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venerdì 8 gennaio 2010

GLI OPERAI VINCONO A BREMBIO

Le cariche poliziesche e la repressione non fermano la lotta operaia, che raggiunge la vittoria

Con la grande determinazione espressa nella lotta i lavoratori della cooperativa RSZ NEW PROJECTS ottengono una grossa vittoria a Brembio. Vengono assunti tutti nella nuova cooperativa vincitrice dell’appalto, senza aggravamento delle condizioni organizzative e contrattuali. Da oggi si avvia il percorso ancora di lotta che dovrà vedere i lavoratori imporre e controllare l’applicazione dell’accordo raggiunto. La vostra vittoria isola la destra dei sindacati di regime, infonde felicità e fiducia a tutti i lavoratori.

Lo scorso 30 dicembre a Brembio, in provincia di Lodi, i lavoratori della cooperativa RSZ NEW PROJECTS erano di nuovo scesi in lotta con il sostegno dello SLAI COBAS, presidiando i cancelli della ditta appaltatrice, la FIEGE Borruso di autotrasporti, che da diverso tempo ha avviato una ristrutturazione produttiva che avrebbe determinato un pesante aggravamento delle condizioni di lavoro, sia sul piano organizzativo che economico. Il padrone della FIEGE confidava nella ricattabilità e nella paura tra i lavoratori che per la maggior parte sono immigrati, ma non riuscendo a fiaccare la loro tenacia con le lusinghe di trattative inconcludenti che procedono da tempo con CGIL e CISL, ha chiesto lo sgombero dei cancelli prontamente tentato dagli sbirri schierati. Invece che perseguire i delinquenti come il padrone della ditta che per scaricare la crisi del sistema sui lavoratori non esita a licenziare e aggravare le loro condizioni di vita, gli sbirri non hanno esitato a caricare con manganelli e calci nonostante un presidio pacifico ma determinato. In perfetto stile mafioso hanno iniziato a minacciare e provocare i lavoratori con la perdita del permesso di soggiorno a testimonianza di come il pacchetto sicurezza del famigerato Maroni viene utilizzato dai padroni e dai loro servi per far avanzare gli effetti della crisi sugli operai.

Via via che procede la crisi del suo sistema sociale alla borghesia risulta sempre più difficile nascondere il proprio vero volto repressivo e affamatore delle masse popolari. I veri problemi alla sicurezza sono determinati dalla presenza della borghesia imperialista e da tutto il suo sistema di potere al governo del paese, che aggrava sempre più le condizioni di vita di milioni di persone nel paese e fuori, distrugge l’ambiente e impedisce il progresso sociale, oggi possibile grazie allo sviluppo tecnologico e delle conoscenze raggiunte dal genere umano.
Gli operai si organizzano in proprio, prendono direttamente in mano la gestione delle vertenze e mettono bene in chiaro cosa significa risolvere la crisi: nessun lavoratore deve essere licenziato, nessuna impresa deve essere chiusa, ad ogni adulto deve essere garantito un salario dignitoso e lo rivendicano con le forme di lotta che ritengono più giuste in questo momento che essendo tragico inevitabilmente sono radicali. Questa è la giusta risposta alla propaganda di regime sulla crisi che si sta risolvendo, dimostrando che se la sua gestione la si lascia in mano ai padroni essa porterà benefici solo per le loro tasche, mentre costituirà un calvario sempre più pesante per centinaia di migliaia di operai. I lavoratori in modo sempre più diffuso vanno oltre la linea concertativa delle organizzazioni sindacali di regime che attraverso gli accordi del meno peggio contribuiscono con i padroni alla ristrutturazione dell’apparato produttivo facendo così pagare la crisi agli operai, mettendo così in discussione la sopravvivenza degli operai e delle loro famiglie.

Con il procedere della crisi la borghesia riesce sempre meno a controllare le masse popolari che estendono la ribellione contro le condizioni imposte dal suo sistema e passa alla repressione, utilizzando allo scopo ogni categoria di sbirri, sia in divisa che non, sia legali che illegali, sia le bande di fascisti a cui lascia sempre più le briglia sciolte per saggiarne l’efficacia. Gli operai rispondono con la lotta anche ai pestaggi, alle denunce, agli arresti che subiscono nella difesa del lavoro.

La giusta rabbia e la protesta di questi operai rappresenta la risposta che li lega alle lotte degli operai della INNSE, della FIAT di Termini Imerese, delle cooperative di Origgio, dell’Alfa di Arese, della Yamaha, della Frattini, della MetalliPreziosi, dell’Eutelia e di altre centinaia di imprese che sono in lotta per non pagare la crisi dei padroni.
La soluzione definitiva di questa crisi è però solamente politica: deve costituirsi un’autorità che applichi le misure adatte per far si che la crisi non sia pagata dagli operai, ovvero che nessuna fabbrica deve essere chiusa, nessun lavoratore deve essere licenziato, che ad ogni adulto venga garantito un reddito adeguato e dignitoso per consentirgli di vivere con la propria famiglia, che ad ogni impresa venga garantito l’approvvigionamento di ciò di cui ha bisogno per poter far avanzare la produzione, chiudendo le produzioni dannose per l’ambiente e per gli uomini. Ma un’autorità siffatta non può altro che essere costituita e sorretta dagli organismi operai e popolari, che già oggi lottano contro lo smantellamento delle conquiste e dei diritti ottenuti con anni di lotte.
È sul terreno della direzione del sistema sociale che troverà soluzione questa crisi e la mobilitazione e il coordinamento degli organismi popolari già costruiti e quelli che si costituiranno per far procedere la lotta, deve produrre un governo popolare del paese, un Governo di Blocco Popolare, che imponga ai padroni le misure decise dalle masse popolari in lotta.
Cacciamo il governo della crisi e della guerra, della repressione degli operai, del dissesto ambientale, degli evasori, ladri, truffatori, il governo promosso dal Vaticano: cacciamo il governo della banda Berlusconi.
Lavoriamo per costruire un Governo di Blocco Popolare. Utilizziamo anche le prossime elezioni regionali per fare anche del teatrino della politica borghese un focolaio di lotta per costruire un governo popolare di emergenza. Costruiamo liste di blocco popolare, unitarie, per irrompere nella campagna elettorale.

PRENDIAMO IN MANO IL GOVERNO DEL PAESE, COSTRUIAMO UN GOVERNO DI BLOCCO POPOLARE PER APPLICARE LE MISURE D’EMERGENZA PER NON PAGARE LA CRISI DEI PADRONI
CON IL GOVERNO DI BLOCCO POPOLARE AVANZIAMO VERSO IL SOCIALISMO
IN GALERA I PADRONI E I LORO SERVI FASCISTI
carc

domenica 27 dicembre 2009

Un anno da "piombo fuso"... noi non dimentichiamo, noi non perdoniamo!


Il 27 dicembre 2008 i cieli di Gaza si riempivano di scie bianche luminose: incominciava "Piombo Fuso", una delle più sanguinose operazioni militari che il criminale stato d'Israele abbia mai condotto contro il popolo di Palestina. Quelle scie nel cielo erano le bombe al fosforo bianco usate deliberatamente dall'aviazione israeliana contro la popolazione civile. A questi primi feroci bombardamenti segue, il 3 gennaio 2009, l'invasione di terra che continua a seminare morte e distruzione.
Tutti i fidi sostenitori dei sionisti correvano a censurare le immagini provenienti dalla Striscia, a tentare di nascondere ai nostri occhi quali orribili barbarie venivano commesse, condannando a parole ogni forma di violenza, proprio mentre restavano fermi per dare a Israele il tempo di colpire...
Continuando a raccontarci che Israele si stava solo difendendo da Hamas e dai suoi razzi Quassam – senza precisare che questi razzi, forma disperata di resistenza contro l'occupazione militare della propria terra, negli ultimi otto anni avevano fatto all'incirca 15 morti israeliani, contro le migliaia di palestinesi morti e feriti nello stesso periodo, senza contare i quasi 1500 palestinesi barbaramente uccisi e i 5.000 feriti solamente nei 21 giorni dell'operazione...
Mentre i governi imperialisti di tutto il mondo chiudevano gli occhi (e chi, come i carabinieri italiani, anche il valico di Rafah, contribuendo ad imprigionare la popolazione di Gaza sotto i bombardamenti), forti erano anche le proteste: a Roma un corteo di più di 100.000 persone attraversava le strade della città per chiedere la fine dell'aggressione israeliana, ad Astakos i compagni greci bloccavano una nave carica di armi diretta in Israele, nel Regno Unito si occupavano le facoltà, mentre tutto il mondo arabo scendeva in piazza venendo brutalmente represso dai regimi collaborazionisti.
In quei giorni di massacro furono palesi le politiche genocide dell'imperialismo sionista, che da 61 anni occupa la terra di Palestina perpetrando una sistematica e scientifica strage del suo popolo. Genocide sì: perché alle fasi di attacco “diretto” con azioni militari indiscriminate (bombardamento di scuole, moschee, edifici ONU...), e con armi non convenzionali (bombe al fosforo, bombe DIME, uranio impoverito – strumenti di morte che provocano mutilazioni, malattie a lungo termine, o che devastano il territorio, contaminando persino le falde acquifere...), si aggiunge l'occupazione e l'embargo, un'opera di stermino quotidiano, fatta di lutto, miseria, disoccupazione, checkpoint, assassini mirati, raid notturni, sindromi post-traumatiche, depressioni, suicidi, uso di sostanze stupefacenti per sopportare la realtà...
Oggi, ad un anno dalla strage di mano israeliana e complicità occidentale, noi non vogliamo soltanto ricordare: vogliamo anche far ricordare ai sionisti e ai loro sponsor italiani che la rabbia è ancora viva, che il fuoco della resistenza del popolo palestinese brucia più del loro fosforo. Che non ci rassegneremo a considerare la Palestina un'emergenza umanitaria, ma una questione politica che richiede tutto il nostro impegno, convinti come siamo che non ci potrà mai essere nessuna pace, in Palestina e nel mondo intero, se prima non ci sarà giustizia!

FINO ALLA VITTORIA!


Rete Studenti (Salerno),Collettivo Autorganizzato Universitario (Napoli),Coordinamento II Policlinico (Napoli), Collettivo Politico di Scienze Politiche (Firenze), Collettivo 20 Luglio (Palermo), Politecnico 09 (Bologna), Collettivo Lavori in Corso (Roma), Resistenza Universitaria-Laboratorio politico della Sapienza (Roma), Assemblea di Scienze Politiche (Milano)


sabato 19 dicembre 2009

Il discorso del presidente venezuelano Chavez al vertice climatico di Copenaghen



Signor Presidente, signori, signore, amici e amiche, prometto che non parlerò più di quanto sia già stato fatto questo pomeriggio, ma permettetemi un commento iniziale che avrei voluto facesse parte del punto precedente discusso da Brasile, Cina, India e Bolivia. Chiedevamo la parola, ma non è stato possibile prenderla.

Ha parlato la rappresentante della Bolivia, e porgo un saluto al compagno Presidente Evo Morales qui presente, Presidente della Bolivia.

Tra varie cose ha detto, ho preso nota: il testo che è stato presentato non è democratico, non è rappresentativo di tutti i paesi. Ero appena arrivato e mentre ci sedevamo abbiamo sentito il Presidente della sessione precedente, la signora Ministra, dire che c’era un documento da queste parti, che però nessuno conosce: ho chiesto il documento, ancora non l’abbiamo. Credo che nessuno sappia di questo documento top secret.

Certo, la collega boliviana l’ha detto, non è democratico, non è rappresentativo, ma signori e signore: siamo forse in un mondo democratico? Per caso il sistema mondiale è rappresentativo? Possiamo aspettarci qualcosa di democratico e rappresentativo nel sistema mondiale attuale? Su questo pianeta stiamo vivendo una dittatura imperiale e lo denunciamo ancora da questa tribuna: abbasso la dittatura imperiale! E che su questo pianeta vivano i popoli, la democrazia e l’uguaglianza!

E quello che vediamo qui è proprio il riflesso di tutto ciò: esclusione. C’è un gruppo di paesi che si credono superiori a noi del sud, a noi del terzo mondo, a noi sottosviluppati, o come dice il nostro grande amico Eduardo Galeano: noi paesi avvolti come da un treno che ci ha avvolti nella storia [sorta di gioco di parole tra desarrollados = sviluppati e arrollados = avviluppati NdT]. Quindi non dobbiamo stupirci di quello che succede, non stupiamoci, non c’è democrazia nel mondo e qui ci troviamo di fronte all’ennesima evidenza della dittatura imperiale mondiale.

Poco fa sono saliti due giovani, per fortuna le forze dell’ordine sono state decenti, qualche spintone qua e là, e i due hanno cooperato, no? Qui fuori c’è molta gente, sapete? Certo, non ci entrano tutti in questa sala, sono troppi; ho letto sulla stampa che ci sono stati alcuni arresti, qualche protesta intensa, qui per le strade di Copenaghen, e voglio salutare tutte quelle persone qui fuori, la maggior parte delle quali sono giovani.Non ci sono dubbi che siano giovani preoccupati, e credo abbiano una ragione più di noi per essere preoccupati del futuro del mondo; noi abbiamo – la maggior parte dei presenti – già il sole dietro le spalle, ma loro hanno il sole in fronte e sono davvero preoccupati.

Qualcuno potrebbe dire, Signor Presidente, che un fantasma infesta Copenaghen, parafrasando Karl Marx, il grande Karl Marx, un fantasma infesta le strade di Copenaghen e credo che questo fantasma vaga per questa sala in silenzio, gira in quest’aula, tra di noi, attraversa i corridoi, esce dal basso, sale, è un fantasma spaventoso che quasi nessuno vuole nominare: il capitalismo è il fantasma, quasi nessuno vuole nominarlo.

È il capitalismo, sentiamo ruggire qui fuori i popoli. Stavo leggendo qualcuna delle frasi scritte per strada, e di questi slogan (alcuni dei quali li ho sentiti anche dai due giovani che sono entrati), me ne sono scritti due. Il primo è Non cambiate il clima, cambiate il sistema.

E io lo riprendo qui per noi. Non cambiamo il clima, cambiamo il sistema! E di conseguenza cominceremo a salvare il pianeta. Il capitalismo, il modello di sviluppo distruttivo sta mettendo fine alla vita, minaccia di metter fine alla specie umana. E il secondo slogan spinge alla riflessione. In linea con la crisi bancaria che ha colpito, e continua a colpire, il mondo, e con il modo con cui i paesi del ricco Nord sono corsi in soccorso dei bancari e delle grandi banche (degli Stati Uniti si è persa la somma, da quanto è astronomica). Ecco cosa dicono per le strade: se il clima fosse una banca, l’avrebbero già salvato.

E credo che sia la verità. Se il clima fosse una delle grandi banche, i governi ricchi l’avrebbero già salvato. Credo che Obama non sia arrivato, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace quasi nello stesso giorno in cui mandava altri 30mila soldati ad uccidere innocenti in Afghanistan, e ora viene qui a presentarsi con il Premio Nobel per la Pace, il Presidente degli Stati Uniti. Gli USA però hanno la macchinetta per fare le banconote, per fare i dollari, e hanno salvato, vabbè, credono di aver salvato, le banche e il sistema capitalista.

Bene, lasciando da parte questo commento, dicevo che alzavamo la mano per unirci a Brasile, India, Bolivia e Cina nella loro interessante posizione, che il Venezuela e i paesi dell’Alleanza Bolivariana condividono fermamente; però non ci è stata data la parola, per cui, Signor Presidente, non mi conteggi questi minuti, la prego.

Ho conosciuto, ho avuto il piacere di conoscere Hervé Kempf – è qui in giro -, di cui consiglio vivamente il libro “Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta”, in francese, ma potete trovarlo anche in spagnolo e sicuramente in inglese. Hervé Kempf: Perché i mega-ricchi stanno distruggendo il pianeta. Per questo Cristo ha detto: E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio. Questo l’ha detto Cristo nostro Signore

........ Bene, Signor Presidente, il cambiamento climatico è senza dubbio il problema ambientale più devastante di questo secolo, inondazioni, siccità, tormente, uragani, disgeli, innalzamento del livello del mare, acidificazione degli oceani e ondate di calore, tutto questo acuisce l’impatto delle crisi globali che si abbattono su di noi. L’attività umana d’oggi supera i limiti della sostenibilità, mettendo in pericolo la vita del pianeta, ma anche in questo siamo profondamente disuguali.

Voglio ricordarlo: le 500 milioni di persone più ricche del pianeta, 500 milioni, sono il sette per cento, sette per cento, seven per cento della popolazione mondiale. Questo sette per cento è responsabile, queste cinquecento milioni di persone più ricche sono responsabili del cinquanta per cento delle emissioni inquinanti, mentre il 50 per cento più povero è responsabile solo del sette per cento delle emissioni inquinanti.

Per questo mi sembra strano mettere qui sullo stesso piano Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti hanno appena 300 milioni di abitanti.

La Cina ha una popolazione quasi 5 volte più grande di quella degli USA.Gli Stati Uniti consumano più di 20 milioni di barili di petrolio al giorno, la Cina arriva appena ai 5,6 milioni di barili al giorno, non possiamo chiedere le stesse cose agli Stati Uniti e alla Cina. Ci sono questioni da discutere, almeno potessimo noi Capi di Stato e di Governo sederci a discutere davvero di questi argomenti.

Inoltre, Signor Presidente, il 60% degli ecosistemi del pianeta hanno subito danni e il 20% della crosta terrestre è degradata; siamo stati testimoni impassibili della deforestazione, della conversione di terre, della desertificazione e delle alterazioni dei sistemi d’acqua dolce, dello sovrasfruttamento del patrimonio ittico, della contaminazione e della perdita della diversità biologica. Lo sfruttamento esagerato della terra supera del 30% la sua capacità di rigenerazione.

Il pianeta sta perdendo ciò che i tecnici chiamano la capacità di autoregolarsi, il pianeta la sta perdendo, ogni giorno si buttano più rifiuti di quanti possano essere smaltiti. La sopravvivenza della nostra specie assilla la coscienza dell’umanità. Malgrado l’urgenza, sono passati due anni dalle negoziazioni volte a concludere un secondo periodo di compromessi voluto dal Protocollo di Kyoto, e ci presentiamo a quest’appuntamento senza un accordo reale e significativo.

E voglio dire che riguardo al testo creato dal nulla, come qualcuno l’ha definito (il rappresentante cinese), il Venezuela e i paesi dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe, noi non accettiamo nessun altro testo che non derivi dai gruppi di lavoro del Protocollo di Kyoto e della Convenzione: sono i testi legittimi su cui si sta discutendo intensamente da anni.

E in queste ultime ore credo che non abbiate dormito: oltre a non aver pranzato, non avete dormito. Non mi sembra logico che ora si produca un testo dal niente, come dite voi. L’obiettivo scientificamente sostenuto di ridurre le emissioni di gas inquinanti e raggiungere un accordo chiaro di cooperazione a lungo termine, oggi a quest’ora, sembra aver fallito.Almeno per il momento. Qual è il motivo? Non abbiamo dubbi. Il motivo è l’atteggiamento irresponsabile e la mancanza di volontà politica delle nazioni più potenti del pianeta...

Il conservatorismo politico e l’egoismo dei grandi consumatori, dei paesi più ricchi testimoniano di una grande insensibilità e della mancanza di solidarietà con i più poveri, con gli affamati, con coloro più soggetti alle malattie, ai disastri naturali, Signor Presidente, è chiaramente un nuovo ed unico accordo applicabile a parti assolutamente disuguali, per la grandezza delle sue contribuzioni e capacità economiche, finanziarie e tecnologiche, ed è evidente che si basa sul rispetto assoluto dei principi contenuti nella Convenzione.

I paesi sviluppati dovrebbero stabilire dei compromessi vincolanti, chiari e concreti per la diminuzione sostanziale delle loro emissioni e assumere degli obblighi di assistenza finanziaria e tecnologica ai paesi poveri per far fronte ai pericoli distruttivi del cambiamento climatico. In questo senso, la peculiarità degli stati insulari e dei paesi meno sviluppati dovrebbe essere pienamente riconosciuta.....

Le entrate totali delie 500 persone più ricche del mondo sono superiore alle entrate delle 416 milioni di persone più povere, le 2800 milioni di persone che vivono nella povertà, con meno di 2 dollari al giorno e che rappresentano il 40 per cento della popolazione mondiale, ricevono solo il 5 per cento delle entrate mondiale...

Ci sono 1100 milioni di persone che non hanno accesso all’acqua potabile, 2600 milioni prive di servizio di sanità, più di 800 milioni di analfabeti e 1020 milioni di persone affamate: ecco lo scenario mondiale.

E ora, la causa, qual è la causa? Parliamo della causa, non evitiamo le responsabilità, non evitiamo la profondità del problema, la causa senza dubbio, torno all’argomento di questo disastroso scenario, è il sistema metabolico distruttivo del capitale e della sua incarnazione: il capitalismo.

Ho qui una citazione di quel gran teologo della liberazione che è Leonardo Boff, come sappiamo, brasiliano, che dice: Qual è la causa? Ah, la causa è il sogno di cercare la felicità con l’accumulazione materiale e il progresso senza fine, usando, per fare ciò, la scienza e la tecnica con cui si possono sfruttare in modo illimitato le risorse della terra.

Può una terra finita sopportare un progetto infinito? La tesi del capitalismo, lo sviluppo infinito, è un modello distruttivo, accettiamolo.

..... Noi popoli del mondo chiediamo agli imperi, a quelli che pretendono di continuare a dominare il mondo e noi, chiediamo loro che finiscano le aggressioni e le guerre. Niente più basi militari imperiali, né colpi di Stato, costruiamo un ordine economico e sociale più giusto e equitativo, sradichiamo la povertà, freniamo subito gli alti livelli di emissioni, arrestiamo il deterioramento ambientale ed evitiamo la grande catastrofe del cambiamento climatico, integriamoci nel nobile obiettivo di essere tutti più liberi e solidari

..... Questo pianeta è vissuto migliaia di milioni di anni, e questo pianeta è vissuto per migliaia di milioni di anni senza di noi, la specie umana: non ha bisogno di noi per esistere. Bene, noi senza la Terra non viviamo, e stiamo distruggendo il Pachanama*, come dice Evo e come dicono i nostri fratelli aborigeni del Sudamerica...


Hugo Chavez



16.12.2009Traduzione a cura di MARINA GERENZANI


*Pachanama = Madre Terra

Lavoratori GeoEco in Lotta

Dopo il fallimento definitivo delle trattative i lavoratori della GeoEco, azienda che gestisce la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti in alcuni comuni del casertano, sono in stato di agitazione.
In questo momento si trovano presso corso Giannone a Caserta, decisi ad occupare il tetto del palazzo ove la trattativa si sarebbe dovuta svolgere.
I lavoratori chiedono il pagamento di tre mensilità arretrate ma l'azienda, passata all'onore delle cronache per essere stata al centro degli scandali sul legame tra istituzioni e camorra relativi al business dei rifiuti, si rifiuta di riconoscere le loro richieste.
I lavoratori sono decisi a portare avanti la loro lotta e, mentre scriviamo, i reparti della celere si stanno schierando all'altezza del presidio.
Ancora una volta lo Stato prontamente si schiera, minaccioso, contro chi difende i propri diritti, schierandosi dalla parte di chi, per anni, ha speculato impunemente sulla nostra pelle.


c.s.o.a. Tempo Rosso; c.s.o.a. Spartaco; Laboratorio Millepiani; Collettivo Studesco NoPasaran; c.s. 28Dicembre;

mercoledì 16 dicembre 2009

Fincantieri, altra notte in fabbrica a Sestri Ponente. Corteo dalle 8.30

GENOVA


Fincantieri, partito il corteo diretto in Prefettura

16/12/2009 08:56
Sono partiti in 500 e sono pronti a bloccare nuovamente Genova i lavoratori di Fincantieri di Sestri Ponente che per il corteo di oggi scelgono il percosro più lungo, da via Soliman alla prefettura. "I lavoratori sono sempre più arrabbiati - spiega Bruno Manganaro, Fiom Cgil - Fincantieri ieri ha dato uno schiaffo a lavoratori e istituzioni dicendo no alla mediazione". Il corteo è ora in movimento verso la Prefettura di Genova, dove chiederà l'intervento diretto con il ministro Scajola che ha aperto un tavolo sulla cantieristica. "Ci scusiamo per i disagi alla viabilità - continua Manganaro - ma vogliamo dare un messaggio ai cittadini, difendendo un cantiere che rischia la chiusura. Sono già 138 i cassaintegrati".

http://www.primocanale.it/news.php?id=60498

16/12/2009 08:11 GENOVA
Continua anche oggi l'occupazione e i coreti dei lavoratori di Fincantieri di Sestri Ponente, a Genova (atra notte in fabbrica), e del Muggiano alla Spezia. Dopo la nottata in cantiere e la manifestazione di ieri che ha bloccato il traffico nel ponente genovese oggi sono previste altre proteste a sorpresa. Fincantieri non erogherà infatti il premio di efficienza di 750 euuro ai lavoratori di Sestri Ponente Muggiano e Ancona: tre cantieri su otto. Lo ha ribadito ieri il direttore centrale del personale di Fincantieri, Sandro Scarrone che ha detto "no" anche alla richieta di revocare temporaneamente la decisione, in attesa dell'incontro di oggi a Roma con i sindacati. Scarrone ha già incontrato ieri in Prefettura a Genova l'assessore regionale Renzo Guccinelli, quello comunale Gianni Vassallo e i sindacati dei metalmeccanici davanti al viceprefetto vicario Romilda Tafuri. Questa si lavorerà normalmente alla Spezia. Ma nel pomeriggio, in concomitanza con la riunione a Roma, saranno organizzate manifestazioni, in modo da tenere alta l'attenzione sul problema. Quel che succederà dopo, dipende dall'esito dei colloqui romani. Non è escluso un ritorno all'occupazione, ma la speranza è che emergano soluzioni tali da consentire un accordo fra le richieste sindacali e la posizione di Fincantieri. Intanto, questa mattina, gli operai del cantiere di Sestri Ponente hanno deciso di muoversi in corteo da via Soliman, sede dell’azienda, verso il centro di Genova; la partenza della manifestazione è fissata per le 8.30.

La protesta

Fincantieri ancora occupata
Dalle 8.30, operai in corteo
Altra notte in fabbrica, per molti dipendenti dello stabilimento di Genova Sestri Ponente, che protestano per il mancato pagamento del premio di produzione. In mattinata, corteo da via Soliman verso la Prefettura

16 dicembre 2009

Altra notte in fabbrica, per molti dipendenti dello stabilimento Fincantieri di Genova Sestri Ponente, che protestano perché l’azienda ha annunciato che a dicembre non pagherà il premio di produzione, non rispettando gli accordi di luglio; ieri, dopo un incontro in Prefettura, azienda e sindacati hanno rotto le trattative, in attesa di un vertice che si dovrebbe tenere oggi a Roma.
Intanto, questa mattina, alcuni operai hanno deciso di muoversi in corteo da via Soliman, sede dell’azienda, verso il centro di Genova e la Prefettura; la manifestazione è partita poco dopo le 8.30.

info:
Fincantieri gli operai tornano a occupare

Occupazione delle fabbriche a Genova e La Spezia !!!!!

Fincantieri, niente premio operai occupano la direzione

Fincantieri occupata a sestri ponente e La Spezia

venerdì 11 dicembre 2009

Processo Eternit. Vogliamo giustizia!!!!!!

TORINO 10 dicembre- Gli undici computer dei cancellieri impegnati a inserire i nominativi delle parti offese si sono spenti alle 19,30 di sera, dopo un'intera giornata di udienza: secondo una prima stima sono 2100 le persone che hanno chiesto di costituirsi parte civile nel processo Eternit. Ed è per questo che è stato definito il "processo dei record", quello dai grandi numeri. Mai prima d'ora si era svolto in Europa un procedimento penale dai numeri così imponenti: 200 mila pagine di atti raccolti dal procuratore Raffele Guariniello e dai sostituti Sara Panelli e Gianfranco Colace contro il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, 62 anni, e il nobile belga Jean Louis Marie Ghislain De Cartier, 88 anni accusati di disastro doloso e rimozione volontaria di cautele antinfortunistiche, e ritenuti responsabili di aver causato 2889 vittime, tra ammalati e deceduti per tumori professionali legati all'amianto.
Ed è stato anche ribattezzato "il processo del secolo" non solo per i numeri eccezionali ma anche perché si tratta di un procedimento penale a cui tutto il mondo guarda, (come testimoniano molte prime pagine dei giornali internazionali dedicate alla questione Eternit), anche per il fatto che per la prima volta sono chiamati a rispondere delle contestazioni direttamente i vertici della multinazionale che avevano gestito anche i quattro stabilimenti italiani di casale Monferrato, Rubiera, Cavagnolo e Bagnoli. "Serve una giustizia europea sulla salute e la sicurezza. Colpisce che certi paesi si facciano nel nostro paese e non in altri" ha commentato il procuratore Raffaele Guariniello.

Oltre duemila persone, tra spettatori e parenti delle vittime, sono arrivati a Torino alle prime luci dell'alba per assistere alla prima udienza del dibattimento. Sono arrivati a bordo di pullman, dall'Italia e da tutta Europa, ognuno con la propria storia di dolore e malattia. In maniera composta hanno atteso il proprio turno per entrare nel palagiustizia, eccezionalmente predisposto ad accoglierli in tre diverse maxiaule.
C'erano i minatori francesi giunti dalla Borgogna con il casco in testa e un k-way arancione, c'erano rappresentanti dell'associazione elvetica vittime dell'amianto (con uno striscione "signor Schmidheiny l'attendiamo anche in Svizzera), gli italiani con la bandiera tricolore sulle spalle e l'adesivo giallo "Eternit: giustizia!" attaccato sul petto.
In mattinata si è svolto anche un corteo in ricordo dei 7 operai bruciati vivi, 2 anni fa, alla Thyssenkrupp.

A rappresentare le parti civili ci sarà un collegio legale internazionale: è la prima volta che accade in Europa in una causa per danni ambientali. Lo scopo è quello di dimostrare, attraverso le informazioni e i documenti a disposizione di ogni legale nel proprio paese, che la politica sulla sicurezza e sulla salute dell’Eternit apparteneva ad un’unica regia. Questo il filo conduttore seguito dal pool di Guariniello a partire dal 2004, dopo la scoperta del legame tra la morte di un operaio residente in provincia di Torino, ad Orbassano, ma per anni impegnato a lavorare l’amianto in uno stabilimento Eternit in Svizzera. La ricerca e il monitoraggio di chi si è ammalato o è morto per essere stato a contatto dell’amianto. Sul posto di lavoro, ma non solo perché la polvere ha raggiunto spesso anche chi non era dipendente Eternit. Basti pensare che per il solo inquinamento relativo a Casale Monferrato il ministero dell’Ambiente, che ha individuato l’area interessata direttamente dall’inquinamento di amianto, ha dovuto perimetrare 738,95 chilometri quadrati ricadenti nei territori di ben 48 comuni. Si tratta di territori interessati non solo dalla massiccia presenza di materiali in eternit, ma anche dalla diffusione degli scarichi della sua lavorazione.
Una storia senza fine. C’è chi continua ad ammalarsi di mesotelioma o di asbestosi. C’è chi continua a morire. Tant’è vero che quello di stamani non sarà l’unico processo contro la multinazionale Eternit. In questi stessi giorni, infatti, proseguono le indagini preliminari di quello che può essere definito il caso Eternit bis: riguarda le vittime dopo il febbraio 2008. Quelle accertate sono già 427: 257 morti, 170 malati. Ma è molto probabile che l’udienza preliminare dell’Eternit bis non si svolga prima che il dibattimento attuale sia a buon punto. La corte sarà presieduta dal giudice Giuseppe Casalbore e dai giudici a latere Fabrizia Pironti e Alessandro Santangelo. Tra le parti civili anche vari enti pubblici (come le Regioni Piemonte, Emilia e Campania), comitati e onlus di ogni parte d’Italia e sindacati.

La prossima udienza è prevista per il 25 gennaio e sarà ancora dedicata alle questioni preliminari.

giovedì 10 dicembre 2009

Processo ETERNIT, operai entrano in tribunale !

Torino: causa all'amianto. Il pubblico entra in tribunale

10 DICEMBRE 2009 SI AVVIA IL PROCESSO ETERNIT : Si avvia il processo contro l'amianto: 2000 morti per malattie connesse alle lavorazioni dell'isolante. Molto pubblico si affolla in aula: alcuni avvolti nel tricolore.
Parte oggi il processo a Torino contro due ex-alti dirigenti della società Eternit Spa per i danni prodotti alla salute degli operai nelle lavorazioni di amianto, ritenute responsabili della morte di quasi 3.000 persone in quattro stabilimenti italiani.

Lo svizzero Stephan Ernest Schmidheiny, 61 anni, e il belga Jean Louis Marie Ghislain De Cartier De Marchienne, 87 anni, che ricoprivano incarici ai vertici della società, sono imputati per omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro e disastro colposo.
I morti per i quali è stata aperta l'inchiesta erano dipendenti della Eternit o residenti delle zone in cui sorgevano i quattro stabilimenti di Casale Monferrato e Cavagnolo in Piemonte, Rubiera in Emilia e Bagnoli in Campania.
Le cause di morte sono mesoteliomi pleurici, asbestosi e tumori polmonari insorti a causa della polvere di amianto respirata da operai e residenti nei dintorni delle fabbriche.
Legambiente ha annunciato lo scorso aprile l'intenzione di costituirsi parte civile, insieme ad ammalati, alle famiglie dei morti e, fra gli altri enti, alla Regione Piemonte.
Nonostante siano in corso operazioni di bonifica del territorio, l'amianto, largamente usato come materiale di coibentazione nell'edilizia, si può ritrovare ancora oggi in molti edifici privati e in alcune strutture pubbliche.
VIDEO: http://www.rainews24.it/it/video.php?id=17582
ALTRO VIDEO: http://www.youtube.com/user/MarcoPatruno#p/a/u/0/9ahzy4JqnxA

martedì 8 dicembre 2009

Aggiornamenti dalla Grecia in lotta!!!


ATENE - Decine di feriti e contusi, soprattutto tra gli agenti, e trecentocinquanta fermi ad Atene, Salonicco, Patrasso, Rodi, Creta e Ioannina, sono il bilancio degli scontri ieri con la polizia per la commemorazione dell'uccisione dello studente Alexandros Grigoropoulos. La stampa pur rilevando che ''le cause dell'insurrezione del dicembre 2008 non sono state rimosse'', appare tuttavia concorde nel ritenere che gli incidenti sono meno gravi di quanto si poteva temere. Nella capitale, dove le scaramucce con la polizia sono continuate fino alle prime ore di stamane, 20 persone, tra cui 16 agenti, sono rimaste ferite per lo piu' in maniera non grave, i fermati sono 180 gli arrestati alcune decine e il grande dispositivo poliziesco di 12.000 uomini rimane in piedi in vista della nuova marcia di oggi.
 A Salonicco stamane attacchi incendiari contro auto e cassoni delle immondizie. Secondo la stampa di regime sarebbe stato ferito anche il rettore dell'Universita' di Atene, Christos Kittas, ma gli anarchici denunciano un montatura. Il partito di estrema sinistra Syriza ha accusato il ministro dell'ordine pubblico Michalis Chrisochoidis di ''militarizzazione del conflitto'' per l'uso eccessivo della forza da parte della polizia ed ha chiesto l'intervento del premier Giorgio Papandreou.
Oggi di nuovo in piazza a mezza giornata studenti, insegnanti e comuni cittadini, mentre alcuni sindacati hanno dichiarato una sospensione di tre ore dal lavoro per consentire a tutti di prender parte alla manifestazione. Oggi saranno anche processati per direttissima i cinque anarchici italiani, quattro uomini e una donna, fermati sabato ad Atene e accusati di violenza contro pubblico ufficiale e di aver partecipato alla distruzione di auto della polizia.

AGGRESSIONE RETTORE, ANARCHICI DENUNCIANO MONTATURA - La magistratura greca ha aperto un'inchiesta sull'aggressione, ieri, contro il rettore dell'Universita' di Atene, ma gli anarchici, accusati del fatto, denunciano una ''montatura''. Il rettore, Christos Kittas, 64 anni, docente di istologia ed embriologia, era stato ricoverato ieri nel reparto intensivo dell'Ospedale Ippocrate di Atene, secondo le informazioni ufficiali e dei media, dopo aver subito una commozione cerebrale non grave, in seguito a colpi infertigli sulla testa da alcuni facinorosi che volevano occupare il rettorato. In seguito all'aggressione Kittas avrebbe peraltro subito un attacco cardiaco. Dopo alcune ore durante le quali era stata espressa ''preoccupazione'' per le sue condizioni, le notizie avevano indicato invece che queste erano ormai buone. Il suo e' stato segnalato dai media come il piu' emblematico e grave dei ferimenti durante gli incidenti di ieri per l'anniversario dell'uccisione del giovane Alexandros Grigoropoulos il 6 dicembre 2008. ''Il rettore non si e' fatto niente'' scrivono sul sito Indymedia gli anarchici mostrando una foto in cui si vede il docente che abbandona l'ateneo con le proprie gambe, telefonino in mano, sostenuto da due persone ma senza abrasioni visibili sulla testa e con solo un'espressione di pena sul volto. ''E questo sarebbe quello che i media chiamano un tentativo di assassinio del rettore!'' scrivono gli anarchici denunciando le ''manipolazioni'' le ''montature'' contro il movimento.
I mass media greci continuano a roportare menzogne su questo e cercano di trovare una scusa per far entrare la polizia nelle universitá.

Non ci sono servizi dei media sulla donna investita!
Centinaia di poliziotti in borghese si nascondono negli androni delle case di atene per spaventare la gente.

lunedì 30 novembre 2009

[Anti-WTO] Ginevra: le strade ci appartengono


Sabato 28 Novembre 2009 c'è stato il via delle prime azioni anti-WTO, diesci anni dopo la battaglia di Seattle, che ha riunito tra 4 e 5000 persone di cui tra i 500 e i 1000 autonomi e compagni dei quartieri popolari. Se il summit comincia ufficialmente lunedì 30 novembre, le reti anticapitaliste non hanno aspettato e hanno aperto le ostilità su questo nuovo summit della dominazione, dello sfruttamento e del Capitale.

14h, place neuve, un buon migliaio di persone si sono già rassemblate e il corteo partirà verso le 15h con 5000 persone, dopo l'arrivo, ad esempio, dei leader paesani contestatari provenienti dalla Corea del Sud bloccati per un pò alla frontiera.
Seguiranno più di tre ore di guerriglia, di saccheggio di sedi della assicurazioni, di banche, di boutique di lusso (Louis Vuitton, Rolex, etc.), di auto di lusso (enormi BMW, Mercedes, porches etc.) di cui almeno tre bruciate, di scontri con la polizia, etc.
Quello che è interessante da notare è la determinazione degli autonomi a tenere la strada. Malgrado la prima scissione del corteo a causa di violenti attacchi laterali della polizia, appoggiati molto rapidamente da cannoni ad acqua blindati, un buon migliaio di persone si è raggruppato in un parco con l'obiettivo di rendersi direttamente alla sede dove si terrà il vertice del WTO. Malgrado la violenta risposta dei poliziotti antisommossa, differenti cortei sono passati attraverso i quartieri popolari vicini, dove svariate centinaia di giovani abitanti proletari hanno raggiunto l'azione.
Malgrado il massiccio armamento poliziesco (impiego massivo di granate lacrimogene, quattro cannoni ad acqua blindati, flashball, fucili con proiettili in gomma), i rivoluzionari si sono tenuti attivi fino alle 18h
La repressione poliziesca aveva una tattica chiara: lasciare i più offensivi andare avanti, attaccare lateralmente, scindere al massimo i gruppi per dividere i cortei e isolare i militanti-attivisti. Per questo, piuttosto che posizionarsi in linee fisse e armate pesantemente, la polizia ha utilizzato la tattica di piccoli gruppi (30 guardie al massimo) che intervengono lateralmente o alle spalle (niente scudi, solo flashball e manganelli). In avanti gli agenti respingono i rivoltosi a colpi di gas, e i piccoli gruppi mobili di poliziotti a intervento rapido spuntano al momento del reflusso.
Nonostante queste tattiche poliziesche si siano rivelate paurosamente efficaci, è interessante notare la determinazione degli autonomi di raggrupparsi sempre per attaccare nuovamente verso la direzione della sede del WTO, poi di tenersi in strada (soprattutto nel quartiere della stazione) e infine di adottare loro stessi la tattica dei piccoli gruppi mobili logorando la polizia e attaccandosi ai bersagli capitalisti in tutto il centro della città.
Militarmente parlando, non c'è un reale vincitore. Non è che verso le 18:30 che i poliziotti controllano finalmente il territorio, passando al setaccio tutta la città.
Insomma la polizia svizzera, a differenza dei poliziotti francesi in occasione, ad esempio della NATO, non cerca l'intimidazione spettacolare e il controllo totale di ogni minimo movimento della popolazione, ma d'intervenire strettamente al momento delle azioni.
I così detti "pacifisti", che si cerca di distinguere dai partigiani dell'azione diretta, contrariamente al dire dei media, sono rimasti solidali, denunciando esclusivamente il dispositivo poliziesco e la sua violenza d'intervento senza distinzioni (gas sui binari dei tram, nei negozi, bambini feriti verso la stazione, al momento della repressione globale, da flashball ). La Brigata dei Clown Attivisti e la Batucada hanno aiutato a dissolvere completamente questa divisione di Stato tra "pacifisti" e "casseurs". Allo stesso modo la popolazione non ha cercato d'interporsi contro i rivoltosi.
La cosa che va più sottolineata è la riuscita del legame con i quartieri popolari.
Il tempo di un pomeriggio, la rabbia mischiata alla gioia, siamo riusciti a deviare i flussi del quotidiano, abbiamo dato una nuova consistenza alla lotta di strada dei così detti "banlieusards", abbiamo incrinato le fibre di questo falso reale.
Avanziamo e scopriamo subito queste strade che credevamo di conoscere bene, queste vie che in altri momenti sono quelle della quotidianità, castrante e assassina della Macchina, che risuonano dei nostri passi rassegnati e che ora blocchiamo con la nostra forza d'attacco.
Scopriamo immediatamente l'importanza di una via troppo stretta o troppo larga, di stradine e di ostacoli, dell'importanza strategica e tattica di quell'incrocio. E sappiamo quindi l'importanza della nostra azione a scardinare questi flussi: vediamo infine, creandolo, l'urbanismo rivoluzionario

DISTRUGGI QUELLO CHE TI DISTRUGGE

NIENTE GIUSTIZIA, NIENTE PACE

G. - Un rabbioso
da Indymedia Lombardia

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