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mercoledì 23 giugno 2010

Perugia: 2 giorni di studio sui temi della libertà, con il "Comitato Verità e Giustizia per Aldo Bianzino"

Fonte: Il Messaggero
Il Comitato Verità e Giustizia per Aldo Bianzino, promuove due giorni di confronto e riflessione, su autoritarismo, proibizionismo, carcere e sicurezza venerdì e sabato prossimi "per non dimenticare le vittime del proibizionismo e delle condizioni drammatiche in cui versa l'universo carcerario". Aldo Bianzino è il falegname che morì in carcere nel novembre del 2007, arrestato per il possesso di alcune piante di marijuana. Il comitato continua a chiedere chiarezza sulle modalità con cui
Venerdì alle 17, alla Sala della Vaccara, don Andrea Gallo incontra i familiari e i comitati delle vittime della violenza di Stato Partecipano: i familiari e il Comitato Verità per Aldo Bianzino, i familiari di Stefano Cucchi, Assemblea dei parenti, amici e solidali di Stefano Frapporti, Don Andrea Gallo, Comitato "Amici di Alberto Mercuriali", Cristina Gambini, sorella di Luca, morto nel reparto Spdc di Perugia, Checchino Antonini, giornalista di Liberazione. A seguire serata benefit al Centro Sociale Ex-Mattatoio, Ponte San Giovanni, Perugia
Per sabato è previsto un incontro dalle 9.30 alle 17 alla Casa dell'associazionismo, Via della Viola su "Istituzioni Totali - Carceri - Psichiatria". Partecipano: Nicola Valentino - editrice Sensibili alle foglie Stefano Anastasia - Associazione Antigone, Forum droghe operatori del Cabs (Centro a Bassa Soglia).
Alessandro del comitato Verità per Aldo afferma: "Perugia è un laboratorio avanzato di politiche negative: il centro storico con sempre meno residenti e senza aggregati di quartiere stabili, luogo di promozione di grandi eventi commerciali e territorio sempre più militarizzato". Un secondo forum riguarderà l'informazione "dopata" Il terzo Focus riguarda le "Buone pratiche di riduzione dei rischi e di autodifesa da abusi, repressioni e pestaggi".
Il comitato verità e giustizia per Aldo Bianzino propone due giorni di riflessione e mobilitazione nei quali "decostruire il dogma proibizionista con la messa in movimento di politiche dal basso, la diffusione di strumenti e di percorsi di criticità e consapevolezza, la sperimentazione di buone pratiche di riduzione dei rischi e dei danni, raccontando le nostre città ed i nostri territori".

mercoledì 14 aprile 2010

Ennesimo suicidio carcerario a Rebibbia....

Ennesimo suicidio in carcere, sale a 19 il numero di suicidi carcerari in appena quattro mesi dall'inizio dell'anno....

Ancora un suicidio in carcere. Questa volta a togliersi la vita è stato un giovane siciliano di 31 anni di Vittoria, Daniele Bellante, che recentemente aveva cominciato collaboratore con la giustizia. Si è impiccato nella sua cella a Rebibbia con una striscia di tessuto attaccata alle sbarre. Era finito in carcere a ottobre per avere violato l'obbligo di soggiorno a Vittoria per reati minori. Si tratta del 19esimo suicidio in carcere dall'inizio dell'anno. Una situazione esplosiva: negli ultimi 10 anni si sono tolte la vita in carcere 568 persone. Analizzando freddamente i dati e confrontandoli con quelli tra il 1960 e 1969 ad esempio, la percentuale di detenuti che si sono suicidati è aumentata del 300%. Sovraffollamento, condizioni di vita al limite, ma anche una popolazione carceraria cresciuta a dismisura a causa di leggi e interpretazioni che ricorrono allo strumento detentivo sempre più frequentemente e colpiscono fasce disagiate o deboli. La notizia di questo ennesimo dramma è stata diffusa dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni che così commenta: «Il suicidio diun detenuto nel carcere di Rebibbia Nuovo Complesso, il 19simo dall'inizio dell'anno, è l'ennesimo, drammatico, campanello di allarme sulla situazione che si vive nelle carceri italiane, che speriamo stavolta non rimanga inascoltato».
Quello della scorsa notte è il secondo suicidio registrato nelle carceri del Lazio dall'inizio del 2010. Secondo il ministro dell'Interno Maroni «È chiaro che in questa vicenda sono in primis da comprendere i motivi che hanno portato un uomo, che aveva deciso di collaborare con la giustizia, a togliersi la vita. Resta, tuttavia, un innegabile e drammatico quadro di fondo: quello di un'emergenza carceri fatta di esorbitante sovraffollamento, fatiscenza di strutture, carenza di risorse economiche ed umane. Elementi che rendono, di fatto, impossibile il sostegno e l'assistenza ai detenuti e l'attuazione del principio costituzionale del recupero del reo. Una situazione che impone al nostro Parlamento di intervenire con urgenza per indicare una via di uscita a questa emergenza». Parole e intenzioni che al momento di tradursi in fatti, più che al “recupero del reo” o meglio allo studio di misure alternative alla carcerazione o la modifica di leggi che portano al carcere per reati minori, si trasformano in più carceri e più carcere per tutti.

Liberazione.it

martedì 13 aprile 2010

Bollettino carceri/ Santa Maria Capua Vetere, 18esimo suicidio

Carceri/ Sale a 18 bilancio detenuti morti suicidi in 2010
Italiano 40enne inala gas a Santa Maria Capua Vetere
Roma, 12 apr. (Apcom) - Ennesimo suicidio nelle carceri italiane: un detenuto italiano di 40 anni si è ucciso ieri nel carcere di Santa Maria Capua Vetere inalando il gas della bomboletta per cucinarsi e riscaldarsi cibi e bevande. Era un tossicodipendente italiano di 47 anni. E' il 18esimo suicidio negli istituti penitenziari italiani dall'inizio dell'anno.
Negli ultimi dieci anni (2000-2009), i detenuti suicidi nelle carceri italiane sono stati 568, mentre nel decennio 1960-69 sono stati "soltanto" 100, con una popolazione detenuta che era circa la metà dell'attuale: in termini percentuali, la frequenza dei suicidi è quindi aumentata del 300%. I motivi di questo aumento sono diversi: 40 anni fa i detenuti erano prevalentemente criminali "professionisti", spiega Ristretti Orizzonti, mentre oggi buona parte della popolazione detenuta è costituita da persone provenienti dall'emarginazione sociale, spesso fragili psichicamente e privi delle risorse caratteriali necessarie per sopravvivere al carcere.
La media europea dei suicidi in carcere è di 1 detenuto ogni 1.000 circa e l'Italia è allineata a questo dato. Però bisogna considerare che nel complesso della popolazione italiana avviene un suicidio ogni 20.000 abitanti, mentre in Paesi come la Francia, la Gran Bretagna e l'Olanda si registra una frequenza pressoché doppia, quindi da noi è maggiore lo scarto tra popolazione libera e detenuti.
Detenuti suicidi nel 2010
- Santa Maria Capua Vetere, 40enne italiano si uccide
- Benevento, detenuto italiano si suicida l'8 aprile
- Sulmona, detenuto di 50 anni si impicca il 3 aprile
- Reggio Emilia, italiano di 47 anni si suicida inalando gas dalla bomboletta per scaldare i cibi
- Napoli, detenuto schizofrenico di 31 anni si impicca il 10 marzo
- Padova, 35enne italiano si impicca il 7 marzo
- Roma-Rebibbia, italiano di 47 anni si impicca il 25 febbraio
- Vibo Valentia, 42enne si impicca il 24 febbraio
- Fermo, Vincenzo Balsamo, 40 anni, uccisosi il 23 febbraio
- Padova, Walid Aloui, tunisino di 28 anni, uccisosi il 23 febbraio
- Brescia, detenuto tunisino di 27 anni, uccisosi il 23 febbraio
- Spoleto, Ivano Volpi, 29 anni, uccisosi il 29 gennaio
- Milano, Mohamed El Abbouby, 25 anni, uccisosi il 15 gennaio
- Massa Carrara, Abellativ Eddine, 27 anni, uccisosi il 13 gennaio
- Verona, Giacomo Attolini, 49 anni, uccisosi il 7 gennaio
- Sulmona, Antonio Tammaro, 28 anni, uccisosi il 7 gennaio
- Cagliari, Celeste Frau, 62 anni, uccisasi il 5 gennaio
- Altamura, Pierpaolo Ciullo, 39 anni, uccisosi il 2 gennaio

venerdì 9 aprile 2010

Giustizia: diciottesimo suicidio... e la "macabra conta" continua


Un detenuto napoletano, collaboratore di giustizia, nella tarda serata di ieri si è impiccato con una calzamaglia: solo dall’inizio del 2010 in diciotto hanno deciso di uccidersi in carcere. E il numero dei detenuti continua a crescere.

E con quello di oggi siamo a diciotto: diciotto suicidi in carcere dall’inizio di quest’anno. Nel 2009, secondo il dossier di Ristretti Orizzonti (www.ristretti.it), i suicidi sono stati in tutto 72. A dare la notizia di quello di questa mattina - un detenuto 39enne, napoletano, collaboratore di giustizia, che nella tarda serata di ieri si è impiccato con una calzamaglia - è stato, con un comunicato, Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe): "Abbiamo saputo da pochi minuti di un nuovo suicidio in carcere di un detenuto ristretto ad Alta Sicurezza nel carcere di Benevento, un carcere dove sono presenti quasi 400 detenuti a fronte dei circa 240 posti letto regolamentari".
Scrive il segretario del Sappe: "La carenza di personale di polizia penitenziaria (ben 6 mila unità) e di educatori, di psicologi e di personale medico specializzato, il pesante sovraffollamento delle carceri italiane (oltre 67 mila detenuti in carceri che ne potrebbero ospitare 43 mila, con le conseguenti ripercussioni negative sulla dignità stessa di chi deve scontare una pena in celle affollate oltre ogni limite) sono temi che si dibattono da tempo, senza soluzione, e sono concause di questi tragici episodi".
Solo negli ultimi tre giorni sono state diverse le denuncie e le notizie provenienti dalle carceri italiane, vecchie piene e povere: lunedì una delegazione di deputati radicali ha compiuto una visita ispettiva all’Ucciardone, il carcere di Palermo. Ha denunciato il sovraffollamento e gli altri problemi del penitenziario: poco personale (ci sono 300 agenti invece dei 500 previsti), poca igiene, mancanza di riscaldamento, parenti costretti ad aspettare il loro turno di visita in mezzo ai rifiuti e senza riparo da pioggia e sole.
Martedì 6 aprile una quarantina di detenuti nel carcere di Porto Azzurro, all’isola d’Elba, ha preso in ostaggio due agenti per un paio d’ore. L’episodio è stato reso nato il 7 mattina ancora dal Sappe. Secondo Aldo Di Giacomo, responsabile locale del sindacato, l’accaduto "mette in evidenza le lacune del carcere dell’isola d’Elba e di tutto il sistema penitenziario italiano" ed è la conseguenza "delle drammatiche condizioni di vita in cui i detenuti di Porto Azzurro sono costretti a vivere. Il carcere è sporco, c’è tantissima umidità, i riscaldamenti spesso non funzionano e ci sono topi dappertutto. È impossibile lavorare e vivere con i topi che girano per la prigione".
Sempre martedì, l’agenzia Redattore sociale (www.redattoresociale.it) ha parlato della protesta di venti detenuti nel carcere romano di Rebibbia, all’interno del reparto G14, quello destinato a reclusi malati e infermi. I venti hanno iniziato lo sciopero totale della fame. Chiedono "l’applicazione della legge che prevede l’incompatibilità con il carcere per i detenuti affetti da malattie gravi". "Queste persone hanno sollevato un problema di strettissima attualità - ha sottolineato il Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni - Bisognerebbe avere coraggio di investire per creare un sistema alternativo alla detenzione per rendere alla lunga le carceri più vivibili. E nel frattempo che ciò accada, adoperarsi per rendere più umane le condizioni di vita in carcere dei detenuti malati".
Domani dovrebbe iniziare in commissione Giustizia alla Camera l’esame del ddl del governo, che prevede che le pene detentive non superiori a un anno possano essere scontate in casa "o presso un altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza". Fallita per ora l’intenzione dell’esecutivo della "corsia preferenziale" al provvedimento, che fa parte del "piano carceri" presentato dal Guardasigilli Angelino Alfano il lontano 13 gennaio: non è stata trovata l’unanimità dei gruppi, infatti, alla proposta di assegnare il ddl in sede legislativa.
"Prima - spiega la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti - vogliamo verificare la reale volontà di tutte le forze politiche ad avviare un percorso normativo che sia veramente risolutivo e durevole per risolvere le cause primarie del sovraffollamento delle carceri. Una delle maggiori perplessità sull’attuale testo è che, ancora una volta, si vorrebbero affrontare le riforme sulla giustizia a costo zero".
In dissenso con la decisione del suo gruppo la radicale eletta nel Pd Rita Bernardini, che ha scritto una lettera alla Ferranti: "Vogliamo trascinare la discussione per mesi e mesi in sede referente e poi avere chissà quando il passaggio in aula e poi l’esame da parte dell’altro ramo del Parlamento? Arriveremo all’estate con più di 70 mila detenuti senza che nulla di concreto sia accaduto". Secondo le stime del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nel settembre 2009 circa il 32 per cento dei detenuti a seguito di sentenza definitiva scontavano pene detentive non superiori a un anno: una percentuale che è costantemente in crescita.

lunedì 29 marzo 2010

Carceri, ennesimo suicidio a Reggio Emilia

Reggio Emilia, detenuto muore in cella dopo aver inalato il gas della bomboletta La vittima è un tossicodipendente italiano di 47 anni: voleva stordirsi. E' il quindicesimo caso dell'anno

MILANO - Si allunga la tragica lista dei detenuti morti in cella nel 2010. Il quindicesimo caso dell'anno, il terzo nel mese di marzo, è avvenuto nella notte tra sabato e domenica nella casa circondariale di Reggio Emilia. Un detenuto, un tossicodipendente italiano di 47 anni, è morto «dopo aver inalato il gas della bomboletta che tutti i reclusi legittimamente detengono per cucinarsi e riscaldarsi cibi e bevande, come prevede il regolamento penitenziario». Più che un tentativo di suicidio, a quanto pare, si è trattato di un tentativo di stordirsi con il gas, come spesso fanno i tossicodipendenti in mancanza di altre sostanze. Un caso recente è avvenuto nel carcere milanese di San Vittore. L'ora del decesso risale a mezzanotte e mezza; il fatto sarebbe avvenuto durante il cambio di turno degli agenti.

SEI BOMBOLETTE NELLA CELLA - Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del sindacato della polizia penitenziaria Sappe, riferisce che il corpo dell'uomo è stato trovato dagli agenti durante il controllo. Accanto al corpo c'era una busta di plastica, che molto probabilmente l'uomo aveva usato per infilarci la testa durante l'inalazione del gas. Nella cella c'erano altri due detenuti. Ogni detenuto, secondo il regolamento, dispone di due bombolette di gas; in quella cella, quindi, c'erano sei bombolette. «È un fatto drammatico, che testimonia ulteriormente la necessità di intervenire immediatamente sull'organizzazione e la gestione delle carceri, dove il numero esorbitante dei detenuti e la carenza di personale non consentono più alla polizia penitenziaria di garantire i controlli necessari - dice Durante -. A Reggio, come in quasi tutti i penitenziari d'Italia, di notte, un solo agente controlla almeno due sezioni detentive, con circa 150 reclusi».

L'APPELLO: «VIETATELE» - Il sindacato di polizia penitenziaria lancia quindi un appello: «Riteniamo che sia giunto il momento di rivedere il regolamento penitenziario, al fine di vietare l'uso delle bombolette di gas, visto che l'Amministrazione fornisce il vitto a tutti i detenuti».

Redazione online

lunedì 15 marzo 2010

Giustizia: un malato muore in carcere domande senza risposta

La Repubblica
Il caso di Angelo Russo, sofferente psichico, che si è tolto la vita nel carcere di Poggioreale, pone una serie di interrogativi a cui bisognerebbe dare risposta. Innanzitutto perché questa morte riguarda una persona che, nel bene e nel male, era presa in carico dai servizio sanitario pubblico prima e dall’amministrazione penitenziaria poi. Angelo Russo, schizofrenico, era stato accusato di aver usato violenza a un’altra paziente, all’interno del dipartimento di salute mentale presso il quale entrambi erano in cura.

È entrato in carcere, quindi, con una diagnosi precisa, con una storia clinica nota e con l’evidente carico di complessità che comporta la presa in carico di un sofferente psichico. È entrato in un carcere, in questo caso Poggioreale (ma la storia si sarebbe potuta ripetere in una qualsiasi delle nostre carceri), affollato oltre ogni possibile criterio di capienza (2.500 detenuti su una capienza di 1.300 posti), con i limiti strutturali e di personale che sono ormai noti a tutti.

In un carcere dove, come in ogni altro carcere, a partire dalle 18 la vita si sospende, il personale civile va via, i blindati si chiudono e gli agenti si riducono a poche unità per centinaia di reclusi. Angelo Russo, a quanto ci risulta, ha dato nel corso della giornata segni di crisi, ma ciò non è stato sufficiente per determinare una sorveglianza a vista. Ma la catena di responsabilità non finisce qui.

A partire dall’aprile 2008 la sanità penitenziaria è entrata di diritto nel sistema sanitario regionale. Si doveva, così, garantire il pieno rispetto del diritto alla salute. Ciò significa che un detenuto che, in condizioni di libertà, è seguito dai servizi di salute mentale non dovrebbe vedere interrompersi né la continuità né la qualità di assistenza. Ma questa riforma, che tarda a concretizzarsi anche per il ritardo con cui il governo ha trasferito le risorse per la sanità, non ha inciso sui reali assetti dell’assistenza sanitaria all’interno delle carceri.

Gli psichiatri, persino nei manicomi giudiziari, rimangono convenzionati per un numero di ore insufficienti alla platea di detenuti e, per di più, la notte nei reparti rimane, in genere e se va bene, solo un medico generico di turno. Sulla questione salute mentale e sullo stato dei servizi nella nostra regione occorrerebbe una riflessione seria e ragionata. Bisognerebbe capire quale è il livello di assistenza che i sofferenti psichici e le loro famiglie realmente ricevono. E bisognerebbe anche comprendere come garantire che il filo dell’assistenza non si spezzi una volta varcata la soglia di un carcere o di un manicomio.

Non si tratta di cercare colpe, ma di individuare responsabilità, politiche e istituzionali. Sulla morte di Angelo Russo la magistratura aprirà un’inchiesta e nessuno vuole rivestire il ruolo di Cassandra, dicendo che si concluderà come tutte le altre aperte e poi archiviate in questi casi. Si può anche, giustamente, imputare al governo nazionale la responsabilità del sovraffollamento, chiedendo che faccia qualcosa in più che una politica di annunci. Ma si ha il dovere morale di impedire che simili episodi si ripetano, che a seguito di un caso del genere si costruiscano reali percorsi di presa in carico e protocolli operativi in grado di assicurare l’assistenza psichiatrica anche all’interno di un carcere.

E sarebbe anche opportuno che nel pieno di una campagna elettorale, in cui francamente è difficile comprendere idee e programmi, si affrontasse il tema della salute mentale. Sergio Piro, in occasione delle elezioni regionali del 2000, a nome degli operatori democratici di salute mentale e dei sofferenti della Campania, chiedeva, proprio dalle pagine di "Repubblica", un programma di civiltà, di giustizia e di libertà che fosse finalmente il punto di partenza per il riscatto della Campania. Perché, ci ricordava allora, "una società si giudica anche dal modo con cui tratta i suoi malati mentali". Sono trascorsi dieci anni e queste parole, oggi, sono più che mai attuali.



giovedì 28 gennaio 2010

Omicidio Lonzi: Appello della madre

Come tutti sanno in questi anni ho potuto portare avanti la mia battaglia per cercare di arrivare alla verità e alla giustizia sulla morte di mio figlio Marcello grazie all’aiuto economico e morale che collettivi, centri sociali, amici e singoli individui mi hanno dato per poter sostenere le spese legali. Qualche anno fa ho aperto anche un conto corrente postale proprio in occasione della riesumazione del corpo di mio figlio e della conseguente perizia medico-legale fatta dal dottor Salvi che diceva cose ben chiare sulla natura delle ferite trovate sul corpo di mio figlio. Purtroppo l’ultima perizia invece ha confermato in modo vergognoso quella fatta subito dopo la sua morte tenendo conto solo della versione “ufficiale” data dal carcere. Adesso per smontare questa perizia abbiamo bisogno di una controperizia che faccia emergere tutte le anomalie omesse dalla precedente. Purtroppo però i fondi raccolti su quel conto sono finiti ed io al momento non ho la possibilità economica per poter pagare questa ulteriore perizia. Faccio dunque appello a tutti coloro che mi sono stati vicino in questi anni e in generale a chi vuole sostenermi nella mia ricerca di verità e giustizia per dare un contributo economico, anche minimo, a questa battaglia.

Conto corrente postale n. 66865767 intestato a Maria Ciuffi.
CAUSALE: Spese legali

Grazie a tutti Maria Ciuffi

lunedì 25 gennaio 2010

La mamma di Marcello Lonzi: Marcello come Stefano Cucchi. Il diario clinico, arrivato in cella già pestato

Sarebbe stato il suo stesso cuore malato ad ammazzare Marcello Lonzi alle Sughere di Livorno. E i buchi in testa se li sarebbe procurati cadendo su un secchio o su un termosifone. E le otto costole rotte e le ecchimosi sulla schiena gliele avrebbe procurati la foga dei soccorsi. Sette anni e mezzo dopo, la perizia finale sulla morte del detenuto ventinovenne, sembrerebbe annunciare un'archiviazione su cui il gip dovrebbe pronunciarsi entro pochi giorni. E allora si capisce perché il pm non l'aveva consegnata al legale di Maria Ciuffi prima della manifestazione dello scorso 16 gennaio a Livorno.Maria è la madre di Lonzi, arrestato nel marzo del 2003, condannato a nove mesi per tentato furto. Ucciso dalla galera alle Sughere di Livorno nel luglio del 2003.«Ma davvero è morto in quella cella?», continua a chiedersi Maria Ciuffi, da quando i Ris di Roma, la scientifica dei carabinieri, le hanno esclusola presenza di una sola goccia di sangue. Le celle dell'isolamento delle Sughere sarebbero restate fuori dalle indagini. L'ultima perizia sembra una pietra tombale sulla battaglia di verità e giustizia ma il diario clinico, allegato alla documentazione della perizia, rivela che, giunto il 3 marzo 2003 Lonzi «riferisce percosse, plurime escoriazioni e lividi a cosce e gambe... dolore all' emitorace, si necessita radiografia (l'avrà poi fatta?, ndr), si trascina sulla gamba destra perché la sinistra riferisce che è contusa».«In sette anni è la prima volta che viene fuori. E' la prima volta che lo leggo... Sembra il caso Cucchi», dice ancora la signora Lonzi che ora ha sporto denuncia per sapere se davvero suo figlio sia stato pestato dalla polizia al momento dell'arresto.
Checchino Antonini
da:Osservatorio sulla repressione

martedì 22 dicembre 2009

Carceri,Salerno,suicida 45enne-Salgono a 171 i morti nel 2009

I familiari: si apra indagine.Giallo al carcere di Salerno. Tragica fine di un pregiudicato, aveva dato appuntamento alla figlia per Natale. Marco Toriello soffocato da una cinta che non si trova. Quindici giorni fa tentò di togliersi la vita.

Si sarebbe suicidato in carcere (venerdì 18) impiccandosi con una cinta, che ora non si trova, pochi giorni prima di tornare a casa agli arresti domiciliari. E la famiglia chiede chiarimenti su una morte che ritiene sospetta. Soltanto il giorno prima, Marco Toriello, 45 anni, di Eboli, aveva avuto un colloquio con la figlia poco più che diciottenne e le aveva chiesto di portargli capretto e patate per la vigilia di Natale, quindi dei soldi in contanti «per fare la spesa e festeggiare con gli amici anche il mio ritorno a casa». «Mi raccomando – aveva detto alla figlia – mercoledì arriva puntuale, ci facciamo una lunga chiacchiera e gli auguri».Insomma, un comportamento tranquillo che ha spinto la sorella di Toriello, Alfonsina, a presentare al magistrato Marinella Guglielmotti una richiesta di autopsia. La sua famiglia non crede al suicidio. E non ci crede neanche il legale, l’avvocato Nicola Naponiello, che da anni lo assisteva. La famiglia chiede soprattutto di chiarire alcuni punti oscuri dell’intera vicenda. Innanzitutto i segni sul corpo. Segni che, a detta di un perito di parte (il medico legale Panfilo Maiurano), sarebbero incompatibili con una morte persoffocamento.
Quindi i segni lasciati sul suo corpo dalla cinta (il mistero di quella cinta presente nella sua cella torna più volte nella vicenda, soprattutto dal momento che appena 15 giorni prima aveva tentato un altro gesto estremo poi fallito) sarebbero asimmetrici: più larghi avanti e più stretti indietro. E non solo: i segni della cinta non sarebbero all’altezza del mento ma nella parte bassa del collo.
Piedi e mani sarebbero dunque bianchi (altro particolare strano viste le cause del decesso) mentre su tutta la schiena e anche su parte del torace ci sarebbe un’enorme ematoma. Marco Toriello, inoltre, soffriva di uno stato avanzato di cirrosi epatica e, nonostante ciò, sarebbe stato sottoposto (secondo la denuncia presentata dalla famiglia) a un cura con antidepressivi.
A suscitare perplessità sarebbe stata anche la cronologia degli eventi che avrebbero preceduto la sua morte. Alle 19.30 Toriello avrebbe chiesto una coperta a un secondino. Alle 19.50 avrebbe parlato e scherzato con lo stesso secondino sulle condizioni meteorologiche, sull’abbassamento delle temperature.
Alle 20.05 sarebbe stato trovato morto. Secondo la ricostruzione fatta dalla polizia penitenziaria sarebbe salito sul ciglio del letto, avrebbe posizionato la cintura vicino alle sbarre e si sarebbe fatto scivolare fino a soffocarsi. Il tutto pochi minuti dopo essere stato visto vivo dal secondino.
Pochi, secondo la famiglia, viste le sue precarie condizioni di salute. Alle 00.30 la famiglia viene avvisata dai carabinieri. Le autorità penitenziarie danno appuntamento alla famiglia per le 8 del mattino a Fuorni. In realtà il cadavere era stato trasportato alle 23.40 all’obitorio del cimitero di Brignano, in custodia giudiziaria.
Dove tuttora si trova la salma. «Siamo rimasti tutti sconvolti per quanto accaduto – commenta il direttore del penitenziario di Fuorni, Alfredo Stendardo – era un uomo mite e di compagnia. Aveva superato con successo i colloqui psichiatrici. Non ce lo aspettavamo… Mezzora prima aveva chiesto una coperta…». Sulla presenza della cinta in cella, il direttore taglia corto: «Gli psichiatri avevano detto che stava bene, perché non doveva avere una cinta?»
Mercoledì la sorella di Marco Toriello, Alfonsina, alle 10 si presenta al carcere di Fuorni per un colloquio. Ma riesce vedere il fratello soltanto alle 13 e per soli dieci minuti. Le viene detto che Marco è a colloquio con un magistrato. Cosa che le viene confermata anche dall’uomo. «Mi ha chiesto di collaborare», le dice. Poi, dopo dieci minuti, va via: «Devo andare dal medico». «Non capisco il mio assistito di cosa dovesse parlare con il magistrato – commenta il legale della famiglia Toriello, Nicola Naponiello – e soprattutto in mia assenza. Non capisco per cosa dovesse collaborare, abbiamo chiesto di sapere chi sia questo magistrato». Su questo colloquio che ha insospettito la famiglia il direttore del carcere, Alfredo Stendardo, taglia corto: «Non posso rispondere a questo».
«Voglio vedere la cinta, il pm spero l’abbia vista: mio fratello non aveva cinte in cella. Ero io a portargli gli abiti: cinte e lacci non li facevano entrare. Gli avevano addirittura tolto le lenzuola dopo il primo tentativo di suicido, per poi ridargliele. Un tentativo per attirare l’attenzione, ce lo aveva confidato. Non si sarebbe mai tolto la vita. Era imbottito di medicinali antidepressivi e non riceveva le cure che gli spettavano per la malattia che aveva». Alfonsina Toriello è distrutta dal dolore ma molto lucida. «Avevo portato il risultato di alcuni esami che Marco aveva fatto: aveva i marker tumorali elevati, aveva bisogno di fare degli approfondimenti. Sono stati fatti? Chi sono gli psichiatri che lo curavano? Si può imbottire di medicine pesanti un malato di cirrosi epatica? Stamattina (ieri, per chi legge) ci hanno fatto aspettare fuori al carcere quando il suo corpo era già al cimitero. Abbiamo dovuto aspettare che i dirigenti facessero le ”loro cose” prima di poter parlare con loro. Non è normale. Era così contento di tornare a casa…

Published by RedNest dicembre 21st, 2009

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