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sabato 16 ottobre 2010

Vile atto repressivo a Napoli

comunicati stampa sui fatti di Napoli(15 ottobre): il corteo cobas scuola contro tagli  e riforma gelmini e l'arresto assurdo e immotivato di un precario della ricerca.


Oggi 15 ottobre 2010, a Napoli, in varie migliaia hanno manifestato con un corteo regionale in difesa della scuola pubblica: docenti, precari scuola, precari della ricerca, personale ATA , studenti medi e universitari, genitori.
Erano presenti delegazioni di lavoratori di aziende campane in lotta e di pensionati dell’AL.P.I.
Il corteo, attraversato dagli slogan contro la Germini di cui si chiedevano le dimissioni, esprimeva la gioia della scadenza riuscita per la forte partecipazione al corteo, tanto che si chiedeva ai responsabili Digos di poter prolungare il corteo fino alla prefettura. Cosa che, purtroppo, veniva rifiutata.
Pertanto il corteo giungeva correttamente alla conclusione in Piazza Matteotti.
Dopo la conclusione un’ ampia delegazione di precari scuola e ricerca, insieme a gruppi di studenti, imboccavano il percorso pedonale di via Cervantes fermandosi, però, dubbiosi dopo meno di dieci metri, anche perché superati velocemente da circa sette, otto agenti in borghese della Digos che correvano verso un gruppo di studenti che si trovavano al lato del corteo improvvisato e fermo, colpendo violentemente quegli studenti con pugni, tanto che sono stati visti alcuni giovani con sangue sul volto e ragazzine terrorizzate. Sembravano cercare alcuni ragazzi in particolare?!!!
A diversi metri di distanza, immotivatamente veniva fermato un precario della ricerca, Salvatore Prinzi, che non faceva neanche parte del corteo abbozzato.
Il precario veniva tenuto per ore in questura senza nessuna informazione alla famiglia e  ai compagni, rimasti in attesa in presidio improvvisato. Persino gli avvocati non sono stati ammessi o informati fino alle 17,00.
Successivamente, abbiamo saputo che il giovane è stato incriminato per resistenza, oltraggio e lesioni perchè un agente avrebbe dichiarato di essere caduto durante il fermo ferendosi e questo sarebbe stato determinato dal precario che si sarebbe divincolato.
Questi eventi sono gravissimi perché rappresentano una novità nelle logiche che hanno fino a ieri guidato chi gestiva l’ordine pubblico.
Non possiamo che ritenere che questi eventi siano dovuti ad una volontà di criminalizzare le lotte sociali.
Chi perde il lavoro, o il diritto allo studio o il futuro, non può più neanche protestare, in una situazione dove anche i commercianti di quel tratto di via Cervantes, che hanno assistito alla scena,  parlano di un clima di minacce e di timore determinati dalla polizia.
Domani mattina alle nove saremo tutti al tribunale in presidio.



CONFEDERAZIONE COBAS

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comunicato CAU

Venerdì 15 ottobre, al termine del corteo di studenti medi e universitari, insieme ai precari della scuola e i disoccupati, in piazza per protestare contro la riforma di scuola ed università, si è verificata un’assurda e inspiegabile caccia all’uomo da parte di polizia e agenti della DIGOS. Con violenza gli agenti hanno picchiato alcuni studenti e tratto un precario della ricerca in stato di fermo.
Dopo 5 ore di estenuante attesa, senza la possibilità per gli avvocati di salire per assistere il ragazzo, alle ore 17:20 il fermo è stato commutato in stato di arresto, con l'accusa di reati completamente inventati (oltraggio a pubblico ufficiale, resistenza...), e domani mattina alle ore 8:30 si terrà il processo per direttissima.

Da parte delle forze dell'ordine nessun contuso, come invece su molti giornali viene scritto. Resta solo la violenza con la quale oggi le forze dell’ordine, hanno deciso che è un crimine manifestare per i propri diritti, dallo studio, al lavoro, ai trasporti.

Chi in questa città è impegnato nelle lotte sociali, dal lavoro alla scuola, dall'università ai territori, non si tirerà però indietro!


Se l'autunno si preannunciava caldo, adesso è bollente e ci spetta!



...the future is unwritten...

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COMUNICATI DI SOLIDARIETA'

Venerdì 15 ottobre a Napoli abbiamo assistito all'ennesimo atto di repressione. Studenti medi e universitari, precari della scuola e disoccupati sono scesi in piazza in occasione del corteo indetto dai COBAS Scuola per protestare contro i tagli imposti dalla manovra finanziaria. Il corteo si è svolto regolarmente fino all'altezza di piazza Matteotti dove ha cercato di svoltare verso la prefettura. In quel momento la DIGOS ha improvvisamente cercato di fermare alcuni manifestanti, dividendo in due spezzoni il corteo. Dopo qualche ora di fermo è stato convalidato l'arresto per un compagno, che ora si trova in questura in attesa del processo per direttissima di domani mattina.

Le montature mass-mediatiche dell'ultima settimana sulla questione dei presunti "attacchi" alle sedi della CISL, la sempre più forte repressione contro i movimenti e le dichiarazioni provocatorie di Maroni sulla manifestazione di sabato indetta dalla FIOM, sono il chiaro sintomo che lo Stato sta mettendo in atto una nuova strategia della tensione, che cerca di schiacciare con violenza e in maniera preventiva qualsiasi forma di dissenso.
L'arresto di oggi ha il chiaro intento di alzare la tensione per la manifestazione dei metalmeccanici di domani.
L'arresto di oggi è chiaramente politico!

Sabato 16 ottobre alle ore 8:30 PIAZZALE CENNI, ADIACENTE CARCERE DI POGGIOREALE ci sarà un presidio in concomitanza con il processo per direttissima in cui è coinvolto il compagno arrestato. Invitiamo tutti i compagni a parteciparvi e manifestare solidarietà.

La repressione non ci fermerà!
Solidarietà al compagno arrestato

Iskra Napoli
Collettivo Baruda
Unità Comunista
Collettivo Comunista Costiera Amalfitana
Assemblea Campana per la Costituente Comunista

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La criminalizzazione e repressione poliziesca dei movimenti dei precari, degli studenti, dei disoccupati, dei difensori del territorio e di tutte le componenti di classe che rifiutano la logica istituzionale del disciplinamento e della compatibilità, è la risposta -consueta- dello stato demokratico/fascista intento a ridurre al silenzio qualsiasi tentativo di generalizzazione del conflitto.Tutto questo per imporre uno sfruttamento feroce e senza precedenti della maggior parte della società da parte di una minoranza senza vergogna, corrispondente all’elite economica.


Libertà per Salvatore.

Per una società senza galere, frontiere e sfruttamento.

Movimento Difesa del Territorio Area Vesuviana
Collettivo Area Vesuviana
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massima solidarieta' a Salvatore e a tuti i compagni e movimenti vittime della repressione!!!

non un passo indietro!!!!

Rete studenti Salerno
C.S.A. Asilo Politico 

domenica 10 ottobre 2010

Palermo: aggressioni della polizia davanti al liceo Umberto I‏

Ieri si è consumato l’ennesimo atto dell’ondata repressiva che negli ultimi mesi ha colpito studenti, lavoratori e disoccupati.

Esprimiamo solidarietà al gruppo di studenti e studentesse antifascisti/e palermitani che ieri mattina durante un volantinaggio fuori ad un liceo sono stati aggrediti e poi denunciati.


comunicato degli antifascisti palermitani:

Sabato 9 ottobre, alle ore 12, davanti ai cancelli del liceo classico Umberto I, si è svolto un volantinaggio, con modalità pacifiche, per denunciare le continue minacce e aggressioni da parte di Casa Pound e Azione Giovani, organizzazioni dell’estrema destra, nei giorni scorsi, davanti ai cancelli del medesimo istituto.


Dopo pochi minuti sono arrivate le forze di polizia, che hanno intimidito e aggredito senza ragione i manifestanti, sette dei quali sono stati prelevati ingiustamente, sempre con la forza e condotti in questura. Uno di loro, inerme, è stato buttato a terra, aggredito da 4 poliziotti e portato via in manette. Molte delle persone che si trovavano lì hanno subito minacce verbali e aggressioni fisiche da parte di polizia e di DIGOS.

La questura ha dichiarato falsamente di essere intervenuta per fermare gli scontri che si erano creati tra antifascisti e Casa Pound; nessun esponente di Casa Pound era però presente in quel momento e non era in corso alcuna colluttazione.

Il risultato della ” tutela “ dell’ordine pubblico: sette feriti e in stato di fermo. Il preside dell’Umberto I dopo avere saputo che la polizia da lui chiamata stava aggredendo i ragazzi, si è rifiutato di intervenire. Agli studenti, nel frattempo, è stato impedito di uscire dall’istituto. Diversi studenti del liceo, che avevano filmato l’accaduto, sono stati minacciati e costretti dalla DIGOS e dalla polizia a cancellare i filmati.

Lo stato di fermo per tre compagni si è trasformato in arresto.

ANTIFASCISTI E ANTIFASCISTE PALERMITANI/E

lunedì 4 ottobre 2010

De Corato: «Maroni chiuda i centri sociali e i loro siti web»

«I ripetuti allarmi sulla sicurezza che il ministro Maroni sta lanciando da giorni paventando nuove azioni terroristiche cozzano con la situazione di Milano dove esistono autentiche zone franche rappresentate dai centri sociali».

Lo ha dichiarato ieri il vice sindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato per il quale «(...) i centri sociali milanesi contribuiscono a tenere vivo quel clima che porta poi al radicamento di forme eversive che, per fortuna, finora, grazie alla capacità di valenti magistrati sono state bloccate sul nascere. Se vogliamo disattivare una miccia sempre accesa la prima cosa è chiudere questi luoghi».

«La Panetteria Okkupata di via Conte Rosso - prosegue De Corato - occupa abusivamente uno stabile privato da 18 anni. Lambita dall’inchiesta sulle Nuove Br e frequentata dai presunti brigatisti, poi arrestati, Morlacchi e Virgilio, recentemente ha ospitato per un presunto convegno una ex terrorista, Irmgard Moeller, ex militante della Banda Bader-Meinhof».

«Al Cox, stabile comunale rioccupato abusivamente, ci si ritrovava a commentare, manco fosse il cineforum, le udienze sull’inchiesta delle nuove Br, invitando, tra un dibattito e l’altro, Renato Curcio - continua il vice sindaco -. Sono solo due esempi di assolute anomalie. Ma se ne potrebbero fare a bizzeffe. Eppure rimane lo status quo con almeno 13 stabili pubblici e privati di Milano in mano all’area antagonista senza che si muova foglia. E non si capisce come sia possibile che il ministro Maroni inviti solamente ad abbassare i toni su Internet. Da Indymedia al blog dei Corsari ad alcuni gruppi nati su Facebook, in quei siti si fa apologia del terrorismo, si cercano proseliti usando la rete come tam tam per incitare ad azioni violente, per minacce o suggerire pedinamenti di soggetti non graditi».

«Il ministro - conclude il vice sindaco - dovrebbe dare mandato alla polizia postale di chiuderli. Qui non si tratta di provvedimenti liberticidi ma di misure di sicurezza pubblica«, conclude De Corato.

martedì 14 settembre 2010

Il Ministro Roberto Maroni attacca i centri sociali "sono professionisti della violenza”

il Capo del Viminale ha alzato il tiro annunciando che già da domani "farò delle riunioni per affrontare la situazione". Perché il rischio è "tornare agli anni 70"

“I giovani dei centri sociali non sono affatto giovani, sono professionisti della violenza”. Il colpo è stato menato direttamente dal ministro dell’Interno durante il suo intervento alla festa dei Popoli padani. “Dobbiamo fermare questa deriva – ha proseguito – , sono preoccupato, voglio evitare che finisca come negli anni ’70 quando la situazione si trasformò in terrorismo”. Dopodiché ha annunciato che “già la prossima settimana farò delle riunioni per affrontare la situazione”.

Ieri, durante l’anniversario dell’11 settembre, Roberto Maroni aveva rilanciato l’allarme terrorismo. “Il rischio di episodi di terrorismo come quello delle Torri gemelle è molto alto. La Francia ha innalzato il livello di sicurezza, noi abbiamo la più alta attenzione nei confronti di questo rischio che aleggia sempre e siamo sempre vigili per scongiurare situazioni che abbiamo già vissuto in questi anni”.

Sulla stessa linea, il collega di partito e di governo, il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli. “Siamo in buone mani, grazie al ministro Roberto Maroni che ha già fatto tanto impedendo nuovi ingressi di clandestini, chiudendo tanti campi nomadi abusivi, rimpatriando quegli ospiti indesiderati per motivi di sicurezza e chiudendo quei centri che, in nome di una religione, propagandavano invece il terrorismo”

fonte: Il Fatto Quotidiano)

martedì 7 settembre 2010

LETTERA DAL CARCERE DI SIANO (CT)

SOLIDARIETÀ AI PRIGIONIERI DI GUERRA ARABI
I fatti. 6 luglio 2010: pestaggio a sangue di un prigioniero arabo attuato da una squadretta di guardie agli ordini del comandante nella sezione AS2 del carcere di Rossano (CS). Una vera e propria trappola messa in atto in seguito a una lotta collettiva di sezione in merito alle condizioni di detenzione con obiettivi i quali il diritto ai colloqui con i familiari, l’uso del campo sportivo interno al carcere, la possibilità di detenere radioline o lettori CD, e di conservare alimenti in frigo. La lotta si era espressa nei giorni precedenti nelle forme dello sciopero della fame e di ripetute battiture.

2 agosto 2010: provvedimento di censura della corrispondenza disposto da un decreto del magistrato di sorveglianza di Catanzaro nei confronti di un militante comunista prigioniero nella sezione AS2 del carcere di Siano (CZ).

L’unica motivazione indicata nel decreto è che il prigioniero in questione era il destinatario di una lettera che non ha mai ricevuto perché trattenuta. Lettera spedita da un non precisato detenuto di un carcere calabrese con un contenuto che, a giudizio del magistrato, avrebbe potuto “fomentare manifestazioni di protesta nella casa circondariale di Siano”.

Due episodi che molto probabilmente sono collegati dal fatto che la lettera indicata nel provvedimento di censura proveniva proprio da Rossano dopo il pestaggio.

Due episodi concatenati che mostrano bene come si sostanzia il piano di sviluppo della detenzione accentuata del Ministero di Grazia e Giustizia dello Stato italiano. Dall’aggravamento delle condizioni di detenzione del cosiddetto carcere duro, come disposto dal “Pacchetto di Sicurezza” per quanto riguarda il regime sottoposto al 41 bis, all’accentuazione dell’isolamento nel circuito ex EIV ora AS2, dove sono tenuti prigionieri comunisti, anarchici, arabi antimperialisti, concepito con sezioni come compartimenti stagni che oltre ad essere differenziate e isolate dagli altri circuiti carcerari non devono nemmeno comunicare tra loro.

Due episodi che mostrano anche il tipo di trattamento che lo Stato italiano riserva ai prigionieri delle guerre imperialiste di conquista e di oppressione che lo vedono a fianco degli imperialisti USA, come in particolare in Afghanistan. Infatti diversi prigionieri di questa guerra gli sono stati ceduti in gestione con il piano di smistamento Obama, deportandoli in Italia direttamente da Guantanamo o dalla base-prigione USA di Bagram in Afghanistan. Guarda caso questi prigionieri ora si trovano nelle sezioni AS2 di Rossano, di Macomer, di Benevento e di Asti assieme a decine di altri proletari e operai arabi immigrati in Italia, incarcerati spesso solo perché erano attivi, o sono stati considerati tali, in reti di solidarietà e appoggio alla lotta dei popoli iracheno e afghano contro l’occupazione militare.

Per parte nostra, come militanti comunisti prigionieri italiani, pur chiarendo che da questi prigionieri antimperialisti arabi ci distingue la concezione del mondo radicalmente diversa, che per noi ha il contenuto principale della liberazione dall’oppressione e dallo sfruttamento e l’obbiettivo generale del comunismo, tuttavia siamo solidali con la loro lotta contro l’imperialismo in generale e, a maggior ragione, con la loro lotta contro il carcere dello stato imperialista italiano.

CONTRO LA DIFFERENZIAZIONE E L’ISOLAMENTO!

MORTE ALL’IMPERIALISMO, LIBERTÀ AI POPOLI!

SIANO, AGOSTO 2010

Davide Bortolato, Alfredo Davanzo, Bruno Ghirardi, Claudio Latino, Massimiliano Toschi, Riccardo Porcile, Vincenzo Sisi, Gianfranco Zoja.

FONTE:Indymedia

lunedì 30 agosto 2010

Ragazzo italiano morto in carcere in francia dopo mesi di vessazioni e minacce

"Il dramma di mio figlio vittima delle guardie carcerarie"
Parla la mamma di Daniele Franceschi, morto nel penitenziario di Grasse

"Mi scriveva per raccontarmi di minacce e intimidazioni continue"
di MARIO NERI

«Subiva soprusi, minacce e intimidazioni dalle guardie. Non lo curavano, non gli facevano avere i soldi che gli mandavo. Era dimagrito moltissimo e si sentiva isolato. Mi diceva: “mamma, qui gli italiani sono considerati feccia, io non muovo un dito, non reagisco, altrimenti finirebbe male”». Suo figlio glielo scriveva nelle lettere che le inviava regolarmente e lo ha ripetuto anche dieci giorni fa, quando era riuscito a procurarsi un telefonino e a chiamarla a Viareggio. Ora Cira Antignano, la madre di Daniele Franceschi, l’uomo di 31 anni morto nella martedì in una cella del carcere di Grasse, nell’entroterra di Cannes, parla da Nizza, da un albergo vicino all’ospedale dove è stato trasferito il corpo del figlio e chiede «giustizia».

E’ insieme a una cugina e all’altro figlio Tiziano. «Voglio sapere cosa è successo davvero. L’ambasciata e il governo si attivino, perché i francesi non dicono la verità. Daniele non è morto di un infarto fulminante come dicono. Grazie all’avvocato e a una rappresentante del consolato siamo riusciti a sapere che martedì alle 13,30 si era sentito male. Aveva chiesto aiuto e l’avevano portato in infermeria per un elettrocardiogramma. Ma i sanitari l’avevano rimandato in cella dicendo che non aveva niente. Poi l’hanno trovato solo alle 17,30, dopo 4 ore, steso sulla branda, con il giornale appoggiato sulla faccia. Era morto». La madre di Daniele pensa che i fatti non si siano svolti così, che ci siano lati oscuri che le autorità francesi non vogliono rivelare: «Ma come è possibile che l’abbiano rispedito in cella se stava male, e come è possibile che se ne sia andato per un arresto cardiaco. Daniele non ha mai avuto problemi al cuore, era un ragazzo sano. Solo lì erano peggiorate le sue condizioni. Nelle lettere mi diceva che i soldi che mandavo da Viareggio gli arrivavano dopo un mese, e anche quando riusciva ad averli le guardie lo vessavano. Lui, come tutti i detenuti, li affidava a un secondino per farsi comprare cibo, giornali e sigarette fuori dal carcere. La regola voleva che per la spesa ogni detenuto scrivesse un biglietto. Ogni volta la guardia tornava e dicevano che l’avevano perso e che non avevano potuto prendergli niente. Così non mangiava e si consumava. Dimagriva e aveva sempre più paura».

La signora Antignano è sconvolta, è arrivata questa mattina presto a Nizza e ancora non le hanno fatto vedere il corpo del figlio: «Hanno anticipato l’autopsia di un giorno - denuncia - doveva essere martedì, invece la faranno domani. Inoltre le autorità ci impediscono di nominare un medico legale italiano, dicono che è troppo tardi e che avremmo dovuto portarcelo dall’Italia». Secondo la donna, Daniele subiva intimidazioni continue. «L’ultima volta l’ho sentito al telefono dieci giorni fa. Non so come avesse fatto, ma malgrado le rigide regole carcerarie era riuscito a procurarsi un telefonino da qualcuno che era in carcere con lui. Mi ha raccontato che qualche giorno prima gli avevano trovato in cella alcuni grammi di “fumo” e le guardie carcerarie lo avevano subito accusato dicendo che lo avrebbero messo in isolamento e che l’episodio avrebbe aggravato la sua posizione. Ma nessuno è andato a trovarlo in quei giorni, neanche l’avvocato francese che segue il suo caso da quando è stato arrestato, a fine febbraio. Qualcuno ha messo lì l’hashish, qualcuno lo voleva incastrare. Grazie all’intervento dell’avvocato, la questione sembrava essersi in qualche modo risolta. Ed era stato scagionato da questa accusa. Ma Daniele era molto preoccupato e me lo ha ripetuto svariate volte».

Anche con le visite i francesi sembravano molto rigidi: «Io l’ho visto per la prima e unica volta ad aprile, ma solo dopo varie richieste perché quando era stato incarcerato non mi fecero entrare». E di cose da chiarire nei cinque mesi di reclusione ne sono successe. «Un mese e mezzo fa mi scrisse che aveva avuto la febbre tra 39 e 41, che aveva avvertito i secondini, ma nessuno lo considerava, gli dicevano che il medico non c’era e che doveva stare zitto. Era svenuto, poi per calmare la febbre metteva la testa nel piccolo frigo che aveva in cella. E solo dopo 4 giorni l’avevano curato».

Intimidazioni continue, la minaccia di metterlo in una cella con i detenuti più pericolosi: «Glielo dicevano perché si lamentava per il lavoro in cucina. Lo facevano lavorare a ritmi infernali. Mi scriveva: ”Mamma, io non ce la faccio più, tengo duro solo perché la psicologa dice che mi potrebbero mettere in isolamento o la mia posizione nel processo poi potrebbe aggravarsi. Ma quale aggravarsi. Come è possibile che uno resti in carcere per più di cinque mesi solo per essersi presentato a una casinò con una carta di credito falsa. E come è possibile che poi ci muoia”.

(29 agosto 2010)

sabato 28 agosto 2010

Tessera del tifoso, Maroni cola a picco senza saperlo

La pesante contestazione di Bergamo al ministro degli Interni Roberto Maroni è stata metabolizzata dai media nella maniera migliore possibile. Taglio di prima, sia nei giornali che in tv, ma sempre entro una gerarchia di notizie la più bassa che si possa dare in questi casi.

Eppure non è che in Italia siano stati tanti i ministri degli interni contestati a quel modo e, praticamente in casa loro, alla festa del proprio partito di riferimento. Roberto Maroni è inoltre riuscito in una impresa, e su scala globale, fino ad oggi inarrivabile per un ministro degli interni: farsi contestare duramente e spettacolarmente, con tanto di disordini e macchine incendiate alla sua presenza, da una tifoseria di calcio. Immaginiamo cosa sarebbe successo in Inghilterra se, dopo le leggi che seguirono alla tragedia dell’Heysel, il segretario dell’home office britannico (corrispondente al nostro ministero degli interni) avesse subito una contestazione simile da parte degli hooligans. Tra proteste della stampa e dell’opposizione il governo sarebbe caduto in poche ore perché debole, inetto e incapace di governare l’ordine pubblico su un tema all’ordine del giorno. Ma nell’Italia di oggi basta far scivolare prima possibile le notizie in tv verso i titoli di coda e, complice un’opposizione inerte, tutto velocemente scompare fino ai prossimi incidenti. Resta però la netta impressione che la tessera del tifoso contribuisca seriamente a formare la Caporetto del ministro Maroni Roberto.

La cronaca, ma non il caso, ha voluto che la contestazione di Bergamo sia andata in contemporanea con la bomba sotto la casa del Procuratore Generale di Reggio Calabria. E qui hai voglia di retorica ma chi deve decodificare le notizie sa cosa tutto questo significa: il ministero degli interni ha un controllo piuttosto basso del territorio dal (solo miticamente) compatto nord a Reggio Calabria. Dal punto di vista capitalistico non potrebbe essere altrimenti visto che i tagli agli organici di polizia hanno effetto proprio sul controllo del territorio. La strategia aggressiva sugli stadi, che richiede controllo del territorio, mostra quindi dei deficit strutturali dovuti a mancanza di risorse. Anche quella d’immagine, l’ultima che oggi politicamente tiene, è una strategia che comincia a non pagare: un ministro che aizza e provoca le tifoserie e si ritrova preso a sberle in casa propria (la Bérghem fest leghista) decisamente non regala proprio un’impressione di forza. Cossiga, quando era ministro dell’interno, provocava ma mandava i carri armati per le strade. Maroni si trova invece impigliato tra disfunzioni amministrative, tornelli, tessere, dichiarazioni roboanti e impotenza reale. Mentre dall’altro capo della penisola la ‘ndrangheta fa capire chi comanda sul territorio in Calabria (la ‘ndrangheta lo controlla con una struttura di oltre 150 clan, un fatturato di 50 miliardi di euro ed è definita dalle polizie di tutto il mondo come una delle più efficienti mafie globali. Mentre Maroni, assieme a Berlusconi, dice in tv “sconfiggeremo la mafia in 3 anni”.).

La tessera del tifoso si rivela così uno strumento non tanto utile per nuovi dispositivi repressivi, almeno non oggi. Resta in piedi solo per uno scopo: come un tentativo di creare nuovi flussi di cassa per gli istituti bancari, tramite la tessera, con il pretesto della sicurezza. Da questi flussi si dovrebbero creare marketing aggiuntivi, anche di prodotti finanziari (la tessera funziona anche come carta revolving). L’ideologia della sicurezza diventa la killer application per giustificare questi prodotti. Se non sei d’accordo con la tessera parte un coro, da Repubblica al Giornale come dal tg3 al tg5, per dimostrare sei dalla parte dei violenti e quindi degno di emarginazione.

La parentela diretta del presidente della Figc con il presidente dell’associazione bancaria italiana è il miglior suggello reale di tutta questa operazione. A Maroni è toccato il lavoro sporco di liberare le parti in affari dagli effetti collaterali di questo accordo, oltretutto familiare. Ma così facendo si è infilato in una vera e propria prova dell’ordalìa.

Molte misure legate alla tessera, come abbiamo visto nelle stagioni recenti, potenzialmente rischiano di creare incidenti anche maggiori rispetto all’epoca del vecchio ordinamento (come la proibizione dell’acquisto di biglietti in trasferta nei settori ospiti in alcune partite. Che ha messo molte tifoserie a contatto perché chi va in trasferta non va nel settore ospiti che è chiuso). Lo scioglimento dei gruppi ultras, a seguito della tessera del tifoso, può poi creare un effetto “guerriglia inafferrabile” proprio perché vengono a mancare i gruppi storici di riferimento ai quali attribuire responsabilità in caso di incidenti. Inoltre la tessera del tifoso ha comportato un ribasso del 20% degli abbonamenti, un flusso di cassa in negativo non male per le società, e crea quell’effetto “stadio vuoto” che rende il prodotto meno vendibile in televisione. Il che è grave quando si sposta una partita della domenica alle 12,30 per il mercato asiatico. Al momento, come prodotto televisivo, tra Premier League e Serie A non c’è gara e di questa inferiorità ne sono consapevoli anche gli italiani. Ma soprattutto lo sono i pubblicitari. Può finire così che per riempire gli stadi, una volta finita l’esperienza Maroni, si cambi strada rispetto a questo vicolo cieco. Uno dei tanti creati dal mito dell’efficienza padana che, non è un caso visto che siamo parlando di soggetti terminali della politica, ha trovato sterminate file di creduloni anche a sinistra.

L’impressione quindi è che la carriera politica di Maroni come ministro degli interni sia al declino. Tra contestazione sulla tessera del tifoso, problemi strutturali di controllo del territorio, contributo demenziale allo svilimento del calcio come cultura e come prodotto. D’altronde solo il PD, come fa, può credere che la Lega sia efficienza e radicamento sul territorio. Quanto al radicamento sul territorio l’abbiamo visto alla Bérghem fest, si sono fatti contestare un ministro in casa e alla presenza di altri due, mentre per l’efficienza la vicenda tessera del tifoso mostra che la l’unica cosa che la Lega oggi sa fare è la propaganda. Che, come abbiamo visto, alla fine è destinata ad incontrarsi con i problemi reali ed a svanire come neve al sole. Probabilmente Maroni non si accorge di tutto questo, essendo preso dal ruolo di ministro di polizia e dal fatto di essere mentalmente prigioniero della stessa propaganda della Lega. Fino a che si troverà un’opposizione così inerte può però dormire tranquillo. Anche se, da segnali come quello di Bergamo ed altri ben più istituzionali, si comprende come la sua stagione al Viminale possa aver imboccato il viale del tramonto. Sarebbe l’ora: un ministro dell’interno che va alle feste del suo partito con addosso i simboli secessionisti, quelli dai quali dovrebbe difendere il paese che rappresenta, è un’altra perla rara che, al momento della sua scomparsa, è certo destinata a non essere rimpianta.

martedì 17 agosto 2010

Alemanno vuole mettere una tassa sui cortei a Roma

I romani sono esasperati dalle paralisi di traffico provocate, in aggiunta a quelle fisiologiche, da cortei e manifestazioni che si svolgono quotidianamente nella capitale.

E allora il sindaco Alemanno ha avuto un’idea: «Metteremo una sorta di tassa sui cortei: devono pagare qualche cosa, non possiamo pagare solo noi». «I romani pagano un prezzo altissimo a essere capitale -osserva il primo cittadino-: a Roma ci sono più di 525 manifestazioni a carattere nazionale in 6 mesi, tanto per fare un esempio.

E hanno un costo che incide sulla città per molti aspetti, oltre a creare disagi». Alemanno ha aggiunto, con un riferimento polemico alle tesi sostenute da Bossi e dalla Lega: «Roma non e’ ladrona. Dalla capitale arrivano nelle casse dello Stato più di 36 miliardi di euro».

La notizia ha sollevato un coro di critiche da parte dell'opposizone capitolina. "La boutade del sindaco sulla tassa sui cortei ha il sapore di una provocazione ad arte per distogliere dai problemi della città piuttosto che una proposta seria ed applicabile", ha detto il consigliere del Pd al Comune di Roma Massimiliano Valeriani.

giovedì 17 giugno 2010

Roma:arresto 3 compagni della " gioventù basca"‏

 Roma: i tre giovani baschi rifiutano l´estradizione in Spagna, confermati gli arresti

Questa mattina presso la Corte d´Appello di Roma si è tenuta l´udienza di convalida dell´arresto dei tre giovani indipendentisti baschi arrestati giovedì mattina mentre volantinavano nei pressi di Palazzo Chigi per chiedere una giusta soluzione del conflitto che oppone il loro popolo alle autorità spagnole. Ai tre ragazzi - assistiti dall´Associazione Giuristi Democratici - il magistrato di turno ha ufficialmente notificato l´ordine di cattura europeo spiccato nel dicembre scorso da Fernando Grande-Marlaska, giudice dell´Audiencia Nacional di Madrid, dopo che erano scampati alla maxi retate del 24 novembre contro collettivi e associazioni della gioventù basca di sinistra. Nei confronti dei tre giovani l´accusa è esclusivamente quella di appartenere all´organizzazione giovanile Segi, messa fuori legge da Madrid nel 2007 in quanto ritenuta emanazione dell´organizzazione armata ETA; nessun altro reato specifico gli viene addebitato, a ulteriore e inequivocabile conferma del carattere tutto politico della persecuzione giudiziaria nei confronti degli attivisti delle organizzazioni della sinistra indipendentista. I tre imputati - detenuti in celle singole in una condizione di semi-isolamento - sono apparsi in buone condizioni e hanno respinto l´estradizione richiesta dalle autorità spagnole; a una domanda da parte del magistrato a proposito della propria nazionalità Zurine Gogenola Goitia ha ribadito di essere basca.Ora la magistratura italiana ha poco più di due settimane per decidere sulla richiesta di estradizione avanzata da Madrid, contro la quale i tre giovani potranno comunque fare ricorso appellandosi alla Corte di Cassazione. > La rete informale di solidarietà che ieri ha realizzato una conferenza stampa davanti all´ingresso principale del carcere di Regina Coeli per denunciare la persecuzione dei giovani baschi e chiedere "che venga loro concesso l´asilo politico" da parte del Governo italiano, nei prossimi giorni è intenzionata a convocare una iniziativa pubblica alla quale invitare giuristi, giornalisti ed esponenti politici affinché sulla vicenda si sviluppi un ampio dibattito anche per cercare di rompere una condizione di censura che sta caratterizzando l´atteggiamento dei principali media del nostro paese.


Incontro Berlusconi-Zapatero: arrestati a Roma 3 giovani indipendentisti baschi
Dopo più di sei mesi di latitanza e ricercati dalla Polizia spagnola, 3 giovani indipendentisti baschi sono stati arrestati dalla Digos poco dopo le 13 davanti a Largo Chigi/ sede del Governo, proprio mentre stavano per iniziare la Conferenza Stampa che aveva per protagonisti il premier iberico Josè Luis Rodriguez Zapatero e quello italiano Silvio Berlusconi. I tre avrebbero cominciato a volantinare sotto la Galleria Alberto Sordi,limitrofa a Palazzo Chigi, e quando hanno tentato di esporre uno striscione sono stati arrestati e portati via dagli agenti della sezione politica della Polizia di Stato mentre qualche giornalista e qualche curioso si avvicinava per capire cosa stava accadendo.Fino alle 20 nessuna informazione esatta è stata fornita dagli inquirenti sulle condizioni degli arrestati, sulle accuse loro rivolte e sul luogo di detenzione mentre per tutto il pomeriggio alcune associazioni basche per la difesa dei diritti umani e le omologhe associazioni italiane di giuristi e avvocati democratici erano mobilitate e anche alcune realtà politiche della capitale stanno riflettendo sull´opportunità di organizzare una assemblea pubblica su quanto accaduto. Secondo un comunicato emesso dalla Questura i tre giovani sarebbero stati rinchiusi nel carcere di Regina Coeli.L´intenzione dei tre giovani - Fermin Martinez Lacunza, Artzai Santesteban Arizkuren e Zurine Gogenola Goitia - era di realizzare una sorta di improvvisata conferenza stampa in Piazza Montecitorio, approfittando dell´interesse creato dalla presenza del leader spagnolo Zapatero, per denunciare una condizione di persecuzione alla quale sono sottoposti i movimenti giovanili baschi di sinistra - per lo più posti fuori legge e colpiti in questi anni da numerose retate- ma ad incontrare i numerosi giornalisti che li aspettavano davanti a Montecitorio i tre baschi non ci sono mai arrivati.I tre erano infatti riusciti a evitare l´arresto lo scorso 24 novembre, quando durante la notte centinaia di agenti dei vari corpi di sicurezza di Madrid avevano realizzato una delle più grandi retate di indipendentisti baschi degli ultimi decenni: in quella che molti media progressisti baschi hanno definito `notte dei lunghi coltelli´ erano stati alla fine 34 i giovani arrestati nei loro domicili in varie località della geografia basca. Molti degli arrestati hanno denunciato intimidazioni nei loro confronti o dei loro familiari e amici, quando non direttamente quelle torture per le quali Madrid è stata più volte messa all´indice dalle istituzioni internazionali che si occupano di tutela dei diritti umani.16 giovani erano invece riusciti a evitare la detenzione, e da quel momento contro tutti loro la magistratura europea ha spiccato un `euro-orden´, un mandato d´arresto valido in tutti i paesi aderenti all´Unione. Già ieri, nella località basca di Senpere, la polizia francese aveva arrestato uno dei 16 scampati all´operazione del 24 novembre. Il giornalista Jon Telleria è stato prelevato intorno alle 11 del mattino nel suo domicilio della piccola località di Iparralde e arrestato. Stamattina, poi, è arrivata la notizia della sua liberazione su ordine del Tribunale di Pau, in attesa di una decisione definitiva che dovrebbe arrivare nei prossimi giorni. Telleria da mesi era uno degli speaker della radio vicina alla sinistra indipendentista basca "Info 7", e da mesi svolgeva una vita normale nonostante contro di lui pendesse l´ordine di arresto. Anche i tre ragazzi arrestati oggi a Roma volevano realizzare un atto pubblico per denunciare la criminalizzazione che colpisce i movimenti giovanili baschi accusati di essere - è questa la tesi che ha contraddistinto negli ultimi anni tutte le retate e i successivi maxiprocessi - il vivaio dell´organizzazione armata ETA. Con la stessa accusa è stata messa fuori legge una organizzazione giovanile di massa come Segi, alla quale sono accusati di appartenere tutti gli arrestati di novembre e i tre di oggi. Hanno scritto Lacunza, Arizkuren e Gogenola nel comunicato inviato ieri ai media: "Siamo i giovani di un popolo oppresso dagli stati spagnolo e francese dell' Europa capitalista. (...) Da decenni Parigi e Madrid non fanno altro che negare la nostra identità e reprimere il nostro popolo con l´obiettivo di farlo scomparire. Per questo hanno adottato una strategia repressiva molto dura contro tutto il movimento di liberazione nazionale basco. Nel Paese Basco le illegalizzazioni di partiti e organizzazioni politiche, le macro retate, la tortura sono all'ordine del giorno ed in questo contesto la gioventù indipendentista è nel mirino degli stati oppressori. Negli ultimi anni centinaia di giovani sono stati arrestati, torturati e incarcerati con la sola accusa di aderire a SEGI. Ma già in passato la Francia e la Spagna hanno usato le accuse più fantasiose e inverosimili per colpire la gioventù basca. Come hanno fatto le precedenti generazioni ci impegnamo a continuare la lotta nonostante la repressione. Riteniamo fondamentale oltre alla nostra lotta, la collaborazione internazionale per esigere che Francia e Spagna mettano fine allo stato di oppressione di cui soffre il popolo basco. (...) Oltre a diffondere la nostra denuncia vogliamo raccogliere il numero maggiore di adesioni possibile ad un appello presente sul sito www.basqueyouth.wordpress.com".

lunedì 14 giugno 2010

Sgomberato il "Cloro rosso" di Taranto

Il C.S.O.A. Cloro Rosso di Taranto, da martedì 8 giugno, non ha più una casa. E, molto probabilmente, non avrà più nemmeno un futuro: almeno non nel breve periodo. Taranto perde una struttura che ha provato a rendere questa città un luogo migliore in cui vivere. Il tutto in un’indifferenza quasi generale e in un vuoto politico e istituzionale.

Ma l’8 giugno è solo il giorno dell’atto finale di un’operazione politica che nasce da lontano. Il 18 maggio scorso, il sindaco di Taranto Ippazio Stefàno, firma un’ordinanza «contingibile ed urgente» di sgombero immediato nei confronti del C.S.O.A., dichiarandolo «inagibile», dopo oltre due anni di attività. E’ giusto ricordare che l’occupazione avvenne nella notte tra l’8 e il 9 marzo del 2008 e che da allora il Cloro Rosso ha potuto crescere e svolgere diverse attività, pur incontrando non pochi ostacoli di puro ostruzionismo politico.

Il primo passo è stato il recupero della struttura, fatiscente e abbandonata dal Comune. Una ristrutturazione portata avanti a proprie spese: nel corso di pochi mesi rinacque il giardino circostante, si verniciarono pareti e muri esterni, sorsero dal nulla la palestra sociale, il laboratorio teatrale, la biblioteca popolare, i gruppi di acquisto solidale, i dibattiti, gli spettacoli, i film e la musica, i concerti [oltre 200 gli eventi svolti in appena due anni], l’Internet point, l’attività di volontariato per le categorie meno privilegiate. In più, il Cloro Rosso divenne sin da subito parte attiva e integrante del quartiere, così come esponente in prima linea della vivace lotta ambientale e politica della città.

Nell’aprile del 2008 il Comune tentò qualche timido intervento di ostacolo: prima si decise di assegnare la struttura alla «Direzione Decentramento» degli uffici comunali, poi una delibera «ad hoc? revocò quella stessa decisione, assegnando la struttura al «Gabinetto Sindaco? nell’attesa della “`predisposizione di bando pubblico finalizzato all’affidamento dell’immobile ad associazione o privati». Niente di tutto ciò avvenne.

L’8 settembre 2009 viene effettuata nella struttura una nuova ispezione degli addetti ai Lavori pubblici e Patrimonio del Comune di Taranto, al termine della quale nessun provvedimento é preso. Solo oggi, invece, veniamo a conoscenza del fatto che nel verbale redatto al termine di quella ispezione, il locale fu giudicato «sostanzialmente inagibile sia sotto l’aspetto igienico-sanitario che sotto il profilo della sicurezza, vista la mancanza del certificato di prevenzione incendi». Ma dato che la burocrazia italiana gode di una velocità da bradipo, il verbale approda sui tavoli della Procura con ben 7 mesi di ritardo. Presa visione la magistratura interviene intimando al sindaco lo sgombero immediato della struttura, onde evitare una denuncia ai suoi danni e a quelli del segretario comunale.

Il Sindaco firma l’ordinanza n. 35 di martedì 18 maggio 2010, nella quale dichiara che «sussiste un’attuale situazione di pericolo per la pubblica e privata incolumità che richiede urgente intervento del Comune per la necessità improrogabile di adeguare l’edificio alle vigenti norme di sicurezza pena l’inutilizzabilità dell’immobile per lo svolgimento di qualsiasi attività». Dunque bisogna «sgomberare e lasciar libero l’ex edificio scolastico dalla medesima associazione occupato abusivamente e senza titolo» e «immediatamente cessare qualsiasi attività ivi abusivamente esercitata». E si legge ancora «in caso di inadempimento scatterà la denuncia all’autorità giudiziaria»

Ciò che sconcerta maggiormente però, non è tanto quanto scritto nell’ordinanza ma il protocollo d’intesa che prevedeva l’accollarsi dei lavori da parte del Comune per la messa a norma della struttura e l’assegnazione ad uso temporaneo del cine-tetro Mignon, situato nel quartiere Paolo VI di Taranto. Quel protocollo d’intesa però non vedrà mai la luce. Anche perché il consiglio circoscrizionale del quartiere Paolo VI, ha ribadito l’assoluto e categorico rifiuto ad ospitare i ragazzi del centro sociale nella struttura del cine-teatro, preferendo lasciare il Mignon abbandonato a se stesso.

Ed eccoci all’8 giugno. Alla buon’ora, arriva uno spiegamento di forze dell’ordine imponente: vigili urbani, polizia in assetto anti-sommossa, Digos. In tutto un centinaio di uomini pronti ad effettuare lo sgombero forzato della struttura. La sorpresa dei ragazzi è tanta: perché, se è vero che l’ordinanza di sgombero, scaduti i 10 giorni previsti dalla legge, si è tramutata in un atto di sgombero forzato e immediato, è anche vero che il protocollo d’intesa raggiunto era inteso proprio per evitare un simile triste finale.

Sono diverse le domande che rimangono senza riposta. Dove andranno a finire gli attrezzi della palestra sociale messa in piedi per permettere ad oltre 60 ragazzi di usufruire di un servizio gratuito? Dove troveranno posto i tanti libri che riempivano gli scaffali della biblioteca sociale, che chiunque poteva leggere e prendere in prestito? Ma, soprattutto, cosa ne sarà di quel gruppo di ragazzi che oltre due anni fa ha «sfidato» la politica e la burocrazia della «Molle Tarentum», per provare a dare un segno di svolta alla realtà di questa città?

Gianmario Leone

sabato 12 giugno 2010

Global Forum (2001) - Una condanna al processo di primo grado ai manifestanti‏

Comunicato Stampa

E' arrivata oggi la sentenza di primo grado presso il tribunale di Napoli nel processo ai 13 manifestanti del contro global Forum (17 marzo 1001) accusati di "resistenza aggravata".Il verdetto ha espresso 3 assoluzioni piene per Avoletto, Caruso e Fonzino, per otto persone si è dichiarato il non luogo a procedere per avvenuta prescrizione in quanto la giuria ha riconosciuto le attenuanti generiche. Ad un solo manifestante, V.S, non sono state riconociute le attenuanti generiche ed è stato condannato in primo grado a due anni coperti dall'indulto.La condanna di V.S. è comunque in contraddizione rispetto a quello che si è detto e scritto negli anni, a quello che migliaia di persone hanno visto, a quello che si è visto anche in aula: cariche feroci delle forze dell'ordine con autentici pestaggi (e nessun poliziotto o funzionario risulta indagato per la gestione della piazza...), piazza Municipio chiusa da tutti i lati con migliaia di persone intrappolate e costrette a difendersi in qualche modo in spregio perfino a qualunque manuale dell'ordine pubblico... Un intento "punitivo" che sarebbe continuato anche dopo con le sevizie alla Caserma Raniero, testimoniate anche nella sentenza di condanna di primo grado per sequestro di persona verso i vertici della squadra mobile di allora. Per questo riteniamo che il secondo grado debba scagionare completamente V.S. al quale esprimiamo la nostra piena solidarietà.Le manifestazioni contro i padroni del mondo del 2001 non sono state "uno sfogo violento e plebeo" come scrisse qualche giornale della destra, ma la rivolta di una generazione contro le oligarchie che opprimono il pianeta. Una generazione che aveva pienamente intuito il prezzo della globalizzazione liberista, che oggi sta presentando il conto con la crisi, la disoccupazione di massa, la devastazione ambientale dei territori! Un percorso che perciò non è finito...

Movimenti napoletani

lunedì 7 giugno 2010

Napoli: La polizia carica un'assemblea pubblica

La sera del 4 giugno, alle ore 22, un folto gruppo di cittadini – circa 400 persone – si è riunito sulla panoramica di Boscoreale allo scopo di svolgere un’assemblea pubblica sul tema “discariche ed inceneritori” in seguito alle sconfortanti notizie provenienti dagli enti Provincia e Regione riguardanti la Cava vitello e la Cava Sari (site a circa 200 metri dalla suddetta rotonda).

Da subito lo schieramento delle forze dell’ordine è stato ingente.

L’assemblea ha tentato di chiedere alla polizia di poter aprire una vertenza con il Prefetto, avvicinandosi alla via Zabatta, dove erano schierati i blindati della Polizia: non avendo avuto risposte celeri in merito, i manifestanti, per evitare scontri, sono ritornate presso la rotonda proseguendo nel blocco stradale.

Passata la mezzanotte, il gruppo di cittadini è andato via via diminuendo fin quando – verso le ore 1.00 – le persone, rimaste circa in 50, nell’intento di proseguire il blocco stradale, hanno subito l’offesa delle forze dell’ordine che hanno iniziato una carica violenta contro i manifestanti stessi, molti dei quali fermi ai lati della strada.

I cittadini hanno provato a difendersi a mani alzate e senza offendere. Dopo circa trenta minuti di scontri, il bilancio è stato di 3 persone fermate e 6 feriti, tutti fra i civili.

L’offensiva dello Stato contro il diritto dei cittadini a difendere la propria salute, ha toccato questa sera punti di estrema violenza e tensione. La risposta alla richiesta, legittima, della cittadinanza a veder tutelata in primis la propria salute, è stata la violenza delle forze dell’ordine.

Siamo indignati dinanzi all'ennesimo abuso da parte dello Stato. Continueremo a gridare forte ai signori che gestiscono il potere che questa terra non è morta e non accetterà, restando a guardare, il disastro ambientale in atto.

Chiediamo solidarietà a tutte le realtà in lotta e ai cittadini.

Movimento Difesa del Territorio - Area Vesuviana
Collettivo Area Vesuviana

giovedì 13 maggio 2010

Picchiato, investito e arrestato da polizia (Video)

Roma: Panorama.it, un altro ragazzo malmenato da polizia all'Olimpico

Roma, 11 mag. (Adnkronos) - "Sono stato malmenato dalla Polizia all'Olimpico". E' l'accusa di Daniele Luca, un ragazzo di 25 anni che - secondo quanto raccontato dal Radicale Mario Staderini al sito internet del settimanale Panorama - sarebbe sarebbe stato picchiato dagli agenti e investito da quella che, con ogni probabilita', era un'auto civetta della Polizia mentre cercava di divincolarsi. Ci sarebbe dunque un altro caso, dopo quello di Stefano Gugliotta, malmenato dalla polizia la notte del 5 maggio nei pressi dello stadio Olimpico, riferisce Panorama.

Trattenuto nelle celle dello stadio, Daniele Luca sarebbe stato portato in ospedale, nonostante le sue continue richieste, solo alle sei del mattino dopo, una volta arrivato nel carcere di Regina Coeli. "Daniele ha rischiato davvero di rimanere paralizzato", ha detto ancora Staderini a Panorama.it. Anche l'avvocato Lorenzo Contucci, che sta seguendo il caso, ha confermato il racconto fatto dal politico radicale, aggiungendo che "il ragazzo ha riportato la frattura di una vertebra con 30 giorni di riposo". Sulle modalita' dell'episodio, l'avvocato ha spiegato: "Era la quarta volta che Daniele andava allo stadio e ha avuto la sfortuna di indossare una maglietta rossa al pari di due altri arrestati. Dal momento che l'autore della sassaiola contro gli agenti aveva questa maglietta rossa, si e' scatenata una caccia a chiunque vestisse una maglietta dello stesso colore".

VIDEO "Chi l'ha visto" 10-05-2010

Quando la polizia avrà i numeri identificativi sui caschi?

Quasi tutte le polizie del mondo - salvo nelle dittature - hanno i numeri identificativi sui caschi. Così che chiunque possa identificarli e sporgere una denuncia che non sia generica. Le immagini televisive possono essere una prova determinante.

In Italia invece i poliziotti dei reparti mobili, una volta che hanno indossato i caschi, è come se fossero dei fantasmi. Vogliamo sapere chi ringraziare...

VIDEO:

lunedì 10 maggio 2010

Attenzione, APPROVATO IERI: articolo 50-bis/Repressione di attività di apologia o istigazione...COMPIUTA A MEZZO INTERNET

NESSUN TELEGIORNALE HA AVUTO IL PERMESSO DI DIFFONDERE QUESTA NOTIZIA

Ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC) identificato dall'articolo 50-bis: "Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet"; la prossima settimana Il testo approderà alla Camera come articolo nr. 60.

Questo senatore NON fa neanche parte della maggioranza al Governo... il che la dice lunga sulle alleanze trasversali del disegno liberticida della Casta.

In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog (o un profilo su fb, o altro sulla rete) a disobbedire o a ISTIGARE (cioè.. CRITICARE..??!) contro una legge che ritiene ingiusta, i providers DOVRANNO bloccarne il blog o il sito.

Questo provvedimento può far oscurare la visibilità di un sito in Italia ovunque si trovi, anche se è all'ESTERO; basta che il Ministro dell'Interno disponga con proprio decreto l'interruzione dell'attività del blogger, ordinandone il blocco ai fornitori di connettività alla rete internet. L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro 24 ore; pena, per i provider, sanzioni da 50.000 a 250.000 euro.

Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni perl'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'ODIO (!) fra le classi sociali.

MORALE: questa legge può ripulire immediatamente tutti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta.

In pratica sarà possibile bloccare in Italia (come in Iran, in Birmania e in Cina) Facebook, Youtube e la rete da tutti i blog che al momento rappresentano in Italia l'unica informazione non condizionata e/o censurata.

ITALIA: l'unico Paese al mondo in cui una media company (Mediaset) ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento.

Con questa legge non sarà più necessario, nulla sarà più di ostacolo anche in termini PREVENTIVI.

Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra meno di 60 giorni dovrà presenterà al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di "normalizzare" con leggi di repressione internet e tutto il sistema di relazioni e informazioni che finora non riusciva a dominare.

Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet, l'Italia prende a modello la Cina, la Birmania e l'Iran.

Oggi gli UNICI media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati la rivista specializzata "Punto Informatico" e il blog di Grillo.

Fatela girare il più possibile per cercare di svegliare le coscienze addormentate degli italiani perché dove non c'è libera informazione e diritto di critica la "democrazia" è un concetto VUOTO.

documentazione diffusa da
Coordinamento degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani

mercoledì 7 aprile 2010

[Firenze] Picchiò studente durante il corteo Il pm chiede processo per agente

L'accusa. Dopo aver inseguito un gruppo di manifestanti, il poliziotto afferrò per la camicia lo studente, 17 anni, colpendolo più volte con lo sfollagente e poi gli sferrò un calcio al volto.
Colpì uno studente usando lo sfollagente e poi gli sferrò un calcio al volto. È l’accusa per la quale la procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio di un poliziotto, intervenuto per un servizio di ordine pubblico durante una manifestazione studentesca, l’11 maggio 2009 a Firenze, contro la soppressione di uno spazio autogestito in un liceo della città.
L'AGENTE COLPI' LO STUDENTE - In base a quanto ricostruito dalla procura, dopo aver inseguito un gruppo di manifestanti, il poliziotto afferrò per la camicia lo studente, 17 anni, colpendolo più volte con lo sfollagente, e poi, dopo che il ragazzo era caduto, dopo averlo scavalcato gli sferrò un calcio al volto, procurandogli la frattura del naso e varie contusioni guaribili in oltre 40 giorni. In base a quanto spiegò quel giorno la questura, la manifestazione non era autorizzata e le forze dell’ordine erano intervenute dopo l’aggressione di un agente e mentre i manifestanti lanciavano pietre su un’auto della polizia.
06 aprile 2010
Related Link: http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/c...te-il

martedì 6 aprile 2010

IN MEMORIA DI MARIO SALVI (7 aprile 1976) UCCISO DALLO STATO

Primavalle: questo quartiere è una città. Contando anche la zona di Torrevecchia, ormai saldata al quartiere, ci vivono 140.000 persone: quante ne vivono a Monza o a Pavia. Nella Primavalle vera e propria, su un’area di appena 190 ettari, abitano 80.000 persone: la popolazione di Varese. Ma questa città è anche un inferno: 4.200 persone per un chilometro quadrato: uno degli indici di densità demografica più allucinanti d’Italia. Una strada fra due piazze, manciate di baracche, livide casermette dell’Istituto Case Popolari, qualche palazzina della speculazione edilizia, 32 lugubri lotti con in mezzo qualche superstite lingua di terra zellosa, una ragnatela di stradine sfossicate che non portano in nessun posto: è uno dei paesaggi più spettrali e disumani della cinta periferica romana (Collettivo Potere Operaio, Primavalle. Incendio a porte chiuse, Savelli, Roma 1974).

Ci guardiamo intorno, per avvistare gli staccatori prima che si inoltrino nei lotti [...]. Ecco [...] la macchina dell’ENEL: parcheggia proprio di fronte all’osteria di Peppe, c’è quello con i baffi che già conosciamo e uno nuovo, mai venuto a Primavalle. [...] in un attimo li raggiungiamo, quello con i baffi si aspettava di vederci ma ci fa capire che oggi ci saranno problemi. L’altro sembra quasi spaventato mentre recitiamo la formula di rito, Siamo il Comitato di lotta, paghiamo solo otto lire al chilovattore, come fanno i padroni. [...] A questo punto ci si divide, una compagna e un compagno vanno ad avvertire le donne facendo il giro per i lotti, e gli altri seguono gli staccatori che sfogliano l’ordine di servizio. Il primo nome è di una famiglia del lotto due e sono tanti in un appartamento minuscolo: da subito hanno aderito alla lotta. Apre la porta una ragazza minuta, un po’ spaventata, vede che ci siamo anche noi del Comitato, chiede che succede, mentre un frastuono di bambini fuoriesce dalla camere. Noi ci mettiamo in mezzo, formando un domestico picchetto davanti al contatore; quello con i baffi guarda il collega e fa subito cenno di rinunciare (Alessandro Pera, "Simba" in "In ordine pubblico", a cura di Paola Staccioli, Fahrenheit 451, Roma 2005).

È il 7 aprile del 1976. La notizia si diffonde tra i militanti di piazza Cavour e un piccolo gruppo decide di staccarsi dal presidio per compiere un’azione dimostrativa contro il Palazzaccio. Tra loro c’è anche Mario Salvi, detto "il Gufo". Chi lo ha conosciuto parla di lui senza eufemismi. Era il più bravo a diffondere la stampa militante ma anche a scucire le teste dei fascisti: un coraggioso. Non è strano se è il primo a correre verso un ingresso posteriore del Ministero. Nascosto sotto al giacchetto, il Gufo ha il pezzo: il suo compito è quello di coprire altri compagni armati di molotov. Le bocce vengono lanciate e al rumore del vetro infranto si unisce quello della fiammata, un suono secco come il colpo di una frusta. Dopo aver morso bisogna fuggire: l’attentato aveva uno scopo puramente dimostrativo, il suo potenziale distruttivo si è già esaurito senza fare danni. I danni, quelli veri, ci pensa un esponente delle forze dell’ordine a farli. Il giustiziere di turno si chiama Domenico Velluto e il suo lavoro, essendo un agente di polizia penitenziaria, potrebbe o dovrebbe considerarsi concluso quando le ore che lo obbligano a condividere le sbarre con i condannati si esauriscono restituendolo al corso di una vita normale. Questo discorso, però, il secondino Velluto non lo prende nemmeno in considerazione. Chissà, forse nella sua immaginazione ci sono già encomi solenni, premi in denaro, scatti di carriera... Quello che serve a farlo correre all’inseguimento dei “sovversivi” e a braccarli per centinaia e centinaia di metri, fino a raggiungere un luogo che non c’entra più niente con il Ministero: via degli Specchi, nei pressi di Campo de’ Fiori (Cristiano Armati, "Cuori rossi", Newton Compton, 2008)

L’agente Domenico Velluto con la pistola in pugno ha percorso centinaia di metri lungo le strade che portano a Campo de’ Fiori, alla ricerca di una vittima a cui sparare a freddo con tutta calma. Infatti quando Velluto ha sparato, nessuno stava scappando: il nostro compagno è stato freddato mentre camminava (Volantino diffuso dai Comitati autonomi operai, 1976).

Mario conosceva tutti, dal primo ladrone all’ultimo coatto, e cercava di farci capire che lo scippatore a modo suo si ribella a una società che è di merda, e ci diceva che non erano tanto diversi da noi e che bisognava parlare con tutti e far capire quali erano le lotte giuste e come uscire fuori dall’oppressione (Testimonianza di Giampiero, raccolta in «Rivolta di classe» n. 3, 1976).

La lapide [dedicata a Mario Salvi] non si staccherà, ci saremo noi, i suoi amici, i ladroni, le donne del quartiere ad impedire a questurini e poliziotti una cosa del genere. Sarebbe una lotta grossa, triste solo per i padroni (testimonianza di Giampiero, raccolta in «Rivolta di classe» n. 3, 1976).

a cura di Cristiano Armati

CASO UVA. I carabinieri ridevano: "Uva stanotte è debole lo teniamo senza problemi"

Due carabinieri che scherzano al telefono, si preoccupano dei quotidiani che non si trovano, poi commentano i fatti di quella notte, a Varese, tra il 13 e il 14 giugno 2008, quando Giuseppe Uva viene trattenuto per due ore in caserma e poi muore all'ospedale di Circolo, fotografato dalla sorella pieno di lividi e macchie rossastre. Una telefonata che sembra smentire la ricostruzione dei carabinieri che hanno sempre parlato di "atti di autolesionismo" per giustificare le ferite di Uva. I loro colleghi, nella telefonata per la prima volta pubblica, descrivono Uva come un ragazzo "debole", che "fisicamente si può tenere".

Sono le 7 e 54 minuti. Giuseppe è in ospedale. Per un minuto e mezzo, i militari del Radiomobile ridono, si scambiano battute, poi parlano di due ragazzi fermati.

Carabiniere 1: "Paolo era impegnato con Uva Giuseppe, stanotte".

Carabiniere 2: "Si, si..".

C1: "E poi io gli ho portato qua anche il F. B. Gliel'ho detto a Mario, non so chi è tra i due.. chi è il migliore. Non lo so, Uva..".

C2: "No, no.. Uva fisicamente lo puoi tenere, tanto è debole".

C1: "Ah.."

C2: "Il B. era intenibile".

La registrazione è contenuta nel fascicolo del procedimento perché la procura aveva acquisito agli atti le registrazione di 112, 113 e 118. È così che spunta la telefonata che l'amico di Uva, Alberto Biggiogero, fa al 118. Seduto su una panca nella caserma di via Saffi, vede "il via vai di carabinieri e poliziotti". Sente "le urla di Giuseppe che echeggiano per la caserma e i colpi dal rumore sordo". Chiama il 118. "Stanno massacrando un ragazzo", dice all'operatore che chiama in caserma e chiede se deve mandare un'autoambulanza. "No, no sono due ubriachi - rispondono - ora gli togliamo i cellulari". Alberto mette a verbale di aver "udito le urla incessanti di Giuseppe per circa un'ora e mezzo ancora". Uva arriva al pronto soccorso solo molto dopo, alle 6.03. Qui prende i farmaci che lo portano alle 11.10 alla morte - secondo la procura, che ha indagato per omicidio colposo due medici - perché incompatibili con l'alcol in corpo.

"La telefonata tra i militari - dice l'avvocato degli Uva Fabio Anselmo - mina alla base la versione data dalle forze dell'ordine, che sostengono che Uva si sia procurato le ferite da solo". Nella relazione di servizio il brigadiere P. R. e l'appuntato scelto S. D. B., raggiunti in caserma da sei colleghi delle volanti, scrivono che in quelle ore "Uva è in forte stato di agitazione", che "si buttava dalla sedia, si divincolava, resisteva, dava calci contro armadio e scrivania, procurandosi lesioni lievi ed escoriazioni agli arti inferiori". Nell'audio - un loro collega cita per nome uno dei militari che ferma Uva - Giuseppe è descritto "debole", facilmente gestibile sul piano fisico, tanto che è l'altro fermato, F. B., ad creare più problemi. D'altronde lo stato fisico di Uva è uno dei tanti enigmi: il tasso alcolico di 1,6 registrato dall'autopsia, è compatibile con l'autolesionismo o provoca - come dice la letteratura medica - "sonnolenza molto intensa"?. Per questo, da tempo, la difesa chiede una nuova autopsia: la mancanza di esami radiologici ha impedito di individuare fratture. Una verifica che oggi può essere fatta solo con la riesumazione del corpo.

fonte: La Repubblica

Rivolta a Ponte Galeria. Carcere per altri 3 migranti

 Sono tornati dietro le sbarre del Cie di Ponte Galeria, 15 dei 18 trattenuti accusati di essere stati i fomentatori della rivolta esplosa durante la notte di lunedì nel centro. Per altri tre che avevano pendenze giudiziarie è scattata la custodia cautelare e sono ora nel carcere di Regina Coeli. Per tutti comunque sono in corso le indagini. Le imputazioni vanno dal danneggiamento, alla devastazione, all'aggressione a pubblico ufficiale. Ancora non chiari i motivi della rivolta, la quarta in un mese.

Tutto è iniziato a detta dei trattenuti intorno alle 23, a seguito delle percosse che avrebbe subito un ragazzo da parte degli agenti di sorveglianza. Secondo fonti della questura i subbugli sarebbero scoppiati per fornire un diversivo a 4 ragazzi magrebini che, con un piano ben studiato, sono riusciti a fuggire. Secondo un'altra ricostruzione, presentata in tribunale, e a detta dei legali poco credibile, il caos sarebbe scoppiato dopo il tentativo di fuga in parte fallito. Ma la tensione evidentemente non si era mai interrotta: l'aumento a sei mesi del limite massimo di trattenimento ha reso il luogo sempre più simile ad un penitenziario in cui vigono le stesse dinamiche con in più elementi di totale disperazione. La sezione maschile è quella che da sempre da più segnali di ribellione. Il centro è ora gestito dalla cooperativa Auxilium, per quasi un anno la precedente gestione, della Croce Rossa, otteneva solo proroghe mensili e nel frattempo la struttura, di per sé inadatta a trattenere persone per periodi così lunghi, è stata lasciata in uno stato di abbandono e di sporcizia, i lavori di manutenzione non venivano svolti e si sono avuti anche problemi derivanti da una cattiva gestione sanitaria. I nuovi gestori, subentrati il primo marzo, con una gara d'appalto pubblica in cui hanno promesso migliori servizi ad un costo più basso, hanno cercato di ricostruire una immagine del centro più presentabile. Sono stati riaperti gli "spacci" per generi di prima necessità, acquistabili con una tesserina da cambiare ogni due giorni del valore di 7 euro, sono state riverniciate pareti e riparati gli impianti di condizionamento dell'aria. Il personale medico dichiara di essersi dato da fare per far superare ai trattenuti la dipendenza da sedativi che molti avevano maturato nel cie ed è cambiato il fornitore dei pasti, ora è la cooperativa "La Cascina" legata a Comunione e Liberazione.

Miglioramenti di facciata che non modificano affatto la vita nel centro. Stesse le sbarre, lunghi tempi in attesa di soluzioni individuali che non arrivano, storie minime di esistenze che per errori compiuti o per fatalità dovute ad una legislazione razzista precipitano in uno zoo umano. Gabbie più pulite forse, ma sempre gabbie restano. Rivolte, scioperi della fame, atti di autolesionismo si sono incrementati, frutto della rabbia di chi non accetta di essere detenuto senza ragione. La parlamentare radicale Rita Bernardini, che si è informata sull'accaduto parla di almeno 200 mila euro di danni arrecati alla struttura, l'ex consigliera regionale Anna Pizzo si era recata a Ponte Galeria poche ore dopo la fine della rivolta per avere notizie. Ovviamente non ha potuto avere accesso alla struttura ma i gestori tendevano a minimizzare l'entità dell'accaduto che invece diveniva di ora in ora sempre più grave. I trattenuti hanno telefonato due volte durante la notte ad una radio di movimento per raccontare la protesta. Si sentivano rumori lontani forti, come di spari o di lacrimogeni, hanno parlato di polizia in assetto anti sommossa che ha circondato il centro mentre le fiamme divampavano. Temevano di essere pestati e, sempre nella sezione maschile, sono saliti sui tetti. Alle 5 circa la situazione è tornata alla normalità e a quel punto, hanno separato i "buoni" dai "cattivi" cercando di individuare coloro che potevano essere i fautori della rivolta. In 18 sono stati prelevati e portati in carcere e poi processati per direttissima. Per i 15 tornati nel cie, non è scattata la custodia cautelare in quanto fermati alcune ore dopo la rivolta e non in flagranza di reato.

Ora si stanno riparando i danni alla struttura sapendo perfettamente che si tratta solo di aspettare l'ennesima scintilla per ripiombare nel caos. Lunedì notte, la polizia avrebbe scelto di non entrare per non alzare il livello di tensione ma Ponte Galeria resta una vera e propria bomba ad orologeria difficile da disinnescare. A poco servono misure palliative o il trasferimento delle persone più pronte a ribellarsi. Molti non hanno nulla da perdere, sanno che il proprio destino è legato all'opportunità di uscire liberi da quelle gabbie, ad ogni costo, anche a rischio della vita propria e altrui. Chiuderlo è l'unica soluzione possibile, il timer è già in funzione.

Stefano Galieni

mercoledì 31 marzo 2010

Ancora fiamme a Ponte Galeria

Ponte Galeria. Cronaca di una rivolta
di Anna Pizzo

Cronaca dell'ennesima rivolta al Cie di Ponte Galeria. Quella di questa notte è stata la terza protesta in poco più di due settimane

Questa mattina verso le dieci sono andata al Cie di Ponte Galeria ben consapevole che non mi avrebbero lasciata entrare. Così è stato dopo che nel Centro di identificazione ed espulsione si era verificata una protesta dei reclusi nel reparto maschile.

Ho chiesto chiesto al direttore del Cie, da circa un mese gestito dalla società Auxilium [La Cascina] di poter conoscere la sua versione e il direttore è uscito per non più di cinque minuti e mi ha raccontato che il Cie è senza luce e senza acqua dal momento che nel corso della rivolta sono stati strappati dal muro i fili elettrici e spaccati i tubi dell’acqua. Ha aggiunto che l’ultima volta era successo alla fine della scorsa settimana quando una analoga, seppure di più modeste proporzioni, rivolta, si era verificata.

Ricordo che una prima e consistente rivolta era avvenuta lo scorso 13 marzo, in concomitanza con la protesta davanti al Centro di alcune associazioni che si battono contro i Cie. Tre proteste in poco più di due settimane è un record perfino per un luogo dove i diritti e le libertà sono cancellati e dove le forme del vivere sono ridotte alla pura sopravvivenza. Lo stesso direttore, Sangiuliano, ha confermato che luoghi come quello non sono facilmente gestibili dal momento che lì non vigono le regole carcerarie né quelle dell’accoglienza.

E’ un ircocervo, aggiungo io, un po’ mostruoso che non dovrebbe poter esistere. Invece esiste e produce i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Li confermo, a otto giorni dalla mia ultima visita, che sono riuscita a “strappare” dopo lunghe e perseveranti pressioni presso la prefettura.

Come potete leggere sul sito di Carta, quando sono andata ho trovato il solito pienone, anche se il cambio di gestione, dalla Croce Rossa all’Auxilium, aveva prodotto una temporanea riqualificazione strutturale: in pratica, una imbiancata alle pareti, la riapertura di una mensa più o meno degna di questo nome e uno spaccio al quale possono accedere i reclusi che ricevono dall’amministrazione pubblica sette euro ogni due giorni per comperare le cose di cui hanno bisogno.

Oggi quella mensa, dicono dai comitati che si battono contro i Cie, è stata utilizzata per concentrare tutti i detenuti in attesa di dividere quelli considerati «buoni» dai «cattivi» che hanno preso parte alla rivolta.

Questa mattina alle dieci le forse di polizia presenti ammontavano a non più di una decina di macchine mentre il direttore ha sottolineato che nel corso della rivolta, nonostante la sua sollecitazione a intervenire, le forze dell’ordine hanno preferito non esporsi anche per non far esasperare la situazione. Ho chiesto se fosse vero che erano stati sparati colpi di arma da fuoco in aria. Ha negato ribadendo che la polizia ha preferito attendere che gli animi si raffreddassero. Poi, ha aggiunto, verso le quattro, la situazione si è normalizzata. Peccato che il direttore non abbia le registrazioni delle chiamate arrivate a radio ondarossa in diretta dalle quali si sentono distintamente colpi di arma da fuoco.

E’ questa la cronaca dell’ennesima rivolta in un luogo di certo non migliore forse un po’ peggiore di altri analoghi.

Quel che resta, al termine di questa nottata, è un desolante senso di impotenza e la consapevolezza che situazioni come queste sono destinare a ripetersi. Ce ne sono tutti gli elementi: i prolungamenti della detenzione fino a sei mesi, la deportazione di molti ex detenuti stranieri direttamente dalle carceri al Cie di Ponte Galeria, come prolungamento indebito di una pena già scontata.

E un senso di sospensione del diritto e dei più basilari principi di umanità che diventa tangibile, ogni giorno di più.

L’ultima volta che sono entrata c’era un giovane che da cinque giorni, ogni mattina, si presentava all’ambulatorio medico [il solo luogo di interlocuzione, per loro] e chiedeva semplicemente di potersi tagliare le unghie delle mani e dei piedi.

Da cinque giorni riceveva la medesima risposta: non siamo attrezzati a farlo e, del resto, non ti possiamo dare una forbice. Il nuovo direttore, un po’ stupito aveva così commentato: abbiamo pensato a molte cose, ma alle unghie non ci abbiamo proprio pensato. Ho idea che quelle unghie strideranno a lungo sul vetro dell’indifferenza.

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