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sabato 14 maggio 2011

“La vedi quella terra li? Quella terra è mia e non ci posso andare.”

L'8, il 9 ed il 10 di maggio sono stati 3 giorni di raccolta del grano per alcuni contadini di Khuza'a, villaggio vicino al confine con israele nel sud della striscia di Gaza. Per tre giorni essi si sono recati nei campi, partendo molto presto la mattina e raccogliendo i frutti della loro terra. Per 3 giorni dalle torrette automatizzate le forze di occupazione israeliane hanno sparato e per tre giorni i contadini hanno continuato a raccogliere il grano, senza permettere a chi sparava dalle torrette a controllo remoto di impedire loro di recarsi alla propria terra.

L'area dove i contadini, insieme con 3 attivisti internazionali dell'ISM e 5 attivisti palestinesi si sono recati si trovava a circa 450 metri dal confine. Prima della seconda intifada qui venivano coltivati angurie e meloni, c'erano alberi da frutto ed olivi. “venivamo qui a fare barbecue, festeggiare e rilassarci... le jeep israeliane passavano in lontananza ma non ci disturbavano, ci lasciavano in pace.” racconta Akhmad. Oggi gli alberi sono stati sradicati, le piante distrutte. L'unica cosa che si riesce a coltivare, perché non richiede attenzioni continue, è il grano. Però anche il grano necessita di diverse ore di lavoro per essere raccolto, ed i cecchini si divertono a terrorizzare i contadini in queste ore.

L'8 di maggio sui campi oltre agli attivisti erano presenti inizialmente 8 agricoltori, per lo più donne, ma anche un bambino di 13 anni ed una bambina di 7 anni, tutti fratelli e sorelle di una delle famiglie anNajjar risiedenti nel villaggio. Stavano nei loro 10 dunum di terra raccogliendo il grano giallo oro in diverse fascine, quando anche i vicini, svegliatosi, hanno pensato che la presenza di attivisti (stranieri e non) potesse proteggerli nel lavoro, ed hanno deciso si allontanarsi più del solito per raccogliere erbe da dare a mangiare agli animali. Dove finiscono i campi di grano il terreno è incolto e solcato da dune e fossi causati dai bulldozer israeliani, crescono cespugli spinosi e piccole piante che sembrano secche, ma che sono un buon mangime per asini e pecore. Una donna chinata a raccogliere queste erbe alza il volto, allunga il braccio e punta il dito verso una duna a poche decine di metri: “la vedi quella terra li? Quella terra è mia e non ci posso andare.”
E dalle torrette, le forze di occupazione israeliane non hanno tardato a ricordare chi ha il potere di decidere quali terre possano o no coltivare questi contadini: si sono uditi degli spari in aria, divisi in 2 raffiche tra le 7.40 e le 8.30. Prima delle 9:00, improvvisamente e senza preavviso, 3 proiettili sono atterrati a 50 metri o meno da chi stava lavorando la propria terra. Quando qualcuno spara in aria si sente solo un colpo, ma se il proiettile viene nelle tua direzione è possibile sentire il sibilo, ed il colpo dell'atterraggio. Il terreno era sabbioso e quindi, dopo i sibili, si sono levate 3 nuvole di polvere. Vicine, troppo vicine a un gruppo di quasi 20 civili che lavorava in maniera pacifica. Qualche decina di minuti dopo un uomo, inviperito, interrompe la sua raccolta dell'erba per gli animali e indica al di la del confine, dove un trattore sta arando un terreno: “guarda, gli israeliani possono coltivare indisturbati. Noi, invece, se usciamo qui fuori ci sparano contro!”.

Il secondo giorno anche un altro gruppo, sempre legato alla famiglia allargata anNajjar, ha iniziato a raccogliere il grano nella terra vicina, anch'essa che si estende su un'area di 10 dunam. Quindi in tutto erano presenti più di 10 contadini intenti a raccogliere il grano e qualche donna che raccoglieva erbe. Ma quanto possono rendere 10 dunam di terra? Akhmad anNajjar prova a quantificarlo: “in passato ci portavamo a casa 50-60 borse da un kg di grano, adesso ne riusciamo a fare tra le 10 e le 20: non riusciamo a prenderci cura della terra perchè non possiamo raggiungerla, e coltivandola sempre a grano per tanti anni di seguito si impoverisce:la dimensione de chicco è molto molto più piccola di quella che era 10 anni fa!”. Dalle torrette di controllo hanno sparato verso le 7.30 e verso le 8, il movimento di jeep e carri armati al di la del confine si cominciava a fare insistente. Il terzo giorno jeep e carri armati hanno continuato a spostarsi incessantemente, alzando nugoli di polvere in quella terra che oggi è riconosciuta come israeliana. Gli spari non sono mancati. Un uomo ci ha spiegato: “tutti i giorni le jeep israeliane si spostano e fanno i loro balletti al di la della rete. Tutti i giorni sparano. Però quando c'è presenza di internazionali sparano un po' meno.”

Khuza'a è un villaggio di contadini che si trova al sud della striscia di Gaza, nel governatorato di Khan Younis. Il centro di Khuza'a si trova a circa un km dal confine, mentre circa l'80% delle terre coltivabili (per un totale di 2000dunam) si trova in aree dove è alto il rischio di essere colpiti dai proiettili israeliani o in zone in cui l'entità sionista ha unilateralmente proibito l'accesso, la cosiddetta “buffer zone”. Moltissimi dunam non sono possono affatto essere coltivati, e l'accesso stesso ad alcune terre è stato ostruito dalle forze di occupazione. Secondo un rapporto dell'ONU, in tutta la striscia di Gaza le aree coltivabili che rientrano nella “zona ad alto rischio” comprendono il 35% delle terre coltivabili dai palestinesi, e non sono rari i casi di contadini feriti anche gravemente od uccisi mentre si recavano a coltivare la propria terra.


Akmad spiega perchè ancora e di nuovo nonostante tutto lui e la sua famiglia si recano li a raccogliere il grano: “Vogliamo mangiare, vivere e fare una vita normale. Questo è un nostro diritto, questa è la nostra terra, non ce ne andremo, non abbandoneremo i nostri campi, anche se Israele continua a sparare e cercare di intimorirci.”

Grazie Silvia
http://libera-palestina.blogspot.com/)


giovedì 3 marzo 2011

Due feriti il 26 ed un morto il 28 febbraio a Gaza

Stava finendo la bombola del gas in casa e sua moglie doveva cucinare, così Khaled Mohammed ElHsunmy, 37anni, è andato a raccogliere legna. Il posto dove si può trovare legna da ardere è vicino al confine, e lui si trovava a 450 metri dal confine, nelle vicinanze c'era anche un pastore. Non era la prima volta che si recava li a raccogliere legna, succedeva circa una volta al mese... Un cecchino israeliano lo ha colpito con un dum dum (proiettile che esplode all'impatto, proibito dalla convenzione di Ginevra) nella parte bassa della gamba destra, mandando in frantumi sia il perone che la tibia. “In casa siamo 9, il mio figlio maggiore ha 10 anni e la mia figlia maggiore 18. Lavoravo come contadino alla giornata, ma nell'ultimo periodo era difficile trovare lavoro, negli ultimi 2 mesi non mi ha chiamato nessuno.” Ha subito un'operazione i medici hanno dovuto applicare un sostegno esterno per impedire alle ossa di ricalcificarsi nelle posizione sbagliata; probabilmente nel giro di un anno dovrà subire un'altra operazione nella quale preleveranno dei pezzi di ossa dall'anca per posizionarli dove mancano nel perone o nella tibia.

Due persone sono andate a trovare Khaled in ospedale, uno è suo nipote, Bilal Shaban ElHsunmy di 18 anni, che raccoglieva detriti vicino al confine ed è stato ferito da un dum dum l'11 dicembre dell'anno scorso, anche lui ha ancora i sostegni esterni per fissare l'osso nella posizione giusta, ed anche a lui dovranno amputare un pezzo di osso dell'anca per metterlo dove è stato completamente frantumato dal dum dum sparato dal cecchino israeliano. I suoi 2 fratelli maggiori facevano lo stesso lavoro, ed entrambi sono stati feriti dalle forze di occupazione. Adesso nessuno lavora in famiglia.
L'altra persona presente nella stanza è Mohammed Smail ElKhamdaw, 34 anni, vicino di casa di Khaled, ferito il 19 novembre mente raccoglieva detriti al confine. Racconta: “La mia gamba era tenuta insieme solo dalla pelle, le ossa erano completamente andate in frantumi... nessun altro lavora in famiglia, dio ci aiuterà a trovare di che vivere. Mi domandi di lasciare un messaggio? Non ho nessun messaggio. Qualunque messaggio sarebbe inutile, perché tanto Israele continua a fare quel che vuole, qualunque cosa io dica non cambia nulla.”

Israele ha chiamato “buffer-zone” l'area di terreno palestinese compresa nei 300 metri dal confine israeliano, e ne hanno unilateralmente proibito l'ingresso a chiunque non faccia parte delle forze di occupazione. Inoltre, in un'area che secondo un rapporto dell'ONU va dal chilometro ai due chilometri dal confine, i cecchini israeliani sparano spesso ai palestinesi. Il rapporto dell'ONU definisce “no-go zone” l'area fino ai 300 metri e “high risk zone” l'area fino al chilometro e mezzo, due chilometri. Poiché nessuno o quasi nessuno entra più nei 300 metri dal confine, la maggior parte dei casi di persone ferite o uccise nell'ultimo periodo è nell'“high risk area”, sebbene essa non sia chiaramente definita né esplicitamente dichiarata nemmeno dalle forze di occupazione. 

“Erano le 2 del pomeriggio stavo dormendo vicino alla finestra, e vicino a me dormiva anche mia figlia di 18 mesi. Mi sono svegliato terrorizzato da un'esplosione vicinissima, la finestra era andata in frantumi e mia figlia perdeva sangue dalla parte alta della testa, quando l'ho pulita mi sono accorto che c'era un pezzo di vetro conficcato nella pelle, allora la ho portata in ospedale ero molto preoccupato, ha solo un anno e mezzo...li le hanno tolto il vetro e mi hanno spiegato come cambiarle le bende ogni giorno.” Inizia così il racconto di Hiatham Jamal Abo Sharikhi (33 anni) riguardo i fatti avvenuti il 26 febbraio. Le finestre dell'edificio sono andate completamente distrutte, non è più possibile chiudere la porta della terrazza e la casa è completamente piena di vetri: i pavimenti, i tappeti, i materassi, le coperte... Quando i bambini camminavano si continuavano a ferire con i vetri sui tappeti e sul pavimento e per questa ragione la famiglia si è temporaneamente spostata a vivere da dei parenti. L'esplosione è avvenuta a poche decine di metri dall'abitazione di Hitiam, in un ex compound militare colpito talmente tante volte che ormai è ormai vuoto ed abbandonato, ma lo spostamento d'aria è stato sufficiente a distruggere tutti i vetri dell'edificio, dal secondo piano dove abita lui al piano terra dove abita sua madre Shafiah, di 57 anni. “anche io stavo dormendo e sono stata investita dai vetri - racconta – fortunatamente ero protetta da una coperta. Dopo ho visto una grande nube nera alzarsi dal luogo dell'esplosione. Mio figlio sembra forte, ma so che è distrutto per quanto è successo a sua figlia.”

La prima moglie di Hitiam è stata uccisa nel 2007 quando da Beit Lahya stava cercando di raggiungere il marito che si trovava a Gaza, perché la situazione nel nord stava diventando pericolosa. I suoi 2 figli stavano viaggiando con la madre un un'automobile che è stata colpita da una bomba israeliana lanciata nelle vicinanze. La madre e l'autista sono morti, e, quando hanno portato il cadavere della madre all'ospedale, ancora teneva salda la figlia di 15 giorni, ed i medici hanno dovuto faticare per separarla dalla madre. La figlia ferita il 26 febbraio proviene invece dal secondo matrimonio di Hitiam, avvenuto dopo la morte della prima moglie.

Sempre il 26 febbraio più o meno alla stessa ora le bombe israeliane hanno raggiunto il campo profuchi di Burej, fortunatamente senza causare nessun ferito.
  
“Gli avevo detto di non andarci, perchè era troppo vicino al confine e pericoloso, ma lui sosteneva che li c'erano più pietre, e voleva comperare il latte per suo figlio” 
Tareq, cugino di Omar Maruf, ucciso dalle forze di occupazione il 28 febbraio.

Tareq ed Omar stavano raccogliendo pietre, Tareq si trovava a 700 metri dal confine e Omar si era avvicinato fino a 300 metri, per raggiungere un'area dove poteva trovarne di più. Le pietre poi sarebbero state distrutte per farne materiale da costruzione, l'ingresso del quale qui a Gaza è proibito dall'assedio. Omar si trovava fuori dalla vista di Tareq quando dalla torre di controllo hanno iniziato a sparare, Tareq sapeva che il cugino era ferito, ne era certo anche perché con l'ultimo colpo è stato colpito l'asino che tirava il carretto che Omar utilizzava, l'aveva visto cadere. Tareq non poteva avvicinarsi perché gli spari continuavano, e nemmeno l'ambulanza riusciva ad avere il coordinamento con l'esercito israeliano per raggiungere l'area.
Le forze di occupazione hanno continuato a sparare fino alle 11, e nel frattempo i bulldozers stavano scavando un buco attorno al carretto ed all'asino morto.
Alle 2 di pomeriggio la salma di Omar è stata recapitata all'ospedale di Shifa attraverso il valico di Erez. Il corpo presentava una ferita da dum dum (proiettile che esplode all'impatto, vietato dalla convenziona di Ginevra) all'altezza dell'addome, e nessun segno di cure o medicazioni.

Omar, assassinato a vent'anni, lascia una moglie della stessa età ed un bimbo di 2 anni. E tante domande sul perché di un'azione militare che nel suo complesso appare davvero priva di senso ed troppo simile ad un gioco violento, contro un individuo chiaramente disarmato ed inoffensivo.

“Non vogliamo soldi, cibo o vestiti, vogliamo vivere al sicuro. I miei figli si svegliano la notte facendo incubi di spari e morti, la moglie di mio cugino Omar è distrutta dal dolore” conclude Tareq.
Grazie a Silvia
http://libera-palestina.blogspot.com/2011/03/due-feriti-il-26-ed-un-morto-il-28.html

lunedì 25 ottobre 2010

Comunicato stampa di VivaPalestina-Italia

Il convoglio VivaPalestina5, partito il 18 settembre da Londra, e giunto, attraverso Francia, Italia, Grecia, Turchia, a Lattakia (Siria) il 2 ottobre, unendosi con due convogli partiti dal Qatar e da Casablanca, ha atteso 17 giorni in quel porto il visto di entrata in Egitto, via mare. Il convoglio comprende 380 attivisti di oltre 30 paesi, 145 veicoli con aiuti umanitari, essenzialmente medicinali, protesi e materiale didattico, (la delegazione italiana è composta da 14 attivisti di cui 5 dal Piemonte, con aiuti per 50 mila euro, una ambulanza e un´auto medica).
Dopo lunghe trattative e imposizioni egiziane (dal divieto a George Galloway, leader di VivaPalestina, di entrare in Egitto, al blocco del trasporto di cemento, al re-imballaggio su pallets degli aiuti, al rifiuto di entrata per 17 degli attivisti, considerati persone non gradite), ieri sera la nave cargo, con bandiera maltese, è salpata con i veicoli, il carico e solo 30 persone. Tutti gli altri, se non ci saranno ulteriori imposizioni, partiranno con voli charters per El Arish (Egitto) nel pomeriggio.
E´ ormai evidente che dietro questo continuo succedersi di rifiuti all'entrata in Egitto e poi a Gaza del convoglio internazionale c´è l´intervento di Israele di cui il governo egiziano si sta rendendo complice e contro cui i paesi arabi "moderati" fanno molto poco.
Il governo israeliano vuole interrompere questa crescente catena di iniziative umanitarie e politiche (convogli e flottiglie) che stanno denunciando in modo ormai continuativo le politiche israeliane di assedio e blocco quasi totale della popolazione della Striscia di Gaza.Il governo egiziano si presta a questo gioco cercando di logorare la resistenza e la compattezza dei partecipanti al convoglio.
Riteniamo vergognoso che si impedisca l´arrivo di aiuti umanitari ad una popolazione già duramente provata, come quella di Gaza, sotto assedio dal 2006.
Riteniamo intollerabile che l´Egitto impedisca l´esercizio di uno dei diritti fondamentali che le convenzioni internazionali garantiscono a tutti i cittadini, una libera circolazione delle persone attraverso le frontiere di tutti i paesi del mondo. La manovra egiziana appare anche poco accorta: perché una buona parte della sua economia si regge proprio sulla libera circolazione di tutti quei cittadini, moltissimi sono gli italiani, che ogni anno visitano l´Egitto e le sue note località archeologiche.
Possono circolare liberamente i turisti che spendono soldi nei vari tour organizzati, ma sotto controllo, non possono circolare gli attivisti umanitari. Senza parlare degli immigrati clandestini che in Egitto vengono imprigionati se non spesso uccisi.
Turisti sì, attivisti no?
Riteniamo immorale come cittadini `di coscienza´ che giornali e tv non abbiano dato nessuna notizia di questi eventi. Che nessuna voce di intellettuali o accademici, si sia alzata sulla perdurante agonia della popolazione di Gaza.
Numerose iniziative si stanno ora organizzando nel paese per sostenere la missione del Viva Palestina 5, rivolgendosi al ministero degli esteri, alle ambasciate, a parlamentari a sindacati e a tutti i cittadini perché sia garantito il suo compimento.
Domani a Roma si terrà un presidio di solidarietà di fronte all'Ambasciata egiziana.
A Torino si terrà un presidio venerdì 22 ottobre, dalle ore 17, davanti alla RAI in via Verdi per dare maggiori informazioni sul convoglio.


www.resistenze.org - popoli resistenti - palestina - 20-10-10 - n. 336

venerdì 8 ottobre 2010

Per la fine dell'isolamento e la liberazione di Hamad Sa'adat e di tutti i prigionieri palestinesi!‏

5-10 ottobre 2010

Giornate internazionali di mobilitazione per la liberazione di Ahmad Sa'adat e di tutti i progionieri palestinesi!

Proprio in questo periodo in cui la propaganda sionista sferra un forte attacco soprattutto in Italia, con la chiamata del corteo pro-Israele promosso dalla deputata del PdL, e colona, Fiamma Nirenstein ed al quale parteciperanno politici di destra come l'ex premier spagnolo J.M. Aznar, quanto deputati e dirigenti del PD, nonchè giornalisti, "intellettuali", artisti del varietà ed altri, ci sembra importante e necessario che tutti i collettivi, le organizzazioni, i singoli che hanno a cuore la palestina e riescono ancora a restare lucidi di fronte ad una propaganda che sempre più nasconde e legittima la politica di Israele volta a cancellare la Palestina e il popolo palestinese e il sionismo come movimento razzista e coloniale.

Da un anno e mezzo Ahmad Sada'at è prigioniero ed è in completo isolamento nelle carceri israeliene, privato del diritto di vedere i suoi cari e il suo avvocato, di leggere un libro o fumare una sigaretta e passa la sua unica ora d'aria in solitudine, con le manette ai polsi e le caviglie incatenate.

Quali crimini efferati ha compiuto per meritare una simile, disumana, punizione? Il suoi crimini sono considerati dallo Stati d'Israele tra i peggiori, tra i più imperdonabili: essere il segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), organizzazione che da sempre lotta contro l'occupazione Israeliana, non aver riconosciuto il tribunale che lo giudicava in quanto "estensione dell'occupazione illegale, di fronte alla quale si pone il legittimo diritto del nostro popolo a resistervi", non aver mai piegato il capo, non essersi mai rassegnato all'annientamento del suo popolo e al saccheggio della sua terra.

Il caso di Ahmad Sada'at simbolicamente rappresenta la situazione di tutto il popolo palestinese, popolo che è doppiamente prigioniero: imprigionato arbitrariamente nelle carceri, spesso in isolamento, senza processo e senza diritti, rinchiuso nelle prigioni a cielo aperto di Gaza e dei campi profughi, nei quali è impedita ogni libertà di movimento e ogni diritto all'istruzione, alla salute, alla vita.

Questo perchè ai palestinesi non è solo negato il sacrosanto diritto a resistere alla politica terrorista e guerrafondaia di Israele, è negato il diritto stesso all'esistenza. Israele - lo ha dimostrato con l'attacco militare "Piombo fuso" di due anni fa, con l'assalto alla Freedom Flottilla e continua a dimostrarlo insanguinando ogni giorno la Palestina - non si fermerà finchè non avrà portato a termine la sua opera di sterminio del popolo palestinese: sosteniamo chi ogni giorno lotta, dentro e fuori le mura di una prigione, per sabotare questo piano di distruzione e morte.

Contro la retorica della "sicurezza per lo Stato d'Israele": la resistenza è un diritto, non un crimine!

Per la fine dell'isolamento e la liberazione di Hamad Sada'at e di tutti i prigionieri politici palestinesi!



Collettivo Autorganizzato Universitario - Napoli

martedì 7 settembre 2010

raid su Gaza, due morti e diversi feriti

Ieri sera, 5 settembre, aerei F16 hanno sorvolato la Striscia di Gaza attaccando il territorio palestinese assediato.

Il lancio di cinque missili ha puntato su tre tunnel ad ovest del confine con l'Egitto.

Khaled al-Khatib e Salem al-Hatab, di 35 e 20 anni sono rimasti uccisi, e altri sono rimasti feriti.

Un altro attacco ha interessato la zona di al-Khuza'e, ad est di Khan Younes, nel sud della Striscia di Gaza, colpendo un capannone agricolo. Anche qui ci sono stati dei feriti.

Fonti militari israeliane hanno giustificato l'operazione come risposta al lancio di razzi da parte palestinese nel Negev, che non avevano causato danni a cose o persone.

Related Link: http://www.infopal.it/

mercoledì 14 luglio 2010

Nave libica verso Gaza. Israele: non passerà

Un nuovo confronto in alto mare tra una nave libica con aiuti umanitari per la striscia di Gaza e la marina militare israeliana, decisa a impedirle di forzare il blocco marittimo della Striscia. Il nuovo ultimatum scade a mezzanotte.

Il caso è stato oggetto oggi di consultazioni che il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha avuto con un foro informale di sette ministri mentre è vivo il ricordo del mortale arrembaggio della marina a una nave turca di attivisti filopalestinesi, il 31 maggio scorso, dove i militari uccisero nove persone il che suscitò un'ondata di condanne internazionali rivolte allo Stato ebraico.

Per il momento Israele si dichiara deciso a impedire di forzare il blocco marittimo e di raggiungere la striscia di Gaza alla nave, la Amalthea, battente bandiera moldava e salpata ieri dal porto greco di Lavrio con duemila tonnellate di aiuti per la popolazione palestinese.

Lo hanno ribadito oggi anche il ministro della difesa Ehud Barak e altri dirigenti israeliani secondo i quali la nave potrà invece raggiungere indisturbata il porto egiziano di el-Arish (Sinai settentrionale) e scaricare là gli aiuti destinati alla popolazione palestinese. Ieri il ministro degli esteri Avigdor Lieberman aveva contattato i colleghi greco e moldavo per concordare una soluzione in questo senso.

Un rappresentante della Fondazione Gheddafi promotrice dell'iniziativa, Mashallah Zwei, che si trova sulla nave, ha detto che gli organizzatori hanno invece ordinato alla nave di raggiungere Gaza. Il cargo, a quanto risulta, si trova nei pressi Creta e dovrebbe raggiungere la sua destinazione in due giorni circa, se non sarà dirottato prima.

Israele ha però avvertito che se la Amalthea cercherà di forzare il blocco, la marina militare riceverà l'ordine di intercettarla e di condurla nel porto di Ashdod, a sud di Tel Aviv. Israele ha anche assicurato che il carico, dopo essere stato ispezionato per accertarsi che non nasconda materiale bellico, sarà trasferito a Gaza.

A quanto risulta sulla Amalthea ci sono dodici membri di equipaggio e quindici attivisti libici. Un deputato israeliano in contatto con gli organizzatori della spedizione, Ahmed Tibi, ha affermato che l'equipaggio della Amalthea non intende opporre resistenza, nel caso di arrembaggio. Secondo Tibi gli organizzatori sono disposti a consentire alle forze israeliane di ispezionare il carico a bordo della nave. Ma una volta concluse le ispezioni, ha precisato, essi esigono che al cargo sia consentito di raggiungere Gaza.

lunedì 10 maggio 2010

Maggio 1948 – Maggio 2010: 62 anni di Nakba, 62 anni di resistenza del popolo palestinese!

Nel maggio del 1948 nasceva lo stato di Israele. Dietro la retorica secondo cui sarebbe stato il grandioso atto di un popolo di pionieri si nasconde una ben meno edificante realtà: lo stato sionista si fonda sulla pulizia etnica realizzata contro i palestinesi, effettuata con gli omicidi e la deportazione della popolazione locale, con la distruzione di interi villaggi, cancellati da allora dalle mappe geografiche. È per questo che i palestinesi parlano di Nakba (che in arabo vuol dire “catastrofe”).

Una Nakba che fino ad ora non ha avuto fine. Continua giorno dopo giorno, anno dopo anno. Perché di Nakba dobbiamo parlare quando lo stato sionista prosegue imperterrito la costruzione di nuovi e sempre più grandi insediamenti coloniali sul territorio palestinese; quando, realizzando un novello apartheid, segrega la popolazione palestinese in fazzoletti di terra trasformati in prigioni a cielo aperto con tanto di muri di separazione e filo spinato; quando continua l’accaparramento delle risorse idriche della regione; quando massacra la popolazione di Gaza, tramite l’assedio, l’isolamento, i bombardamenti e la guerra; quando seguita nella distruzione delle case, degli ulivi, delle strutture sanitarie palestinesi; quando cerca di realizzare l’inclusione di Gerusalemme nello stato sionista deportando la popolazione araba.

Ma il criminale progetto sionista si scontra da sessant’anni con l’ostinata resistenza di tutto il popolo palestinese che, malgrado i lutti e gli stenti che vive quotidianamente, non ha smesso di innalzare la bandiera della dignità, del diritto ad esistere e a liberarsi dall’occupazione israeliana. La resistenza palestinese non si è mai arresa, benché di fronte si stagli un nemico ben più forte sul piano militare, che per di più gode di un incondizionato appoggio da parte delle potenze imperialiste (e l’Italia gioca in questo scenario un ruolo di primissimo piano). Appoggio che si concretizza negli accordi di cooperazione militare e commerciale, nell’interscambio di tecnologia bellica, nell’invio di contingenti di carabinieri e di forze armate, ma anche nella pedissequa riproduzione della propaganda sionista che criminalizza la legittima lotta di un intero popolo, che persegue la resistenza spacciandola per “terrorismo”.

In questo contesto il silenzio significa complicità con i crimini israeliani. Significa permettere che la Nakba continui. Se vogliamo contribuire alla lotta del popolo palestinese abbiamo il compito di sviluppare la solidarietà internazionale, dando pieno appoggio alla resistenza e denunciando i crimini sionisti; impedendo che abbia successo il tentativo israeliano di cancellare la memoria della Nakba, sia che esso avvenga tramite una legge che rende taboo il solo pronunciare la parola (impedendo ad esempio che sia usato nei libri di testo delle scuole), sia che si compia attraverso il divieto di manifestazioni che commemorino la catastrofe che i palestinesi vivono da più di sessant’anni.



Contro l’occupazione sionista della Palestina!
Per il diritto al ritorno, alla liberazione e all’autodeterminazione del popolo palestinese!
Per la riunificazione della Palestina in uno stato unico, democratico e pluralista!


Rete anticapitalista campana

giovedì 22 aprile 2010

Giornata del Prigioniero. Dal '67 a oggi, 750 mila palestinesi arrestati da Israele.

di 'Abd el-Ghani ash-Shami

Gaza - Infopal. Un nuovo rapporto pubblicato dall'ex prigioniero e ricercatore specializzato sulle questioni dei detenuti palestinesi 'Abd al-Naser Farwana spiega che gli occupanti israeliani, dal 1967, hanno arrestato circa 750.000 palestinesi di ogni parte della Palestina, tra cui circa 12.000 donne e decine di migliaia di ragazzini.

Il rapporto statistico, pubblicato in occasione della Giornata del prigioniero palestinese, che cade ogni anno il 17 aprile, evidenzia che vi sono circa 70.000 prigionieri messi in carcere da Israele a partire dall'Intifada di al-Aqsa (scoppiata il 28 settembre 2000), tra cui si contano circa 850 donne e 8.000 ragazzini.

Farwana chiarisce che gli arresti non si limitano ai membri di una specifica parte politica o di un settore della società, ma interessano tutti, indistintamente, comprendendo bambini, ragazzi, vecchi, ragazze, madri e mogli, malati e invalidi, operai e accademici, parlamentari ed ex ministri, leader politici, sindacali, professionali eccetera.

Farwana osserva perciò che quello di "prigioniero" è, nello specifico lessico palestinese, il termine più chiaro e stabile, essendo ormai entrato a far parte della cultura palestinese, poiché non vi è famiglia palestinese in cui uno o più membri non siano stati arrestati. Pertanto la questione dei prigionieri è diventata una questione centrale per il popolo palestinese, interessando ogni famiglia palestinese.

Farwana rivela nel suo rapporto che il totale dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, al 15 aprile 2010, è di circa 7.000, tra cui 35 donne e 337 ragazzini, oltre a 257 "detenuti amministrativi". Tra costoro, vi sono anche ben 15 parlamentari ed ex ministri, nonché leader politici. Tutti sono distribuiti in circa venti carceri, istituti penitenziari e centri di detenzione, i più noti dei quali sono quelli di Nafha, Rimon, Ashqelon, Beersheba (Bi'r as-Sab'), Hedarim, Jalbu', Shatta, ar-Ramla, ad-Damon, Hisharun, più i penitenziari del Negev, di Ofer, di Megiddo...

Circa 5.110 detenuti (il 73% del totale) scontano pene di diversa durata: 791 prigionieri scontano uno o più ergastoli, 579 sono i prigionieri condannati a pene superiori ai vent'anni e 1.065 scontano pene comprese tra i dieci e i vent'anni.

Ve ne sono poi 1.633 (il 23,3% del totale) in attesa di giudizio, con i "detenuti amministrativi" che sono 257 (il 3,7% del totale), mentre otto sono agli arresti in base alla legge sui combattenti illegali.

Da quando è scoppiata l'Intifada di al-Aqsa, le autorità d'occupazione hanno emesso a carico di palestinesi circa 20.000 condanne alla "detenzione amministrativa", tra nuovi arresti e rinnovi di precedenti arresti, così 257 palestinesi sono ancora in carcere in base a questo tipo di detenzione.
 Continua...

lunedì 19 aprile 2010

FPLP-Compagna Jarrar: la strategia politica palestinese deve sostenere la resistenza del nostro popolo

La compagna Khalida Jarrar, membro dell'Ufficio Politico del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ha chiesto che venga sviluppata una strategia unitaria che rafforzi la resistenza palestinese e respinga il percorso fallimentare e pericoloso dei negoziati con l'occupante.

In un'intervista rilasciata l'8 aprile 2010 al Jerusalem News Net, la compagna Jarrar ha sottolineato l'importanza della lotta politica a livello internazionale, sottolineando come gli Stati Uniti siano un alleato strategico dell'occupante israeliano, e che i tentativi di sostituire al diritto internazionale le loro pretese e imposizioni ai palestinesi devono essere respinti totalmente. Ha chiarito che tali condizioni avvantaggiano solo l'occupante e che il popolo palestinese non ha nulla da guadagnare nel partecipare a simili messinscene.

Ha spiegato che il ritorno ai negoziati "diretti" o "indiretti" rappresenta una concessione alle pressioni e ai diktat statunitensi e israeliani, incoraggiandoli solamente a proseguire nelle loro crescenti pratiche di insediamento, confisca di terra, demolizione di case e arresti, che autorizza e offre una copertura alla loro attuale guerra contro il nostro popolo.

Inoltre, ha sostenuto l'urgenza che i leader politici palestinesi si impegnino nella costruzione della resistenza, dell'unità e della coesione nazionale palestinese sulla base dell'appoggio alla resistenza del nostro popolo e su chiari contenuti nazionali. I leader palestinesi, ha sottolineato, hanno il dovere di sostenere e rafforzare la tenacia del nostro popolo in continuo scontro con un'occupazione criminale, coloniale e razzista.

La compagna Jarrar ha riferito che la riconciliazione interna palestinese resta ad un punto morto, seguitando a mettere in difficoltà il nostro popolo nonostante la sua perseveranza nella lotta contro l'occupante. Ha invocato elezioni per un nuovo Consiglio Nazionale Palestinese che includa tutte le forze, come richiesto nella dichiarazione del Cairo del 2005, che stabilisce un piano per una Organizzazione per la Liberazione della Palestina inclusiva e democratica, per la realizzazione dell'unità tra le forze palestinesi e per una profonda revisione politica che respinga i negoziati e rafforzi la resistenza.


da:http://www.resistenze.org/ - popoli resistenti - palestina - 13-04-10 - n. 314
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

sabato 27 marzo 2010

FPLP: La posizione degli Stati Uniti in merito a insediamenti e negoziati è una copertura per i crimini dell'occupazione

Tratto da www.pflp.ps/english
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina condanna qualsiasi forma di trattativa con la forza occupante e sostiene che ciò di cui necessita il popolo palestinese sono i fatti e non le parole con gli occupanti. Il 13 marzo 2010, il FPLP ha emesso un comunicato stampa in cui dichiara che le posizioni degli Stati Uniti sulla costruzione degli insediamenti, definiti come un "passo negativo" o "non costruttivo", non convincono più nessuno riguardo la volontà dell'amministrazione statunitense di rispettare il diritto internazionale e i diritti umani, ribadendo inoltre che le cosiddette "trattative" nulla fanno per richiamare gli organismi internazionali alla loro responsabilità di tutela dei diritti fondamentali dei palestinesi e ricordando che gli Stati Uniti rimangono un fondamentale partner strategico del regime sionista.
Il FPLP mette in guardia tutte le forze palestinesi dal prestare fede a tali dichiarazioni, rilevando come esse non siano accompagnate da alcuna azione utile a fermare l'espansione degli insediamenti, gli attacchi su Gerusalemme e le aggressioni contro il nostro popolo. Ha chiesto che tutte le forze che pretendono di rappresentare il popolo palestinese rifiutino qualsiasi forma di negoziato con l'occupante e che agiscano invece impegnandosi nello sforzo unitario e di difesa dei nostri diritti e rivendicazioni nazionali, tra cui l'autodeterminazione, il diritto al ritorno, la sovranità, l'indipendenza e Gerusalemme.

Il Fronte ha ribadito il suo totale rifiuto a piegarsi ai dettami del governo statunitense oppure ad accettarlo come referente, confermando che le sue false promesse e ingannevoli iniziative vengono completamente respinte. Ha chiesto che la presidenza dell'Autorità Palestinese ritiri immediatamente la propria disponibilità a partecipare ai cosiddetti "negoziati indiretti", in palese violazione della decisione assunta dal Consiglio Centrale dell'OLP e della volontà del popolo palestinese.
La compagna Khalida Jarrar, membro dell'Ufficio politico del FPLP, ha dichiarato che la leadership palestinese dovrà ritenersi responsabile di qualunque ritorno ai cosiddetti negoziati "indiretti" o "diretti", aggiungendo che ciò rappresenterebbe una violazione delle disposizioni del Consiglio Centrale Palestinese oltre che della volontà del popolo palestinese. Il Fronte ha sostenuto che chiederà conto di ciò nel prossimo incontro del Consiglio Centrale.

La dichiarazione del Fronte conferma che i sacrifici del nostro popolo e la nostra rivoluzione non saranno sacrificati sull'altare del cosiddetto "processo di pace" e delle "trattative", che fin dal loro inizio sono state un fallimento e nulla più che una copertura per i piani delle forze occupanti, e chiedono invece che tutti agiscano nell'interesse del nostro popolo e respingano queste politiche di dipendenza e sottomissione.

venerdì 19 marzo 2010

FPLP: La posizione degli Stati Uniti in merito a insediamenti e negoziati è una copertura per i crimini dell'occupazione

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina condanna qualsiasi forma di trattativa con la forza occupante e sostiene che ciò di cui necessita il popolo palestinese sono i fatti e non le parole con gli occupanti. Il 13 marzo 2010, il FPLP ha emesso un comunicato stampa in cui dichiara che le posizioni degli Stati Uniti sulla costruzione degli insediamenti, definiti come un "passo negativo" o "non costruttivo", non convincono più nessuno riguardo la volontà dell'amministrazione statunitense di rispettare il diritto internazionale e i diritti umani, ribadendo inoltre che le cosiddette "trattative" nulla fanno per richiamare gli organismi internazionali alla loro responsabilità di tutela dei diritti fondamentali dei palestinesi e ricordando che gli Stati Uniti rimangono un fondamentale partner strategico del regime sionista.

Il FPLP mette in guardia tutte le forze palestinesi dal prestare fede a tali dichiarazioni, rilevando come esse non siano accompagnate da alcuna azione utile a fermare l'espansione degli insediamenti, gli attacchi su Gerusalemme e le aggressioni contro il nostro popolo. Ha chiesto che tutte le forze che pretendono di rappresentare il popolo palestinese rifiutino qualsiasi forma di negoziato con l'occupante e che agiscano invece impegnandosi nello sforzo unitario e di difesa dei nostri diritti e rivendicazioni nazionali, tra cui l'autodeterminazione, il diritto al ritorno, la sovranità, l'indipendenza e Gerusalemme.
Il Fronte ha ribadito il suo totale rifiuto a piegarsi ai dettami del governo statunitense oppure ad accettarlo come referente, confermando che le sue false promesse e ingannevoli iniziative vengono completamente respinte. Ha chiesto che la presidenza dell'Autorità Palestinese ritiri immediatamente la propria disponibilità a partecipare ai cosiddetti "negoziati indiretti", in palese violazione della decisione assunta dal Consiglio Centrale dell'OLP e della volontà del popolo palestinese.

La compagna Khalida Jarrar, membro dell'Ufficio politico del FPLP, ha dichiarato che la leadership palestinese dovrà ritenersi responsabile di qualunque ritorno ai cosiddetti negoziati "indiretti" o "diretti", aggiungendo che ciò rappresenterebbe una violazione delle disposizioni del Consiglio Centrale Palestinese oltre che della volontà del popolo palestinese. Il Fronte ha sostenuto che chiederà conto di ciò nel prossimo incontro del Consiglio Centrale.
La dichiarazione del Fronte conferma che i sacrifici del nostro popolo e la nostra rivoluzione non saranno sacrificati sull'altare del cosiddetto "processo di pace" e delle "trattative", che fin dal loro inizio sono state un fallimento e nulla più che una copertura per i piani delle forze occupanti, e chiedono invece che tutti agiscano nell'interesse del nostro popolo e respingano queste politiche di dipendenza e sottomissione.

da FPLP - www.pflp.ps

Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare





venerdì 12 marzo 2010

Israele - Palestina, raid israeliano nel sud della Striscia di Gaza

Da lì era pertito un razzo verso Israele - Il Sud della Striscia è stato obiettivo, nella notte, di un raid aereo israeliano quale risposta all'asserito lancio di un razzo contro il territorio dello stato ebraico. Stando a alcuni testimoni, l'attacco ha provocato molti feriti. Fonti militari israeliane, invece, hanno riferito che è stato distrutto un laboratorio metallurgico nella città di Khan Younes mentre nei pressi di Rafah, al confine con l'Egitto, è stato colpito un tunnel che secondo i militari è usato per il contrabbando. Sempre i militari giustificano il bombardamento adducendo che nella giornata di ieri è stato lanciato un razzo che ha colpito un capannone vuoto in un kibbutz nel sud di Israele senza provocare morti o feriti.

giovedì 4 febbraio 2010

Il muro? Non l'ho visto


Berlusconi: «Giusta la reazione di Israele contro Gaza». Poi incontra Abu Mazen a Betlemme ma non si accorge della barriera dell'apartheid. La palestinese Hanan Ashrawi: scandaloso, prenda ripetizioni di storia

I galloni di alleato più fedele di Israele Silvio Berlusconi non se li è guadagnati ieri mattina alla Knesset, dove ha attaccato il rapporto del giudice dell'Onu Richard Goldstone che ha indagato sulla devastante offensiva israeliana «Piombo fuso» di un anno fa a Gaza in cui sono stati uccisi 1.400 palestinesi, tra i quali centinaia di civili. Non se li è guadagnati accusando la conferenza internazionale «Durban II» di voler «sanzionare Israele con intollerabili accuse di razzismo e di violenza». Quei gradi Berlusconi li ha ottenuti ieri pomeriggio a Betlemme quando, con la bandierina di Israele appuntata sul bavero della giacca, ha penosamente affermato di non aver visto il muro di cemento armato costruito dalle forze armate israeliane intorno alla città palestinese.

«Mi spiace deluderla, ma non me ne sono accorto» ha detto il presidente del consiglio rispondendo a un giornalista che, durante la conferenza stampa congiunta con il presidente dell'Anp Abu Mazen, gli ha chiesto che impressione avesse avuto vedendo e attraversando il muro di cemento mentre andava in auto da Gerusalemme a Betlemme. «Non me ne sono accorto - ha affermato - stavo rimettendo a posto le mie idee, prendendo appunti sulle cose che avrei dovuto dire al presidente incontrandolo». Vergognoso, senza pudore. Berlusconi in fondo avrebbe potuto ripetere le frasi insipide e banali che altri capi di stato e di governo, alleati di ferro di Israele, pronunciano quando fanno riferimento alla barriera di cemento armato in Cisgiordania. Frasi del tipo: «È una misura di sicurezza contro gli attentati, speriamo possa essere rimossa quando si farà la pace nella regione». Invece il capo del governo ha voluto superare tutti anche in questa occasione con dichiarazioni prive di senso. Se gli altri il muro lo giustificano, lui addirittura non lo vede. Neppure il più accanito estremista di destra israeliana ha pronunciato parole tanto gravi sul muro. «È inconcepibile, non riesco a crederci - ha commentato Hanan Ashrawi, una delle personalità palestinesi più note - chi finge di non vedere la realtà, allora non vuole capire cosa sta accadendo in questa terra, non vuole partecipare alla ricerca di una soluzione per questo conflitto. Berlusconi deve andare a lezione di storia, politica e geografia».

Per i palestinesi è un momento davvero difficile, forse il più complesso della loro tormentata storia, dai tempi della Nakba nel 1948. E non solo per l'atteggiamento di coloro, come Silvio Berlusconi, che nel mondo lavorano per negare i loro diritti sanciti dalle risoluzioni internazionali, ma anche per l'assenza di una leadership palestinese in grado di reagire a ciò che accade con dignità, intelligenza e senso strategico. Ieri pesava come un macigno il silenzio di Abu Mazen e del premier Salam Fayyad mentre il primo ministro italiano affermava di «non aver visto il muro» entrando a Betlemme. Sono rimasti muti, immobili. Come se avessero un bavaglio e un cappello in mano per raccogliere il «generoso contributo dell'Italia per il popolo palestinese», che, in realtà è un sostegno finanziario all'Anp affinché non crolli e continui a fare la sua parte nel «mantenimento della legge e dell'ordine» e nella «lotta al terrorismo» in Cisgiordania. Entrambi hanno ascoltato con vivo interesse il disco rotto del «piano Marshall» che Berlusconi mette sul piatto dal 1994 e che, a suo dire, dovrebbe «favorire lo sviluppo e il progresso economico della Terra Santa» e a dare «un'ulteriore spinta per far ripartire i negoziati di pace».

A Betlemme in ogni caso Berlusconi è arrivato come «messaggero» del premier israeliano Netanyahu. Se prima del suo arrivo a Gerusalemme il Cavaliere aveva chiesto a Israele di fermare la colonizzazione, ieri ha detto di aver rivolto un appello «che viene dal cuore», al presidente Abbas (Abu Mazen) affinché torni al tavolo del negoziato», quindi senza porre la condizione di uno stop totale all'espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Non solo, ma dopo aver definito alla Knesset i massacri di un anno fa a Gaza una «giusta reazione d'Israele al terrorismo», ha espresso l'auspicio che i palestinesi «mettano per sempre da parte la cultura della violenza». Come se la violenza venisse solo dal popolo schiacciato dall'occupazione e da da decenni chiede di essere libero. Ha concesso soltanto che «come è giusto piangere le vittime della Shoah, è giusto manifestare dolore per quanto accaduto a Gaza», un anno fa.

Berlusconi ha chiuso in serata la sua visita ufficiale in Israele di tre giorni ed è ripartito per l'Italia, certo di aver conquistato definitivamente gli israeliani con la sua «carpet-diplomacy»: lui, steso come un tappetino, pronto a fare di tutto, senza fiatare, senza mai opporre la più piccola critica, pur di soddisfare tutte le politiche dell'alleato israeliano. Ben 12 applausi hanno sottolineato la sua descrizione di Israele quale «esempio unico di democrazia in Medio Oriente», i suoi appelli alla lotta all'antisemitismo misti ad attacchi al programma nucleare iraniano, le sue espressioni di amicizia «franca, aperta e reciproca» che «non è solo vicinanza verbale, non è solo diplomazia, è un moto dell'anima e viene dal cuore». I leader israeliani lo hanno omaggiato, ringraziato in ogni modo. Netanyahu ha anche esaltato la madre del primo ministro italiano, la signora Rosa Bossi, definendola un'eroina che salvò una ragazza ebrea da un ufficiale tedesco che la stava arrestando. Il capo dello stato israeliano Shimon Peres ha definito Berlusconi «il leader più solare fra tutti quelli che ho conosciuto». Il Cavaliere lo ha ricambiato, non mancando durante il pranzo di gala nella residenza del presidente di raccontare le sue barzellette che non fanno ridere.

venerdì 22 gennaio 2010

Gaza, come una prigione a cielo aperto

Una prigione a cielo aperto. E' l'immagine della Striscia di Gaza che restituiscono gli attivisti napoletani che hanno partecipato alla Freedom March programmata per lo scorso 31 dicembre. Un gruppo partito per osservare da vicino “il pezzo di pianeta più complesso che esiste”. Per portare, ad un anno dall'operazione Piombo Fuso che provocò 1400 morti tra i civili palestinesi, solidarietà e aiuti economici. Raccontano la loro sei giorni al Cairo in una delle aule autogestite dell'Università 'L'Orientale'. Iniziano con una denuncia: “Gaza è ancora sotto assedio”. E propongono un comitato per boicottare i prodotti egiziani e israeliani.
Nell'Aula R5 dell'Orientale si ascolta la testimonianza di Flavia Lepre. Parole di commento alle immagini da lei stessa girate in Egitto. “Ci siamo trovati subito in una situazione difficile, con un clima molto teso. Ci hanno trasportato in un albergo a molti chilometri di distanza dal centro della città. Era pieno di poliziotti anche in borghese. Era difficile comunicare tra noi. Quasi una condizione di clandestinità”. Giorni duri fatti di scontri anche fisici con le autorità egiziane. Con il clima sempre più acceso fino all'esplosione provocata dal divieto egiziano di marciare verso Gaza. “Ci sono stati alcuni scontri. Alla mia compagna di stanza hanno rotto il naso”. E conclude: “Sono delusa, non abbiamo realizzato il nostro obiettivo politico principale ovvero entrare tutti insieme a Gaza. Però questo testimonia che quella città è ancora sotto assedio”.
Tracce della Gaza Freedom March sono sparse anche nella blogosfera napoletana. Sul sito dell'associazione Ya Basta, Vilma e Vittorio hanno pubblicato un diario di viaggio, scritto a quattro mani poche ore dopo il loro ritorno dall'Egitto. Anche loro intervengono nell'aula R5. Raccontano dell'arrivo, dell'incontro con gli altri attivisti. E degli scontri del 29 dicembre in Tahreer Square. “In piazza appena vengono aperti i primi striscioni arrivano decine di poliziotti. Il tutto si svolge velocemente. Accerchiano i manifestanti. Alcuni vengono trascinati via”. Momenti concitati, violenti. “Ci sono anche due feriti italiani. Le forze dell'ordine spintonano, schiacciano verso le balaustre, picchiano finché non riescono a trascinare tutti sul marciapiede”. Poi il ritorno a Napoli, e la consapevolezza che sulla questione mediorientale “non bisogna mai smettere di discutere, di guardare la realtà per quello che è. Cercando di stare fuori da ogni dogma”.
Un impegno che il Cau, il Collettivo Autorganizzato Universitario di Napoli, ha messo ai primi posti del proprio impegno politico. Incontri e dibattiti, proiezioni di documentari e iniziative di solidarietà. Un lavoro che ha dato vita a un dossier sulla Palestina liberamente scaricabile dal loro sito. Trenta agili pagine zeppe di dati e interviste, cronologie e manifesti. Dove si parla dell'uso del fosforo bianco, dell'assedio di Gaza. Senza tralasciare i risvolti psicologici del conflitto, con riferimenti a studi scientifici che sanzionano l'aumento del disagio psicologico e delle patologia mentale tra israeliani e palestinesi. Un sorta di anatomia politica della questione palestinese.
Il prossimo 26 gennaio inizieranno in città una seri di incontri con Ronnie Barkan, attivista israeliano di Anarchists against the wall che si batte da anni per la causa palestinese. Ad ospitare le discussioni la sede dell'ONG CISS
di Carmine Saviano
(repubblica-napoli 21 gennaio 2010)

mercoledì 6 gennaio 2010

Cinquantacinque feriti in Egitto

Cinquantacinque feriti. Questo il bilancio degli scontri scoppiati in Egitto, nel porto di Al Arish. Le forze di sicurezza hanno caricato i militanti di un convoglio umanitario destinato ai palestinesi.


La news della notte della Befana è arrivata anche sui Media italiani, come si confà alla vecchina con il suo carico, caricata:”Cinquantacinque feriti. Questo il bilancio degli scontri scoppiati in Egitto, nel porto di Al Arish. Le forze di sicurezza hanno caricato i militanti di un convoglio umanitario destinato ai palestinesi. La protesta è esplosa quando le autorità egiziane ed israeliane hanno negato ad oltre sessanta mezzi della carovana l’autorizzazione ad entrare nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah. A bordo medicinali e strumenti medici avanzati donati da Paesi europei ed arabi”.

racconto allora lo sviluppo in queste ore. Mando l’unica che stanotte avevo tra le mani, in italiano, del Corriere della Sera:”Attivisti filo palestinesi, guidati dal deputato britannico George Galloway, stanno manifestando questa sera la porto di al Arish contro la decisione dell’Egitto di fare transitare una parte del loro convoglio da Israele prima di entrare a Gaza. Si tratta di quasi 500 persone che hanno bloccato le due entrate del porto con alcuni veicoli, impedendo l’accesso a centinaia di poliziotti”.

Comunica Filippo Bianchetti: “Mi ha appena telefonato Alfredo Tradardi, di ISM-Italia, che con Diana Carminati forma l’ unica coppia di italiani presenti nel convoglio VivaPalestina, diretto dall’ Inghilterra alla striscia di Gaza per partecipare alla Gaza Freedom March e per portare 200 e più automezzi carichi di aiuti.L’ intero convoglio è finalmente giunto al porto di El Arish, cittadina posta a circa 30 km dal valico di Rafah, unico passaggio dal territorio egiziano verso la striscia. Tutti i mezzi e le persone sono raccolti nell’ area del porto.Alfredo e Diana hanno chiesto questo pomeriggio di recarsi dal porto alla cittadina di El Arish, per cenare in un ristorante; avvertiti per telefono da amici, sono ritornati subito al porto, dove hanno visto un grande spiegamento di polizia (in aumento ulteriore) ed ambulanze in entrata ed uscita…”

E arriva la risposta: “incredibile è questa notizia che trasforma gli aggrediti addirittura in aggressori della “pacifica” polizia egiziana ! Non c’è limite alle falsificazioni. Vincenzo Tradardi , in contato diretto con mio fratello presente con la carovana ad Al Arish.”
Nella notte, ma leggo solo ora in questa mattina dell’Epifania: “purtroppo al Jazeera alle 1.15 ha detto che ci sono stati scontri e feriti”.

L’infaticabile Carmela Ieroianni invia il link del sito VivaPalestina che in varie lingue, conferma l’episodio accaduto e invita a scrivere immediatamente alle ambasciate in Egitto del proprio Paese, non ho trovato quello italiano, se mi sforzo qualcosa potrei farlo ma non vorrei disturbare il dibattito in corso sulla via a Craxi, i Convogli Esteri della Farnesina in dirittura d’arrivo ad Hammamet, la difesa dello statista e del socialismo illuminato che lui incrementò in Italia: turberei le paure e i timori che riempiono la stampa, di Noemi per sè e il suo Papi, del principe Filiberto che deve affrontare Sanremo.

E allora desisto ma tento di informarvi e spero che diffondiate. V mando un video che descrive la vita e l’infanzia negata a Gaza dal 2001 in poi, raccontato da giovanissimi palestinesi, per la strada, diviso in 4 parti prima e seconda e terza , l’ultima è inaccessibile. In una, i bambini vendono i giornali commentano le notizie, sembra senza alcuna paura, vanno a scuola sotto i bombardamenti, la vita continua…
Diceva Fabrizio De André in un’ intervista alla trasmissione “Mixer” del 1984: “«Certo, navigando non è che si incontrino soltanto Jamine o tavole imbandite con gatti in salmì spacciati per conigli selvatici, come si dice nella canzone Creuza de mä. Ci si può trovare anche di fronte alla tragedia, magari alla tragedia altrui, anche se condivisa, in quanto fratelli o figli della stessa cultura. È il caso di Sidone, Sidùn in genovese. Sidone è la città libanese che ci ha regalato oltre all’uso delle lettere dell’alfabeto anche l’invenzione del vetro. Me la sono immaginata…”.

Siccome sono stonata e l’Opa è cupa,come quella cantata dalla Brigada Internazionale con Daniele Sepe, scrivo che la vita a Gaza, quella attuale, immaginatela voi, a cavallo di una scopa il 6 gennaio del 2010.



Doriana Goracci
http://www.reset-italia.net/2010/01/06/befana-caricata...

mercoledì 30 dicembre 2009

flash sulla mobilitazione per Gaza

Il convoglio Vivapalestina (150 mezzi, 400 persone) lascerà Aqaba (Giordania) e tornerà in Siria, per imbarcarsi su un ferry messo a disposizione dal governo turco e diretto a El Arish; prima di accettare hanno ricevuto rassicurazioni che potranno entrare nella Striscia con uomini e mezzi, ma chissà...in ogni caso questo non potrà avvenire prima di tre-quattro giorni.

Gli altri attivisti internazionali (1000 persone circa) sono bloccati al Cairo. Agli italiani del forum palestina hanno sequestrato un pullman, oggi hanno protestato per strada, a quanto pare accennando alcuni blocchi stradali.
In Italia, dopo le numerose iniziative di ieri, a Roma stamattina c'è stata una manifestazione davanti all'ente del turismo egiziano e a Torino nel pomeriggio alcune agenzie di viaggi del centro sono state visitate, lanciando il boicottaggio delle mete turistiche egiziane. Siamo andati anche anche alla Etli in via delle Orfane 5, l'agenzia di viaggi della CGIL, che hanno detto che "sono sensibili".


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28/12 Situazione tesa al Cairo per la delegazione della Freedom March.

Nel frattempo un'altra operazione di polizia ha interrotto la commemorazione che stava avvenendo a Al Kasr Nil, principale ponte di collegamento con Zamalek, contro l’invasione israeliana a Gaza. Lo scorso 27 dicembre iniziava a Gaza l’operazione piombo fuso. Con un’ azione simbolica e non violenta la delegazione della Freedom March ha voluto ricordare queste morti legando centinaia di lacci con i nomi delle persone uccise nell’operazione militare dello sorso anno.
Intorno alle 17.00 di ieri diversi attivisti si sono incontrati sul Lungo Nilo. L'idea era quella di noleggiare alcune feluche e andare sul fiume e ricordare gli oltre 1400 morti dell'Operazione Piombo Fuso mettendo delle candele in acqua per ognuna delle vittime. La solerte polizia egiziana era già sul posto. Prima ha proibito l'accesso agli imbarchi e poi ha circondato con numerosi agenti in borghese gli attivisti impedendo loro di muoversi.
Sul marciapiede sono state accese candele e si è iniziato a fare slogan.
La polizia ha chiuso il Presidio con le transenne facendo aumentare intanto il numero dei poliziotti presenti. A chi guardava, fossero giornalisti, fotografi o curiosi, è stato detto di allontanarsi o di stare nello spazio “delimitato”. I manifestanti si ono un poco alla volta allargati sul marciapiede continuamente circondati dalle forze dell'ordine. L'iniziativa è dura un paio d'ore.
Nel fattempo un nutrito gruppo di partecipanti francesi alla Marcia si è dato appuntamento davanti all'Ambasciata francese per aspettare invano le corriere prenotate.
I promotori dell’iniziativa si sono detti rattristati e sconcertati per l’atteggiamento della polizia egiziana e continuano a chiedere che la delegazione possa raggiungere Gaza.

lunedì 28 dicembre 2009

Ultime dalla Palestina...


Anche oggi i contatti telefonici con la delegazione del Forum Palestina sono stati molto fitti, sia per coordinare il collegamento con l'unità di crisi della Farnesina e con l'ambasciata italiana sia per avere notizie sull'evolversi della situazione al Cairo.


Alla Farnesina sono arrivate moltissime telefonate da singoli cittadini, da politici, da giornalisti a sostegno della Gaza Freedom March e i funzionari ci tengono informati dei passi che si stanno facendo per sbloccare la situazione. La trattativa con il governo egiziano è ancora tutta aperta: l'Egitto tuttavia ha confermato ufficialmente la sua volontà di non lasciar partire il gruppo per Gaza (domani sembra sia prevista una visita di Netanyahu al Cairo), perciò dobbiamo continuare a sostenere la degazione e continuare a fare pressione sulle autorità egiziane e su quelle italiane.

Oggi la delegazione del Forum Palestina (che è arrivata al Cairo il 25 dicembre sera) si è divisa i compiti: mentre una parte aveva incontri con l'ambasciata italiana al Cairo, con le autorità egiziane e con rappresentanti delle altre delegazioni, altri membri della delegazione hanno fatto visita all'ospedale "Palestina" del Cairo (dove già si erano recati a marzo in occasione della prima riuscita missione a Gaza); nonostante l'asfissiante presenza delle forze di sicurezza egiane, la delegazione ci racconta di un clima combattivo e determinato. In questo momento la delegazione francese di Europalestine sta tenendo una manifestazione di protesta di fronte all'ambasciata francese, mentre gli italiani si preparano a partire nella notte per Al-Arish.

Chi non è riuscito a partire si è dato appuntamento domani a Roma alle 11.00 in via Bissolati 19, davanti all'Ufficio del turismo egiziano: sono già tanti quelli che hanno assicurato la loro presenza. Domani sarà l'occasione per darci altri appuntamenti. E' importante in questo momento far sentire la nostra voce alle autorità egiziane partendo da un punto di forza; loro stanno appoggiando il blocco israeliano contro Gaza e lo stanno ampliando con la costruzione di un nuovo muro, noi ci battiamo per la fine dell'embargo!

domenica 27 dicembre 2009

Un anno da "piombo fuso"... noi non dimentichiamo, noi non perdoniamo!


Il 27 dicembre 2008 i cieli di Gaza si riempivano di scie bianche luminose: incominciava "Piombo Fuso", una delle più sanguinose operazioni militari che il criminale stato d'Israele abbia mai condotto contro il popolo di Palestina. Quelle scie nel cielo erano le bombe al fosforo bianco usate deliberatamente dall'aviazione israeliana contro la popolazione civile. A questi primi feroci bombardamenti segue, il 3 gennaio 2009, l'invasione di terra che continua a seminare morte e distruzione.
Tutti i fidi sostenitori dei sionisti correvano a censurare le immagini provenienti dalla Striscia, a tentare di nascondere ai nostri occhi quali orribili barbarie venivano commesse, condannando a parole ogni forma di violenza, proprio mentre restavano fermi per dare a Israele il tempo di colpire...
Continuando a raccontarci che Israele si stava solo difendendo da Hamas e dai suoi razzi Quassam – senza precisare che questi razzi, forma disperata di resistenza contro l'occupazione militare della propria terra, negli ultimi otto anni avevano fatto all'incirca 15 morti israeliani, contro le migliaia di palestinesi morti e feriti nello stesso periodo, senza contare i quasi 1500 palestinesi barbaramente uccisi e i 5.000 feriti solamente nei 21 giorni dell'operazione...
Mentre i governi imperialisti di tutto il mondo chiudevano gli occhi (e chi, come i carabinieri italiani, anche il valico di Rafah, contribuendo ad imprigionare la popolazione di Gaza sotto i bombardamenti), forti erano anche le proteste: a Roma un corteo di più di 100.000 persone attraversava le strade della città per chiedere la fine dell'aggressione israeliana, ad Astakos i compagni greci bloccavano una nave carica di armi diretta in Israele, nel Regno Unito si occupavano le facoltà, mentre tutto il mondo arabo scendeva in piazza venendo brutalmente represso dai regimi collaborazionisti.
In quei giorni di massacro furono palesi le politiche genocide dell'imperialismo sionista, che da 61 anni occupa la terra di Palestina perpetrando una sistematica e scientifica strage del suo popolo. Genocide sì: perché alle fasi di attacco “diretto” con azioni militari indiscriminate (bombardamento di scuole, moschee, edifici ONU...), e con armi non convenzionali (bombe al fosforo, bombe DIME, uranio impoverito – strumenti di morte che provocano mutilazioni, malattie a lungo termine, o che devastano il territorio, contaminando persino le falde acquifere...), si aggiunge l'occupazione e l'embargo, un'opera di stermino quotidiano, fatta di lutto, miseria, disoccupazione, checkpoint, assassini mirati, raid notturni, sindromi post-traumatiche, depressioni, suicidi, uso di sostanze stupefacenti per sopportare la realtà...
Oggi, ad un anno dalla strage di mano israeliana e complicità occidentale, noi non vogliamo soltanto ricordare: vogliamo anche far ricordare ai sionisti e ai loro sponsor italiani che la rabbia è ancora viva, che il fuoco della resistenza del popolo palestinese brucia più del loro fosforo. Che non ci rassegneremo a considerare la Palestina un'emergenza umanitaria, ma una questione politica che richiede tutto il nostro impegno, convinti come siamo che non ci potrà mai essere nessuna pace, in Palestina e nel mondo intero, se prima non ci sarà giustizia!

FINO ALLA VITTORIA!


Rete Studenti (Salerno),Collettivo Autorganizzato Universitario (Napoli),Coordinamento II Policlinico (Napoli), Collettivo Politico di Scienze Politiche (Firenze), Collettivo 20 Luglio (Palermo), Politecnico 09 (Bologna), Collettivo Lavori in Corso (Roma), Resistenza Universitaria-Laboratorio politico della Sapienza (Roma), Assemblea di Scienze Politiche (Milano)


sabato 26 dicembre 2009

Il FPLP richiede che i dimostranti della Gaza Freedom March siano lasciati liberi di entrare a Gaza!!



traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario

Un portavoce del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), il 22 dicembre ’09, ha detto che i 1300 e più dimostranti internazionali che stanno tentando di violare l’assedio a Gaza attraverso la “Gaza Freedom March” programmata per Capodanno devono essere lasciati liberi di entrare a Gaza, sottolineando che qualsiasi blocco del loro viaggio è un atto d’assedio contro il popolo palestinese, e che il popolo palestinese di Gaza sta aspettando di accogliere queste voci di solidarietà provenienti da molte parti del mondo.

La compagna Rayya Amin dell’Ufficio di propaganda dell’FPLP ha detto: “Richiediamo al Governo egiziano di permettere alla Gaza Freedom March – e a tutte le delegazioni in solidarietà con il nostro popolo – di attraversare il valico di Rafah. Il divieto di entrare a Gaza per chi porta solidarietà internazionale e aiuto umanitario irrigidisce l’assedio e le sofferenze del nostro popolo a Gaza un anno dopo la terrificante aggressione sionista che ha devastato il nostro popolo”.

La compagna ha richiesto l’apertura permanente del valico di Rafah sotto la sovranità egiziana e il controllo palestinese, il libero passaggio di persone, aiuti, medicinali e beni, ed ha evidenziato come il popolo palestinese di Gaza abbia visto i popoli del mondo sostenere i Palestinesi contro l’aggressione e l’occupazione sioniste, sebbene le istituzioni internazionali ufficiali rimangano in silenzio e complici dell’assedio al nostro popolo.

La compagna Amin ha inoltre detto che i popoli del mondo sostengono il popolo palestinese nella sua resistenza contro il sionismo e l’imperialismo statunitense, e la Gaza Freedom March è un esempio delle massicce proteste che si sollevano in Unione Europea, negli Stati Uniti e in altri Paesi i cui governi stanno attivamente partecipando all’assedio e alla guerra contro il nostro popolo – spinte dalla determinazione, dalla capacità di ripresa e dalla resistenza del popolo palestinese che sta fronteggiando le atrocità dell’occupazione e i crimini di guerra.

Il compagno Abu Ahmad Fuad, membro dell’Ufficio Politico dell’FPLP, ha prima denunciato la costruzione fatta dal governo egiziano di un muro d’acciaio lungo il suo confine con Gaza, che si estende per 20 metri sotto il terreno, come un’azione inaccettabile ed ingiustificabile contro il popolo palestinese che intensifica l’assedio a Gaza.

Il compagno ha in particolare notato che il muro è stato costruito con il supporto militare ed economico degli Stati Uniti, affermando che ciò fa parte della strategia imperialista statunitense nella regione contro il popolo palestinese e arabo. Questo muro, ha poi sottolineato, è portatore di dolore e devastazione non solo per il popolo a Gaza, ma per l’intero popolo palestinese, ed è il tentativo di costruire un muro d’acciaio tra il popolo arabo d’Egitto e la Palestina.

Il compagno ha infine posto l’attenzione sul fatto che il popolo egiziano è sempre stato al fianco dei suoi fratelli e sorelle arabi palestinesi, e che non sosterrà mai questa ulteriore estensione dell’assedio a Gaza.


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Info sulla Gaza Freedom March…


Migliaia di delegazioni provenienti da tutto il mondo arriveranno al confine con Israele per rompere simbolicamente l’assedio a Gaza. ll Governo Egiziano ha fatto sapere proprio in questi giorni, alle ambasciate delle 42 nazioni cui appartengono i volontari della Gaza Freedom March che la Marcia non è autorizzata.
Di conseguenza, pur non potendo impedire l'arrivo in Egitto di cittadini stranieri, impedirà ogni violazione delle leggi e della sicurezza del Paese, se necessario anche procedendo ad arresti.


Facciamo in modo che questo storico evento riesca! Cominciamo a liberare Gaza dall'assedio! Con la Palestina nel cuore, fino alla vittoria!

Per maggiori informazioni, per aderire alla Marcia e fare pressioni sull’ambasciata egiziana in Italia, affinché la Gaza Freedom March possa riuscire:

sono presenti alcuni comunicati sul sito del Cau: http//cau.noblogs.org



cinque palestinesi uccisi dai militari israeliani

Cinque palestinesi uccisi. E' il bilancio di due operazioni dell'esercito israeliano, la prima nella Striscia di Gaza, la seconda a Nablus, in Cisgiordania.
Tre morti al valico di Erez. I tre uomini stavano cercando di scavalcare la barriera di sicurezza che separa il nord della Striscia dal territorio israeliano all'altezza del passaggio di Erez. Un quarto palestinese è rimasto ferito. Un portavoce militare ha detto che i tre erano sospettati di un tentativo di infiltrarsi in Israele. Secondo Hamas però si tratta di tre civili che si erano avvicinati al reticolato di confine per raccogliere rottami di metallo.
Due palestinesi membri del del partito Fatah del presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen) sono stati uccisi stamani dal fuoco di soldati israeliani durante un'incursione dell'esercito a Nablus, in Cisgiordania. Ghassan Abu Sheikh e Nader Zaghlul sono stati colpiti dai colpi delle armi automatiche dei militari, che erano entrati nella città vecchia di Nablus, un settore autonomo nel nord della Cisgiordania. La moglie di Zaghlul è rimasta ferita. I soldati israeliani sono giunti a bordo di una dozzina di jeep e hanno circondato le due abitazioni dove si trovavano i due palestinesi, che, secondo le fonti, non figuravano sull'elenco degli attivisti ricercati dall'esercito. L'incursione è giunta dopo che un colono israeliano è stato ucciso giovedì scorso nello stesso settore mentre era alla guida della sua auto, in un attacco rivendicato dal gruppo Imad Mughnieh delle Brigate dei martiri di Al Aqsa, legate al Fatah.
La condanna dell'Anp. Ha accusato di sabotare gli sforzi di pace. Nabil Abu Rudeina, portavoce del presidente dell' Anp Abu Mazen (Mahmud Abbas), ha affermato che queste uccisioni sono la prova che «Israele non è interessato alla pace è sta invece cercando di far esplodere la situazione».

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