


Rete Studenti (Salerno),Collettivo Autorganizzato Universitario (Napoli),Coordinamento II Policlinico (Napoli), Collettivo Politico di Scienze Politiche (Firenze), Collettivo 20 Luglio (Palermo), Politecnico 09 (Bologna), Collettivo Lavori in Corso (Roma), Resistenza Universitaria-Laboratorio politico della Sapienza (Roma), Assemblea di Scienze Politiche (Milano)


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