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giovedì 22 luglio 2010

Ragazza nigeriana aggredita e poi deportata

Dopo il caso di Joy ed Hellen un nuovo caso di violenza ed espulsione sul corpo di una donna migrante.
Faith Ayworo è una ragazza nigeriana di 23 anni venuta in Italia per sfuggire a una condanna a morte. Quando era in Nigeria un uomo aveva cercato di violentarla, lei di era difesa uccidendo il suo aggressore. Per questo è stata processata e condannata a morte.
In Italia però ha subito un'altra violenza, da parte di un altro uomo nigeriano nel suo appartamento. I vicini hanno chiamato la Polizia e gli agenti hanno trasformato la vittima in criminale. Dopo aver identificato la giovane donna e aver verificato che su di lei pendevano due decreti di espulsione non ottemperati l'hanno rinchiusa nel Cie di via Mattei a Bologna. Questo è quello che ha riferito il suo avvocato Alessandro Vitale che ha cercato invano di ottenere un permesso di soggiorno per motivi di giustizia.
Faith ne avrebbe diritto per testimoniare contro lo stupratore, ma se i tempi della giustizia sono lunghi, quelli della deportazione sono stati zelanti ed efficienti.
Quando questa mattina il suo avvocato è finalmente riuscito a raccogliere tutti i documenti e presentare anche la richiesta di asilo politico, gli agenti l'avevano già portata via per rimpatriarla.
Il suo compagno riferisce che l'ultima volta che è riuscita a sentire la ragazza era già all'areoporto di Fiumicino, pronta per essere imbarcata sul primo aereo per la Nigeria. I suoi legali stanno cercando di mobilitare tutte le istituzioni per bloccare la partenza forzata, ma ogni ora che passa le speranze sono più flebili. "Finchè la ragazza si trova sul territorio italiano, io credo che l'Italia commetta un crimine internazionale a lasciarla andare nel proprio paese dove all'arrivo l'attende l'impiccagione" - ha detto l'avvocato Vitale.
fonte: InfoAut

venerdì 7 maggio 2010

Le multe razziste del comune di Brescia

L'associazione Diritti per tutti in una conferenza stampa tenutasi presso gli studi di Radio onda d'urto martedi 3 maggio ha denunciato nuove multe razziste elevate martedi' 27 aprile nei confronti di quattro giovani di origine pachistana che stavano giocando a cricket in un'area verde di Via Sorbana, adiacente l'argine del fiume Mella nei pressi di Via Milano. Le contravvenzioni (130 euro a testa, un vero salasso per lavoratori precari che guadagnano 25 euro al giorno con la distribuzione di pubblicita' casa per casa) sono ingiuste e discriminatorie: questi ragazzi sono stati multati perche' soggetti non graditi a questa amministrazione in quanto di origine immigrata, non perche' stavano facendo qualcosa di male. I giovani infatti stavano giocando in un'area verde priva di panchine o giochi per i bambini ed assolutamente deserta; il gioco del cricket, praticato peraltro con la pallina da tennis e non con quella pesante regolamentare, non rappresentava quindi un pericolo per nessuno. Le contravvenzioni mostrano tutto il loto intento persecutorio e vessatorio nei confronti dei giovani provenienti da famiglie immigrate;comunque queste multe non saranno pagate: tramite gli avvocati dell'Associazione si richiedera' al sindaco di Brescia l'annullamento. Sottolineiamo che a distanza di 6 mesi dalla contravvenzione del 13 settembre al Parco del Pescheto contro il giocatore della nazionale italiana di cricket Fida Hussain la richiesta di annullamento allora inoltrata dall'Associazione non ha ancora avuto risposta: il sindaco ha paura di respingere la nostra richiesta di annullamento perche' sa che il suo rigetto sarebbe impugnato con un ricorso che porterebbe ad una bocciatura del nuovo regolamento di polizia urbana; un regolamento che si presta alle interpretazioni arbitrarie e discriminatorie. I giovani continueranno in ogni caso a praticare, in modo attento e scrupoloso dell'incolumita' altrui, una sana attivita' sportiva ed una altrettanto sana disobbedienza nei confronti del regolamento liberticida.

martedì 4 maggio 2010

Raid RAZZISTA e FASCISTA nel cuore di BOLOGNA contro pizzeria gestita da BENGALESI

Il raid è accaduto prima delle 23 di sera. Un gruppetto di quattro loschi individui dalla testa rasata in bomber nero, con tanto di caschi per coprirsi vilmente il volto, ha fatto irruzione in una pizzeria di via Toscana gestita da bengalesi. Armati di bastoni e mazze da baseball sono entrati poi all'interno, hanno dato sfogo alla violenza rompendo i distributori automatici di bevande, tirato sedie e ferito una persona, il fratello del gestore del locale (che in quel momento era assente), Mohamed Ahmed. Un cliente lì presente è riuscito a scampare dall'aggressione chiudendosi a chiave in bagno.
Ma gli aggressori non si sono solo limitati a questo, hanno anche rubato l'incasso della giornata. Non è la prima volta per Mohamed, l'estate scorsa infatti l'auto dello stesso gestore, che ha la cittadinanza italiana, è stata oggetto di atti vandalici e scritte intrise della più becera xenofobi

giovedì 15 aprile 2010

Napoli, nave con clandestini: scontri tra manifestanti e polizia

Napoli, nave con clandestini: scontri tra manifestanti e polizia. Gruppi della Rete Antirazzista hanno tentato di bloccare il furgone con 9 africani che avevano chiesto asilo politico.

NAPOLI (14 aprile) - Scontri a Napoli tra polizia e manifestanti delle associazioni antirazziste che si opponevano alla partenza dei nove cittadini africani (sei nigeriani e tre ghanesi) per il Cie di Brindisi. Gli stranieri erano a bordo del Vera D, il cargo battente bandiera liberiana per due giorni bloccato nel porto di Napoli dopo la scoperta dei clandestini a bordo.

La richiesta d'asilo. I clandestini avevano abbandonato la nave dopo aver fatto formalmente richiesta di asilo politico. Hanno tutti un'età presunta intorno ai 20 anni. Ma secondo la Uil tra loro ci sono sei minorenni. Dopo che i legali hanno presentato domanda di asilo politico, sono state messe in moto le procedure per sospendere il respingimento e avviare l'iter per l'accoglimento della domanda. I primi documenti sono stati compilati nell'ufficio Immigrazione della questura partenopea dove i nove sono stati accompagnati dalla polizia di frontiera.

Gli scontri. Proprio davanti a quegli uffici sono avvenuti gli scontri con la polizia che ha fatto ricorso ai manganelli per consentire al furgone con a bordo i nove clandestini di passare.

Altri manifestanti, tra cui il padre comboniano Alex Zanotelli, sono stati spostati con la forza.

La nave è ripartita nel pomeriggio alla volta di Genova, nella tarda mattinata. Era dal 7 aprile a Napoli, da dove avrebbe dovuto prendere il largo lunedì scorso. Già la notte scorsa rappresentanti del sindacato e delle associazioni umanitarie erano saliti a bordo del cargo: «A seguito di una lunga trattativa con il rappresentante dell'armatore - ricostruiscono i sindacati Cgil e Uil Campania - e superando numerose resistenze burocratiche - siamo riusciti ad accedere a bordo della nave e ad incontrare le nove persone che ci hanno raccontato storie di violenze e di persecuzioni nelle loro terre e di essere all'oscuro, non essendo stati informati da nessuno, del provvedimento di respingimento nei loro confronti».

Sulla nave è salito, per incontrare gli extracomunitari, anche il legale del CIR (Centro Italiano Rifugiati) di Napoli. Durante la visita tutti e nove i migranti hanno firmato la delega all'avvocato manifestando, davanti a un pubblico ufficiale (il comandante della nave), la volontà di chiedere asilo politico.

La Rete antirazzista napoletana, «nel timore di possibili colpi di mano in una vicenda che resta molto precaria», ha presidiato la nave con una trentina di attivisti per tutta la notte chiedendo invano che gli aspiranti rifugiati politici non fossero trasferiti altrove ma trovassero accoglienza a Napoli. In serata l'epilogo con gli incidenti tra polizia e manifestanti.


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La resistenza di padre Zanotelli "Fermi, li portate in un lager"

da: repubblica napoli- 15 aprile 2010

Il padre comboniano e la protesta: "Sono bambini, dovrete passare su di me"
Riccio e la Iervolino abbandonano la manifestazione "Non c'è niente da fare"

"Sono bambini. Li state mandando in un lager. Dovete passare su di me". Ma la furia di chi obbedisce al governo e alla legge che punisce gli immigrati non risparmia neanche un uomo di chiesa, padre Alex Zanotelli. Pur di far partire in fretta in una camionetta i nove africani della "Vera D.", pur di chiudere la questione che ha agitato il porto di Napoli e le coscienze nell'ultima settimana, senza il minimo rispetto hanno buttato a terra persino il sacerdote che difende i diritti civili e si prodiga per l'umanità. Sta bene, il paladino di chi non ha voce e lotta per sopravvivere, ma è tornato a casa addolorato, come chi ha sostenuto una battaglia persa.

Intorno alle 21 la protesta era davanti ai garage della questura in via dei Fiorentini: "Siamo tutti clandestini" gridavano i manifestanti. Organizzazioni umanitarie, centri sociali, la Cgil con Jamal Quoddorack che hanno seguito dall'inizio la vicenda. L'assessore Giulio Riccio e il sindaco Iervolino vanno via aprendo le braccia: "Non c'è niente da fare". Ma Zanotelli resta, con i suoi collaboratori, tra i quali Felicetta Parisi, che è in lacrime. "Li abbiamo visti, li abbiamo visti bene, erano vicino a noi - piange - non c'è alcun dubbio che sono minorenni", riferendosi alla querelle sull'età dei cinque clandestini più giovani, tre dei quali erano stati giudicati maggiorenni dall'ospedale dove erano stati visitati. "Anche secondo il parere dei medici ospedalieri l'età scheletrica era intorno ai 18 anni - dice ancora Parisi - ma ci sono due anni di scarto in quell'analisi. Me ne assumo io la responsabilità. Sono un medico, un pediatra: erano minori. Li hanno spediti in un lager. Questa è una ignominia, una vergogna, viviamo l'epoca della disumanità".

Padre Zanotelli ha salito le scale della questura ed è tornato indietro poco dopo amareggiato: "Non c'è niente da fare, li portano via". Intanto i celerini si radunavano sotto il palazzo. "Dopo ore di trattative, di promesse, all'improvviso è arrivata la celere e abbiamo capito che li avrebbero portati a Brindisi - dice il sacerdote - Eppure c'era la richiesta di asilo politico, il Comune aveva trovato per loro una sistemazione". Zanotelli viene accompagnato dai collaboratori, a proseguire nel racconto è Felicetta Parisi: "Quando Alex è sceso noi ci siamo messi davanti al garage da dove doveva uscire la camionetta - dice - Zanotelli voleva stendersi per terra, voleva protestare contro questo sopruso. E ha detto ai poliziotti: "Nessuno ha chiesto a questa gente che cosa ha fatto nell'ultimo mese, come ha vissuto, di che cosa ha bisogno. È una vergogna. Per me potete passare sul mio corpo, prima di prenderli". Allora è scoppiato un tafferuglio, i poliziotti si sono lanciati verso di noi e Alex è stato scaraventato per terra".

I collaboratori del sacerdote, indignati, denunciano: "Per ore la questura ha portato avanti quello che sembrava un dialogo. Era falso. Per la prima volta Napoli, la città dell'accoglienza e dell'umanità, si è macchiata della strage degli innocenti. Lo sanno tutti i Cie sono dei lager".

mercoledì 7 aprile 2010

Storie di "ordinario" razzismo

Qui di seguito la lettera che racconta l’episodio, scritta dai ragazzi che l’hanno subito.

Francois, Joseph e Jean Paul Frattini, questi i nostri nomi. Suoni francesi accostati ad un cognome tipicamente italiano. Non un’ambigua scelta dei nostri genitori, bensì un’attestazione delle nostre origini. Nati da madre haitiana e padre italiano, siamo cresciuti e abbiamo vissuto tutta la nostra vita a Brescia. Ciononostante, la nostra pelle porta con se la condanna di una discendenza troppo scomoda. Non è mai passato inosservato il nostro colorito acceso, ma fatta eccezione per qualche vile commento bisbigliato vigliaccamente sottovoce, abbiamo sempre vissuto serenamente. Questo fino a poco tempo fa, precisamente fino alla sera di venerdì 19 marzo, quando un atto di discriminazione razziale ci ha coinvolti in prima persona.
 
Avevamo programmato una “serata tra brothers”, scegliendo come meta fortuita il locale molto noto Hotel Costez, situato nel centro di Cazzago San Martino, già frequentato in passato da Joseph e Jean Paul. L’ambiente abbastanza elegante e raffinato, ci impose una cura particolare nell’aspetto e nell’abbigliamento: la politica di molti locali moderni esige di adeguarsi a determinati standard. Nonostante tali sforzi, ad una distanza di circa 10 metri dall’ingresso, fummo bloccati da un buttafuori, che senza troppe remore, ci vietò di entrare. Convinti si trattasse di un malinteso, chiedemmo chiarimenti. La risposta ci sconcertò (ed è forse proprio da questa risposta che deriva la più grande inquietudine): “Eh dai ragazzi, lo sapete!”. Cosa sappiamo? Ci ha forse scambiato per qualche giovane irrequieto con cui ha avuto problemi in passato? Difficile, data la particolarità dei nostri tratti somatici. 

Ciò che ben sappiamo e di cui andiamo fieri, è che siamo neri, e questo non deve impedirci di accedere ad un’area apparentemente troppo vip per noi. Pochi secondi d’attesa e le paroline magiche furono pronunciate: “Siete extracomunitari e non potete entrare.” La schiettezza con cui sostenne questa tesi e la totale mancanza di rispetto per una categoria sempre meno tutelata, non fece che rafforzare la nostra convinzione di voler entrare. Decidemmo di non mostrare la carta di identità per provare la nostra italianità, e continuammo nella parte che ci era stata assegnata. Il buttafuori, armato di guanti in pelle pensati per queste ardue situazioni, continuò a sostenere che era una regola e come tale non poteva essere violata. Certo, una regola non scritta, ma non per questo meno valida. Dopo vari tentativi, ci accordammo per restare nella zona esterna del locale, confinati come cani. Non paghi dell’obiettivo raggiunto, ci intrufolammo all’interno. Ma lesti gli auricolari comunicanti si segnalarono la presenza di tre intrusi indesiderati. Un altro imponente buttafuori, non più “ragguardevole e educato” del collega, ci accompagnò all’uscita. A nulla servì mostrare i documenti per intaccare le loro ferree convinzioni: neri eravamo e neri restavamo. Questione di pelle.
 
Nadine Gordimer, scrittrice sudafricana e premio nobel per la letteratura, durante una conferenza del 1959, nei difficili anni dell’apartheid, disse: “Non è possibile riuscire a contraddire fino in fondo con i fatti un clima di privilegio. Noi abbiamo la parte migliore di ogni cosa; come è difficile non sentire, in qualche angolo segreto di noi stessi, che in effetti siamo migliori!” E allora ci chiediamo, alla luce di quello che è successo, se questo stesso sentimento di superiorità che ha indotto il proprietario di un locale a vietare l’ingresso a tre connazionali perché non bianchi, sia diffuso a tal punto da essere universalmente condiviso o quantomeno tollerato. Probabilmente siamo stati fin troppo fortunati e abbiamo vissuto in una bolla di cristallo che ci permetteva di vedere, ma al contempo essere protetti. Ora ci sentiamo feriti e non abbiamo voglia di tacere ed essere taciuti.E dopo 27, 28 e 34 anni vissuti in Italia, sentirsi estranei e discriminati nella propria casa, ha fatto scattare qualcosa. Informare e raccontare quello che ci è accaduto, é il mezzo non violento che abbiamo scelto per difendere tutti coloro che non possono o non riescono ad avere voce in capitolo. Sono tanti e tutto ciò non può più essere tollerato.
Le domande che ci poniamo oggi sono tante e forse molte difficilmente troveranno una risposta razionale. Tra tutte, una spicca per bizzarria: i buttafuori, si saranno accorti di essere extracomunitari? Perché forse qualcuno dovrebbe spiegargli che hanno delegittimato la loro stessa categoria.
Ora è in corso una denuncia penale a carico del titolare del locale in questione e toccherà alla magistratura dare un responso

martedì 30 marzo 2010

Fiamme ed arresti a Ponte Galeria

Quella di ieri sembrava una giornata come tutte le altre nel Cie di Ponte Galeria, con la maggior parte dei reclusi sedati che dormono fino a mezzogiorno e passano la giornata a letto. Nel centro c’è gente «di tutti i colori»: chi lavora in Italia da vent’anni, tossicodipendenti, alcoolizzati, diabetici, asmatici e malati di epatite.

«Qui ci trattano come cani»
Da dentro sempre gli stessi racconti. Qualche giorno fa un recluso ha sbattuto la testa contro il muro per la disperazione e un altro che protestava è stato picchiato tanto forte che gli hanno rotto i denti. Riempito di botte come quei ragazzi che avevano provato a scappare salendo sui tetti. Poi ci sono i casi di autolesionismo: ogni sera qualcuno ingoia una lametta. Se ti lamenti, minacciano di chiamare la polizia, l’esercito e i carabinieri. Se chiedi di essere curato o portato in ospedale, ti dicono che stai fingendo perchè vuoi scappare. Sequestrano shampoo, sapone e dopobarba, perchè bisogna usare solo quello che forniscono i gestori del centro, la Cooperativa Auxilium. Sequestrano tutto, soprattutto gli accendini: le guardie non vogliono incendi, come quelli della sommossa del 13 marzo scorso. Ma nello spaccio vendono i cerini, e forse non hanno capito che anche con quelli si può accendere un fuoco…

«Un casino della madonna!»
A mezzanotte di ieri arriva questo sms da uno dei reclusi del Centro. Da un’ora è scoppiata una rivolta: i materassi bruciano e ci sono due grossi fuochi che si alzano arrivando fino all’infermeria. Alcuni reclusi sono saliti sul tetto e altri hanno spaccato tre o quattro porte di ferro e hanno quasi raggiunto il muro di cinta. Tutto il centro è pieno di polizia: sono dappertutto ­in tenuta antisommossa, con manganelli, scudi e caschi. Intorno all’una e venti si sentono anche degli spari.

Ascolta le corrispondenze registrate da Radio Onda Rossa.
ore 1.10 - un recluso racconta quello che succede.
ore 2.10 - un recluso spiega meglio le ragioni della protesta.

Le ultime telefonate coi reclusi risalgono alle tre di notte, e raccontano di alcuni reclusi sono ancora sui tetti e di fiamme non ancora spente.

Da questa mattina nessun recluso risponde più al telefono, quindi non possiamo avere informazioni di prima mano. Ma qualche ora fa, la consigliera regionale Anna Pizzo ha cercato di entrare nel Cie, per verificare la situazione. Ovviamente, mancando il preavviso scritto, non l’hanno fatta entrare. Il direttore ha però ammesso che nella notte c’è stata una tentata evasione, seguita da una protesta, ma ha negato l’intervento della polizia. Secondo il direttore è stata una cosa da poco. Talmente da poco, che per sua stessa ammissione oggi nel centro mancano luce e acqua perchè durante la rivolta sono stati danneggiati gravemente l’impianto elettrico e quello idrico.

Aggiornamento ore 13.00. I prigionieri del settore maschile sono stati rinchiusi nella sala mensa e divisi in due gruppi: da una parte i “buoni” e dall’altra i “cattivi”. Le telecamere di sicurezza avrebbero ripreso tutta la rivolta ed è l’ora degli arresti. Da quel che si capisce, per ora i fermati - i “cattivi”, appunto - sono una quindicina. Nel settore femminile, invece, nessuna si è accorta di nulla: negli ultimi giorni, infatti, le medicine somministrate apertamente o con l’inganno dalla direzione sono particolarmente pesanti e, secondo alcuni racconti, le recluse passano il proprio tempo a dormire o a piangere. Alcune nigeriane questa mattina sono state portate via, e questo vuol dire che si potrebbe essere in preparazione un’altra deportazione.

sabato 13 marzo 2010

Razzismo:polizia postale scopre leader Ku klux klan italiano ·

Indagini partite da investigatori Roma e approdate a Modena
(ANSA) - MODENA, 12 MAR - Identificato dagli agenti della Polizia postale il referente del Ku klux klan in Italia: e' un uomo di 33 anni residente nella provincia di Modena.
Dopo una perquisizione domiciliare compiuta dalla Polposta del Lazio in collaborazione con la sezione modenese e la Digos, il giovane - gia' conosciuto come simpatizzante degli skinheads e responsabile dell'area italiana del sito www.unskkk.com - e' stato denunciato per aver commesso atti di discriminazione e odio etnico, nazionale, razziale al fine di agevolare l' attivita' di organizzazioni e movimenti con il medesimo scopo.
(ANSA).

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L'indagine partita dopo un articolo di Repubblica.it
E' uno skinhead già segnalato dalla polizia
Voleva portare il Ku Klux Klan in Italia
scoperto e denunciato dopo 4 mesi


ROMA - Sperava di reclutare, attraverso il Web, xenofobi e razzisti, pronti a scendere in campo per "la difesa della stirpe bianca". Era il referente italiano del Ku Klux Klan, l'organizzazione americana nata nel 1865, che, evidentemente, sperava di poter approdare anche nel nostro Paese. Repubblica.it ne aveva parlato nel novembre scorso, e le ricerche erano partite proprio dal nostro articolo. Ma dopo quattro mesi di indagini, la polizia postale è arrivata ad individuare le mani che hanno firmato proclami e appelli, spesso attacchi durissimi a immigrati, gay, ebrei. Dietro a quelle pagine virtuali si nascondeva B. A., uno disoccupato incensurato di 33 anni, residente in provincia di Modena, già noto per aver partecipato a manifestazioni della destra estrema e per aver fatto parte degli skinhead. E' stato denunciato in stato di libertà per aver commesso atti di discriminazione e odio etnico, nazionale, razziale al fine di agevolare l'attività di movimenti che hanno il medesimo scopo.
Con l'operazione denominata "KKK Italia", gli agenti hanno smascherato l'uomo che curava la sezione italiana del sito degli United northern and southern knights of the KKK (l'acronimo è Unsk). Un movimento che rappresenta la principale ramificazione americana del Ku Klux Klan, e che in Europa ha lanciato diversi "reami": oltre a quello italiano, se ne contano in Germania, Belgio e Regno Unito. Arrivare a lui non è stato facile. Il server del sito (www. unskkk. com) non si trova in Italia, e l'unico riferimento che avevano gli agenti era un'e-mail, attraverso la quale B. A. manteneva presumibilmente i contatti con la sede-madre, in America, e con chi si faceva avanti per avere informazioni. Prima di bussare alla porta della sua casa, nella quale vive con i genitori, la postale ha voluto verificare se ci fossero altri complici e, ad oggi, le indagini continuano.

"Quando ci siamo presentati a casa sua - dice Andrea Rossi, dirigente del compartimento polizia postale e delle Comunicazioni del Lazio - non ha negato le sue idee politiche. Ha cercato di prendere le distanze dal sito, ma le nostre indagini hanno dimostrato che l'e-mail presente sulla pagina Web era la sua". Per non farsi scoprire, si era anche servito di una serie di accorgimenti informatici che, però, non hanno impedito alla polizia di rintracciarlo. Nella sua abitazione, è stato trovato "materiale informatico" (anche fotografie), che dimostra le sue simpatie politiche per il movimento skinhead e che sarà ora analizzato. "Ci siamo mossi quando abbiamo visto che questa organizzazione americana - racconta a Repubblica. it il dirigente della postale - aveva una ramificazione italiana. Trattandosi di una pagina in italiano, eravamo convinti che dietro ci fosse un cittadino residente nel nostro Paese, soggetto dunque alle nostre leggi. Da quello che ci risulta, comunque, non era riuscito a coinvolgere molte persone". Le attività sul sito americano, ovviamente, proseguiranno. Ma per gli inquirenti "è stato importante individuare il suo punto di riferimento italiano", sottolinea Rossi, anche "per stroncare ogni ulteriore attività di proselitismo". "Si è trattato di un'operazione esemplare - fanno notare gli inquirenti - che dimostra anche quanto sia difficile individuare i responsabili di siti come questi. La persona in questione aveva occultato i suoi riferimenti su internet, e per questo abbiamo impiegato più tempo per arrivare a lui".

Nella sezione italiana dell'Unsk curata dall'uomo, si annunciava "l'apertura delle iscrizioni" al movimento e si lanciava un appello ad aderire al movimento: "Se siete uomini o donne patrioti bianchi e ritenete di volervi impegnare per la vostra stirpe e per le generazioni future, se ne avete abbastanza di vedere la nostra discendenza, i nostri diritti e il nostro futuro calpestati e gettati via, se volete mettere fine a questo scempio, saremo felici di avervi con noi e di ascoltarvi. Aderisci alla lotta e salva i tuoi diritti quale cittadino bianco e cristiano", scriveva l'uomo che è stato ora denunciato.
Immediati i commenti nella galassia virtuale della destra estrema. La notizia della denuncia di B. A. ha iniziato a fare il giro dei forum, da quello non ufficiale di Forza Nuova a quello dei "nazionalisti bianchi". "E' arrivata l'inevitabile repressione poliziesca e liberticida", sentenzia un utente. Se qualcuno "esprime solidarietà" altri promettono che un giorno si "pagheranno questi atti contro la libertà e contro loro stessi"

giovedì 4 marzo 2010

comunicati di solidarietà al compagno modenese ferito e comunicati contro casapound

Nella notte tra sabato e domenica, a seguito di un'importante giornata di iniziative antifasciste che hanno interessato l'intera città di Modena, con numerosi presidi, che sono riusciti ad impedire lo svolgimento di una conferenza organizzata da CasaPound all'interno di una sala comunale, il responsabile cittadino della formazione neofascista ha ferito ad una mano con un'arma da taglio un antifascista che aveva preso parte alla mobilitazione.

Con la più scontata e squallida metodologia fascista, quella delle lame, CasaPound Modena ha dimostrato una volta in più, come se ancora ce ne fosse bisogno, l'infamità che li contraddistingue: incapaci di fronteggiare la determinazione dei compagn*, e di una città intera, che si mobilita contro razzismo, omofobia e retaggi fascisti, aggrediscono e accoltellano con il favore delle tenebre e, non paghi, si rivolgono agli amici questurini, denunciando a loro volta aggressioni.

Nell'esprimere la nostra solidarietà al compagno, allo spazio Guernica, e agli antifascisti modenesi tutti, ribadiamo ancora una volta l'importanza di scendere in piazza per contrastare e impedire qualsiasi tentativo di propaganda e legittimazione dei neofascisti nelle nostre città.

A Torino come a Modena, saremo presenti ogni qualvolta gruppuscoli di nostalgici, razzisti e xenofobi cercheranno di conquistare spazi sui nostri territori, nelle nostre scuole e nelle nostre università.

Network Antagonista Torinese

Csoa Askatasuna- Csa Murazzi- Koll. Studenti Autorganizzati- Coll.Universitario Autonomo


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A fianco degli antifascisti e antifasciste modenesi

Il Laboratorio Crash esprime tutta la sua rabbia e solidarietà al compagno del Guernica, per quanto accaduto nella notte fra sabato e domenica nella città di Modena. Consapevoli che un'inversione all'avanzata razzista, xenofoba e sessista nel territorio emiliano, può avvenire soltanto grazie all'agire quotidiano delle realtà militanti antifasciste. Siamo certi, inoltre, che questi avvenimenti non riusciranno ad intimidire una città intera che sabato pomeriggio ha espresso tutto il proprio sdegno contro CasaPound.

A fianco dei compagni e compagne antifascist*

Laboratorio Crash - Bologna

Collettivo Universitario Autonomo - Bologna


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Comunicato stampa PRC
Ancora su CasaPound: alcune domande a PD e PDL

I fatti di sabato sera in via Taglio, purtroppo, confermano i timori che già avevamo espresso. Al di là della ricostruzione precisa degli eventi che probabilmente emergerà nei prossimi giorni, la presenza di elementi che ostentano la loro adesione al fascismo ha subito aggravato la tensione in città. Da quanti anni o decenni non accadeva che a Modena un coltello venisse usato in uno scontro a sfondo politico? Ribadiamo dunque la nostra posizione contraria a qualsiasi agibilità politica per CasaPound a Modena.

Ma ci preme anche rivolgere due domande, rispettivamente a PD e PDL.

Cosa aspettano il PD e l’amministrazione comunale per dire cosa pensano politicamente di CasaPound e se ritengono che alla loro richiesta di sale comunali vada risposto di no per ragioni politiche rispettando lo spirito del dettato costituzionale (XII Disposizione Transitoria) a cui a parole il centro-sinistra dice di ispirarsi?

Il PDL invece dovrebbe chiarire ai cittadini modenesi se ha intenzione di fare di CasaPound la sua organizzazione giovanile non ufficiale. La notizia, appresa dalla stampa, che l’hotel Astor utilizzato sabato da CasaPound è stato prenotato a nome del PDL fa venire più di un dubbio: i berlusconiani locali vogliono proteggere la nascita di un movimento neofascista a Modena? Quel movimento che si è presentato all’opinione pubblica nazionale lo scorso anno aggredendo in modo organizzato il corteo studentesco dell’"Onda" romana?

Rifondazione Comunista terrà alta la vigilanza. Non vogliamo provocazioni fasciste in città. Per il periodo 22-25 aprile abbiamo in cantiere molte iniziative per ricordare l’attualità della Resistenza e assieme a tutta la Modena antifascista non accetteremo nessuna offesa ai partigiani da parte di un gruppuscolo di aspiranti squadristi.

Francesco Giliani – segretario circolo PRC "Gramsci" di Modena


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I fatti di sabato scorso, in cui un ragazzo del Cam è rimasto ferito da una coltellata di Alessio Vandelli, capo modenese di Casa Pound, è la logica conseguenza della proliferazione sbrigliata delle bande neofasciste, che avvallate dalle istituzioni possono perseguire impunite i loro atti di violenza contro chiunque osi contrastarle, come era avvenuto sabato pomeriggio nei vari presidi contro la conferenza di Casa Pound e Pdl.

Per noi è assolutamente inammissibile che si continui a permettere l’esistenza di gruppi apertamente fascisti e tanto più che le istituzioni di una Città Medaglia d’Oro alla Resistenza quale è Modena non prendano subito provvedimenti. Altrettanto inaccettabili sono però le affermazioni degli "antifascisti" a parole ma non nei fatti, come Tommaso Fregni, segretario dei giovani Pd, che anziché denunciare questa situazione arriva a lodare i fascisti perché "dicono apertamente da che parte stanno".

Noi rivendichiamo con forza lo scioglimento dei gruppi fascisti. Intanto occorre che gli antifascisti e i democratici coerenti formino al più presto un vasto fronte unito, anche a Modena, per lottare contro questo neofascismo imperante e difendere nella pratica i valori dell’antifascismo. Da parte nostra proponiamo che una mobilitazione unitaria su questa base si tenga già nei prossimi mesi, culminando con una vasta manifestazione antifascista il prossimo 25 Aprile.

Federico Picerni
Responsabile dell’Organizzazione di Castelvetro di Modena del PMLI
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Congresso Camera del Lavoro di Modena(2 e 3 marzo 2010)

Il congresso della Cgil di Modena ritiene grave ed inaccettabile la presenza di CasaPound a Modena, città medaglia d'oro alla Resistenza. La Cgil di Modena fa appello alle istituzioni locali affinchè non venga dato alcuno spazio o agibilità politica ad una organizzazione che si dichiara apertamente fascista e antisemita e fa della repubblica sociale e del ventennio il proprio punto di riferimento politico.

approvato all'unanimità

martedì 12 gennaio 2010

Teramo - C'è Casa Pound dietro l'aggressione ai compagni

Il Video:
In vista della manifestazione del 9/01/2010 "In piazza contro ogni fascismo", organizzata in risposta all'aggressione della notte tra il 23 e il 24 dicembre 2009, Terapia Lampo propone le dichiarazioni di Filippo Torretta, esponente di P.R.C. di Teramo e Davide Rosci, promotore della manifestazione.


Dalle testimonianze degli aggrediti, appare ormai evidente (a sentire le parole di Filippo Torretta - Rif.Com.Teramo) che i neofascisti autori delle coltellate ai compagni lo scorso 23 dicembre, siano di Casa Pound, l'associazione neofascista guidata da Gianluca Iannone.

Una spedizione punitiva in piena regola guidata da esponenti teramani di Casa Pound, evidentemente infastiditi dal rifiuto che la città gli ha dimostrato in più occasioni.

Questa volta non basteranno i consueti comunicati piagnucolanti per rovesciare quello che è sotto gli occhi di tutti e tutte: Le lame le usano gli infami, i fascisti usano le lame.


GUARDA IL VIDEO:
http://www.youtube.com/watch?v=vSxnsdhNWuE&feature=related

Fonte:Indymedia Abruzzo

domenica 10 gennaio 2010

Appello per la Manifestazione del 16 Gennaio a Livorno contro le uccisioni in carcere

Invitiamo alla partecipazione al corteo contro le morti in carcere, che si terrà Sabato 16 Gennaio a Livorno, concentramento ore 10 Piazza della Repubblica.

In Italia esiste una emergenza democratica: sono in ballo diritti fondamentali come quello di sciopero, che il Governo si appresta a cancellare; nel settore dei trasporti ed in tutti gli altri ambiti lavorativi i diritti dei lavoratori sono messi in causa.Una emergenza democratica non avvertita dalla cosiddetta opposizione parlamentare che di fatto è pronta a scendere a patti, e a farsi promotrice della revisione della Costituzione, revisione che cancellerà ogni riferimento all'antifascismo, alla Resistenza e alla centralità del lavoro.In Italia registriamo sempre più incidenti e infortuni sul lavoro, precarietà e disoccupazione; parallelamente, sul piano repressivo, leggi emergenziali divenute, dagli anni settanta ad oggi, parte integrante del codice penale e civile. Tutto ciò a discapito delle libertà collettive e individuali, a discapito dei movimenti sociali che si oppongono a questo stato di cose, e per contenere in chiave repressiva le conseguenze disastrose della crisi.

Negli ultimi mesi registriamo arresti e denunce: operai in lotta per la difesa dei posti di lavoro, occupanti di casa che denunciano la crescente speculazione immobiliare, studenti che occupano scuole e università contro una riforma che smantella l'istruzione pubblica, antifascisti che manifestano contro xenofobia e razzismo; sempre più spesso sono queste le vittime della repressione ed i destinatari di provvedimenti restrittivi e di arresti.Molti antifascisti, senza alcuna prova, sono detenuti o agli arresti domiciliari da mesi, contro di loro viene orchestrata una ignobile campagna mediatica che li dipinge come pericolosi sovvertitori dell'ordine sociale.

La situazione nelle carceri italiane non ha niente da invidiare a paesi come la Turchia. La mancata tutela di quanti si trovano nelle galere o in centri di detenzione, troppo spesso sottoposti a ogni genere di violenza e di sopruso, costretti a vivere in condizioni disumane, è una macchia indelebile che segna il nostro Paese.La mancata attuazione del Protocollo della Convenzione ONU contro la tortura (che prevede l'istituzione di organismi indipendenti di controllo e monitoraggio) ha tristemente accomunato tutti gli esecutivi succedutesi negli ultimi anni.
Attualmente sono oltre 20 mila i detenuti in eccesso rispetto alla capienza prevista nelle carceri, e la Magistratura di sorveglianza, come se non bastasse, riduce sempre più le misure alternative per le categorie di detenuti che ancora non ne sono esclusi. Misure alternative ed applicazione dell'art.27 della Costituzione da cui si vedono formalmente esclusi, ormai da quasi dieci anni, attraverso cavilli e regolamenti (come ad esempio l'art. 4 bis dell'ordinamento penitenziario), tutti i condannati per reati considerati eversivi o di natura politica e più in generale per i reati di natura associativa (così come concepiti durante la dittatura fascista).

Negli ultimi anni si sono anche moltiplicati i casi di detenuti uccisi nelle carceri, vittime di pestaggi e di violenze.
La stragrande maggioranza dei responsabili di pestaggi ed uccisioni nelle carceri, nelle piazze o nelle caserme, sono sempre rimasti impuniti e coperti dall'omertà, talvolta premiati nella carriera come è accaduto per i fatti del G8 a Genova.
Il problema della repressione e delle uccisioni in carcere, lungi dall'essere un problema personale o di sola in-giustizia è prima di tutto un problema politico su cui tutti sono chiamati a prendere posizione ed a mobilitarsi.

Per queste ragioni crediamo importante una manifestazione come quella del 16 gennaio e chiediamo verità e giustizia per tutte le morti, le percosse, le violenze subite oltre le sbarre.

Chiediamo a viva voce la libertà degli antifascisti arrestati e chiamiamo tutte le realtà organizzate e le soggettività sensibili su questi temi a sostenere l'iniziativa del 16 mattina a Livorno.

Comunicato-Rete antirazzista di Cosenza

In questo momento di forte tensione esprimiamo tutta la nostra indignazione perquanto sta accadendo nella piana di Gioia Tauro. Per decenni, in Calabria, la questione migranti è stata sottovalutata e, in particolare a Rosarno, dove migliaia di persone quotidianamente vengono sfruttate ed umiliate anche sedal loro lavoro dipende lo sviluppo del settore agricolo. Le responsabilità sono da individuare a tutti i livelli politici , compreso quello regionale con Loiero in testa, che si è limitato ad interventi tampone in clima di emergenza. Quello che più ci indigna è che in queste ore molto spazio viene dato alla rivolta dei migranti per le strade di Rosarno senza una indagine approfondita circa le cause: ingiustizia della Bossi-Fini in primis e le condizioni disumane di vita dei migranti.

Comprendiamo le ragioni dei cittadini di Rosarno ma non possiamo tacere sulle aberranti condizioni in cui versano migliaia di migranti nella piana, costretti a lavorare per pochi spiccioli nella più totale precarietà, a dormire in luoghi malsani, soggetti al ricatto dei caporali.
A partire da queste considerazioni la rete antirazzista di Cosenza chiede che si ponga fine a questa guerra fra poveri e si appella al buon senso dei Rosarnesi, ai quali si chiede uno sforzo di comprensione per le condizioni in cui vivono queste persone vessate da politiche razziste e xenofobe. La gravità del momento impone una riflessione lucida e pacata sulla situazione attuale al fine di ripristinare la civile convivenza posta sotto assedio dalle politiche xenofobe e razziste del Governo.
Ci si auspica che tutta la Calabria scenda in piazza per manifestare la solidarietà ai migranti e per dire basta a questa infinita ingiustizia. Lanciamo pertanto un appello ad associazioni, organizzazioni, partiti, istituzioni, singoli cittadini, organizzazioni di categoria che vogliono costruire realmente una Calabria migliore perchè partecipino, tutti, all’incontro pubblico che si terrà a Rosarno domenica 10 gennaio 2009 alle ore 14.00.

martedì 5 gennaio 2010

Teramo: In piazza contro il fascismo

La notte del 23 dicembre è stata scritta una delle più brutte pagine della storia recente della nostra città. Una quindicina di fascisti hanno aggredito, in maniera fredda e premeditata, alcuni ragazzi che entravano in un locale, ferendone tre con armi da taglio.
Non si può rimanere impassibili di fronte a fatti così gravi. Non è possibile che a Teramo a qualcuno sia consentito di girare liberamente con un coltello in tasca, organizzando aggressioni e violenze, senza che si faccia niente per fermarli.
Oggi ci troviamo ad esprimere la nostra rabbia contro questo atto vile, ma solo per un caso fortuito non stiamo versando lacrime per qualcuno che, a seguito di quelle coltellate, avrebbe potuto perdere la vita.
Vogliamo quindi esprimere tutto il nostro disprezzo verso questi soggetti che millantando un ideale fascista, celano, in realtà, dietro questi atti di violenza infame, soltanto tutta la loro frustrazione e debolezza.
L’appartenenza politica degli aggressori è forse anche la ragione di tanta “morbidezza” degli organi inquirenti: nella storia d’Italia spesso chi ha indagato su certi ambienti ha lavorato per nascondere la verità ed anche questa volta è stata generata una strana confusione tra aggressori e aggrediti.
Confusione preoccupante e offensiva non solo nei confronti delle vittime, ma anche di tutti coloro che ritengono necessario riaffermare la verità e lavorare per togliere spazi di agibilità politica ai fascisti, nuovi e vecchi.

È ora di farci sentire
SABATO 9 GENNAIO 2010 ore 16,30
in Piazza Contro il Fascismo

mercoledì 30 dicembre 2009

Comunicato: nuove azioni razziste della Lega Nord a Milano.

La Lega Nord, in questi ultimi giorni del 2009, ha depositato la “Mozione relativa ai controlli riguardanti la clandestinità e la verifica della residenza degli stranieri”, che dovrà essere posta in discussione nei nove Consigli di Zona di Milano, nelle prime settimane del 2010.
In concreto, la Lega Nord vorrebbe che si attuasse “una politica di controllo delle residenze degli stranieri, delle condizioni igienico sanitarie e di verifica dei contratti di affitto stipulati ...contro la presenza e lo sfruttamento degli stranieri senza permesso di soggiorno”.
Questa proposta di controllo metodico e sistematico delle abitazioni in cui vivono i cittadini immigrati dissimula, al contrario, il vero obbiettivo politico e razzista della Lega Nord, che sarebbe quello di dare la caccia agli immigrati, anche attraverso possibili forme di denuncia e delazione che coinvolgano direttamente i cittadini milanesi (es. proposta di un telefono verde).
La Lega Nord vorrebbe dare impulso ad una ennesima campagna razzista che evochi la paura per il disordine sociale, associando immigrazione a criminalità, che gridi al ricorso di ulteriori misure di controllo territoriale, agitando il conflitto contro gli immigrati a partire dai quartieri milanesi.
Altra finalità della Lega Nord sarà di esercitare pressione sul Consiglio del Comune di Milano, affinché la Giunta Moratti accetti di istituzionalizzare misure di controllo nei confronti degli immigrati.
Se a Milano esiste una questione casa, questa è connessa alla grave situazione di crisi economica patita dalle famiglie dei lavoratori, e dipende principalmente dall'assenza di una politica abitativa pubblica, dalle migliaia di alloggi sfitti pubblici e privali, dalla permanente emergenza sfratti, dalle liste di attesa per le case dell'Aler.
Il sovraffollamento ed il degrado di certe abitazioni date in locazione ai cittadini immigrati e italiani, è da riferirsi alla speculazione messa in atto da certi proprietari di casa, che affittano a condizioni economiche esagerate e che lucrano sulla pelle degli stessi immigrati, per poi denunciarne il pericolo sociale.
A Milano, come a Coccaglio, dopo l'approvazione delle “Disposizioni in materia di sicurezza”, lo scorso luglio 2009, da parte del governo Berlusconi, l'obbiettivo della Lega Nord è di “fare pulizia” dei cittadini immigrati.
La vera ragione di questa operazione di controllo territoriale, mascherata da una pretestuosa indagine abitativa, sta nella politica razzista ed elettoralistica della Lega Nord e nella cultura identitaria che viene teorizzata e messa in pratica, sia in ambito locale che nazionale.
Il cittadino immigrato è discriminato e segregato perché non viene riconosciuto identico, e non è codificabile nei registri di sangue e di suolo della cosiddetta comunità locale.
Denunciamo questi comportamenti razzisti e discriminatori, che hanno come finalità la divisione tra i lavoratori per provenienza nazionale.

CUB IMMIGRAZIONE

sabato 26 dicembre 2009

Natale nei CIE: si impicca una reclusa trans a Milano



Ieri nel reparto trans di via Corelli, riaperto da pochissimo, una reclusa si è impiccata.

Una mezzoretta fa ci è arrivata una telefonata da dentro uno dei Cie qui del nord Italia: gira voce, ci hanno detto, che in via Corelli sarebbe morto un recluso, suicida. E proprio mentre cominciavamo a fare qualche verifica abbiamo rintracciato in rete questo lancio di agenzia:«Un trasessuale brasiliano di 34 anni, bloccato domenica scorsa perché irregolare, si è impiccato nel Centro di identificazione ed espulsione di via Corelli a Milano. Per uccidersi ha usato un lenzuolo, fissato alle sbarre della finestra della sua stanza al Cie. Il cadavere è stato scoperto intorno all 15,30 da un altro immigrato trattenuto nel centro, che ha dato l’allarme. Secondo la prima ricostruzione, il transessuale sarebbe entrato nella sua stanza attorno alle 14 e da quel momento nulla di strano è stato notato fino alla tragica scoperta del suo gesto. Liberato dalla stretta del lenzuolo, il trans è stato subito portato in infermeria dove sono iniziate, senza esito, le manovre rianimatorie. Quando è arrivata l’ambulanza, il rianimatore non ha potuto fare altro che constatare la morte. Ignota al momento la causa del suicidio. La polizia tiene a sottolineare che in questi giorni il Cie non è particolarmente affollato.»Aggiornamento ore 23.oo. E già. Nel reparto trans di via Corelli, riaperto da pochissimo, una reclusa si è impiccata. Era stata catturata cinque giorni fa e, dai racconti che siamo riusciti a raccogliere fino ad adesso, prima di uccidersi avrebbe chiesto senza essere ascoltata di essere trasferita in un’altra sezione.
da Macerie - 25.12.09

giovedì 24 dicembre 2009

Razzismo sparso...



Aggressione extracomunitari durante festa Lega, il pm: c'era odio razziale

I quattro simpatizzanti del Carroccio secondo l'accusa e la Digos inveirono contro due camerieri extracomunitari
VENEZIA (23 dicembre) - C'era «odio razziale» nell'aggressione ai danni di due camerieri extracomunitari compiuta da quattro simpatizzanti della Lega il 13 settembre scorso nel corso della festa della Padania a Venezia. Lo ha stabilito il pm Emma Rizzato nel formulare l'accusa a chiusura delle indagini. si parla dell'aggravante dell'odio razziale con i reati di lesioni, danneggiamento e furto.

L'aggressione. Per i quattro - Fabio Vitali, Efrem Bellussi, Giampietro Finazzi e Luca Paris - tutti bergamaschi scatterà inevitabilmente, davanti al Gip, la richiesta di rinvio a giudizio. Secondo quanto ricostruito dalla Digos e come riferisce oggi La Nuova Venezia, i simpatizzanti della Lega il 13 settembre sarebbero entrati al ristorante la Bricola mentre si recavano al comizio di Umberto Bossi e degli altri leader del Carroccio. Qui avrebbero prima inveito contro due cameriere, un marocchino ed un albanese, per poi passare alle vie di fatto ferendone uno in modo serio.

[Treviso] Razzismo nel bus - Due sorelle senegalesi, 9 e 13 anni, cacciate e insultate. «Siete zingare»
 
TREVISO — Razzismo in autobus, denunciato autista dell’Actt. Domenica pomerig­gio sulla linea che da Treviso porta a Villorba due ragazzine di origine senegalese non ave­vano i soldi per pagare i bi­glietti. L’autista le avrebbe of­fese dicendo loro che «si com­portavano come zingare». A mediare, un adulto presente in bus, che avrebbe pagato il biglietto. Ieri mattina i genito­ri delle ragazzine si sono pre­sentati in questura per denun­ciare il fatto. Giacomo Colla­don, direttore dell’Actt, pro­mette «provvedimenti se sarà dimostrato l’episodio».

Tutto è iniziato domenica pomeriggio. Neve sulle stra­de, voglia di fare regali nel­l’aria. Due sorelline residenti a Villorba di nove e tredici an­ni hanno chiesto ai genitori di poter andare in centro a Treviso per comperare qualco­sa per le amichette. Mamma e papà hanno dato loro qualche euro e il permesso di prende­re il bus per recarsi verso il ca­poluogo di Marca. Dopo qual­che ora, le due sorelline han­no deciso di tornare a casa. Erano circa le ore 18 quando sono salite sulla linea 1 del­­l’Actt in Piazza San Leonardo.

La tredicenne si è subito comperato il biglietto a bor­do. La bambina di nove anni, invece, non aveva denaro a sufficienza. Ne sarebbe nato un litigio furioso con l’auti­sta, che ad un certo punto si sarebbe fermato di fronte al­l’Ippodromo di Sant’Artemio e avrebbe detto alle ragazzine che «voi zingare siete così, fa­te sempre le furbe», invitan­dole quindi a scendere in stra­da. Faceva buio e freddo, le due bambine erano disperate. La più grande gli avrebbe chiesto di multarla, ma di non lasciarla lì, nel nulla di smog e cemento che divide Treviso a Villorba. Ma era inu­tile. A quel punto si sarebbe messo in mezzo un adulto, di professione insegnante nella stessa scuola frequentata dal­la 13enne. Il docente avrebbe tirato fuori quelle monetine per pagare il ticket a bordo (del valore di un euro e mez­zo).

Dopo due giorni di riflessio­ne, ieri mattina i genitori han­no deciso di presentarsi in questura per denunciare l’epi­sodio con una querela forma­le. «Le mie figlie mi hanno giurato tra le lacrime che non sarebbero mai più salite su un bus, erano disperate», han­no spiegato gli immigrati agli agenti. L’Actt ieri ha verificato l’epi­sodio, che vede per protagoni­sta un autista-controllore da 14 anni in servizio, stimato dall’azienda. Secondo la ver­sione fornita dall’autista al di­rettore Colladon, pare che il viaggio fosse iniziato in Piaz­za dei Signori e che la ragazzi­na più piccola abbia provato a non pagare il biglietto: la so­rellina maggiore sosteneva in­fatti che non aveva l’età per pagare (che però è di tre an­ni). Nessun riferimento inve­ce alle offese e al tentativo di farle scendere in strada: la si­gnora che ha dato i due euro li avrebbe infatti pagati subi­to. «Il giorno dopo il padre si è presentato in ufficio da noi, dicendo che avevamo offeso le sue figlie», chiude Colla­don. «Sarà la magistratura a chiarire l’accaduto, se servi­ranno provvedimenti li pren­deremo ».

domenica 20 dicembre 2009

I fascisti di SAYA aprono una sede a Genova!!!



riporto di seguito un articolo uscito oggi, domenica 20 dicembre 2009, sul Secolo XIX (Liguria, pag.13):

Camicia kaki, pantaloni neri: è tornato l'Msi il movimento destra nazionale ha aperto la sede genovese

I fondatori sostengono di avere già 2 mila iscritti in Liguria: tutti i militanti in divisa, Il partito è pronto a correre per le regionali

GENOVA - Camicia kaki, cravatta e pantaloni neri. Sul petto un'aquila reale. Le ronde nere sono tornate. Anzi torneranno da febbraio: «Presenteremo la domanda, come ha chiesto il presidente Berlusconi». Con gran sorrisi e parlantina a raffica lo comunica Maria Antonietta Cannizzaro, presidente nazionale del rifondato Msi-Destra Nazionale, movimento che ieri ha aperto una sede a Genova, in via Colombo 12 all'ammezzato del palazzo in cui ha preso casa anche Sergio Cofferati, ex leader della Cgil, ex sindaco di Bologna e ora europarlamentare del Pd.

A Genova il nome di Maria Antonietta Cannizzaro nuovo non è. Negli ultimi cinque anni di lei e soprattutto del marito, Gaetano Saya, si è parlato parecchio. E probabilmente si continuerà a farlo visto che non più di un mese fa il gup Ferdinando Baldini ha rinviato a giudizio l'istrionico Gaetano Saya e Riccardo Sindoca, direttore generale e vicedirettore del Dssa, Dipartimento studi antiterrorismo. Che cosa si nasconde dietro a questa sigla?

Nel 2005 la Digos genovese al termine di un'indagine di qualche mese aveva pensato di trovarsi davanti ad una nuova Gladio. Poi, dopo i primi arresti e la prosecuzione dell'inchiesta coordinata dal pm Francesca Nanni, la "polizia parallela" costituita da Saya si è dimostrata molto più casareccia del previsto anche se i protagonisti di questa vicenda, compresa Maria Antonietta Cannizzaro, continuano a prendersi molto sul serio: «Della Dssa - ha ribadito lei ieri - si è servito anche un primo ministro». Comunque sia Sindoca ed altri 19 affiliati sono stati rinviati a giudizio per associazione a delinquere finalizzata a usurpazione di funzioni e, a vario titolo, rivelazioni di segreti di ufficio e illecito uso di dati riservati in violazione della legge 121 del 1981.

«Storia vecchia quella. Il pm Nanni ha già detto che questo fascicolo non andrà da nessuna parte» sospira Cannizzaro circondata da alcuni dei «2000 iscritti che già abbiamo in Liguria». Così la moglie di Saya - che guarda caso è anche "rifondatore" del partito Msi-Destra Nazionale (la fiamma tricolore è la stessa del vecchio e vero Msi, ma il nero è talmente sbiadito da sembrare intristito) - ora si prepara a sbarcare nella politica regionale ligure. Il partito si è già dotato di un coordinatore regionale, Rodolfo Gaeta - ieri anche lui in camicia kaki e cravatta nera - e di una struttura con tanto di militanti in divisa. Prima tappa, le elezioni regionali liguri, nel prossimo marzo. «Sì, certo che ci presenteremo. Faremo una lista di appoggio al PdL. Noi siamo tutti per il centrodestra, per Silvio Berlusconi» spiega lei. E Gianfranco Fini, che in fondo è stato il delfino di Giorgio Almirante, il primo fondatore del Movimento sociale? «No, con lui mai, è un traditore».Poi, sempre più convinta: «Saremo al fianco di Sandro Biasotti, ne abbiamo già parlato con lui». Il fatto è che Sandro Biasotti, candidato del centrodestra per la presidenza della Regione Liguria, usa per definire Maria Antonietta Cannizzaro lo stesso appellativo che durante gli anni dell'inchiesta è stato usato per definire Gaetano Saya: «Quella donna è una millantatrice. Non la conosco, non l'ho mai incontrata e non faremo nessuna alleanza con loro».AL. COST.
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CHI è GAETANO SAYA?

Gaetano Saya nasce a Messina nel 1956. Suo nonno, Matteo Francesco Gesuino, aveva partecipato alla marcia su Roma.

Nel 1970, all’età di appena 14 anni, partecipa ai moti fascisti di Reggio Calabria. Nella sua biografia ufficiale inserita sul sito di Destra Nazionale si può leggere: «a diciotto anni si arruola nel disciolto Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, dopo l'addestramento e una breve permanenza, viene ingaggiato dai Servizi Segreti della N.A.T.O., esperto in ISPEG(Informazioni, Sabotaggio, Propaganda e Guerriglia), controspionaggio e antiterrorismo».

Cooptato nel 1975 dal Generale Giuseppe Santovito, allora Capo del SISMI, viene iniziato in una Loggia Massonica riservata; da Apprendista di primo grado in breve diviene Maestro Venerabile della Loggia «Divulgazione 1» a carattere internazionale.

Nel 1997, sempre secondo il sito, «si congeda ai massimi livelli. Nel Novembre dello stesso anno viene citato come principale teste d'accusa della Procura della Repubblica di Palermo nel processo contro Giulio Andreotti. Gaetano Saya accusa Andreotti di essere il mandante dell'omicidio del Generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa. Questa versione dei fatti gli era stata rivelata dal Generale ed amico fraterno Giuseppe Santovito, uomo coinvolto nei misteri.
Congedatosi dai Servizi, e messosi in sonno massonico, decide insieme ad un gruppo di provata fedeltà di dar vita al movimento politico, voluto da Almirante e poi soppresso, «Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale». Laureato in Legge e Scienze Politiche, Cavaliere dell'Ordre International de la Paix. Il primo Dicembre 2002 in Milano è stato nominato Presidente onorario dell' Unfp (Unione Nazionale Forzedi Polizia), il primo sindacato di Polizia.

Di recente ha assunto la Direzione Generale dell'Ente denominato: Dipartimento Studi Strategici Antiterrorismo - Interforze di Polizia in funzione Antiterrorismo Islamico.

Il Dssa è nato subito dopo gli attentati di Atocha, ha scopi di intelligence operativa ed è legato da un filo sottile alla Cia. La sigla significa Dipartimento Studi Strategici Antiterrorismo, è un gruppo internazionale con alla guida Gaetano Saya e Riccardo Sindoca, dai quali dipendono un numero imprecisato di persone che provengono da Italia , America ,Spagna, Francia, Germania, Pakistan, Russia e Israele. La sede legale è l'Italia mentre quelle operative non vengono svelate.

Rinviato a giudizio nel 2004 per aver diffuso "idee fondate sulla superiorità e l'odio razziale", lo stesso che qualche anno fa parlò degli immigrati come "un pericolo per la nostra razza".

Nel 2005 Gaetano Saya viene arrestato dalla Digos di Genova con l’accusa di essere a capo di una presunta organizzazione di servizi segreti paralleli in contatto con CIA e Mossad, la quale avrebbe anche reclutato per l’Iraq Fabrizio Quattrocchi.

venerdì 18 dicembre 2009

RAZZISMO DI STATO AL SERVIZIO DI PADRONI E CAMORRA

Il 12 novembre, con un dispiegamento spaventoso di forze dell’ordine, è stato sgomberato il ghetto di San Nicola Varco (a pochi Km da Eboli).

Un enorme insediamento nell’ex mercato ortofrutticolo mai completato, fatto di baracche che riparano appena dalla pioggia e dal sole, nel bel mezzo di campi e serre di proprietà delle grandi multinazionali agroalimentari. Ci vivevano un migliaio di giovani immigrati marocchini arrivati con il visto d’ingresso e diventati clandestini perché quelle aziende, a cui avevano pagato (tramite i caporali) fino a 6000 euro per essere regolarmente chiamati a lavorare in Italia, non li assumono. Una truffa che riguarda Potenza, l'Aquila, Venezia, Pordenone, Foggia, e tutto il territorio nazionale, in mano a “predatori” ben identificabili. Nessun contratto, quindi, nessun permesso di soggiorno.
Per la Bossi-Fini e per il recente Pacchetto sicurezza sono clandestini, costretti a nascondersi per evitare l’espulsione o la galera e a subire senza fiatare non solo il lavoro nero ma qualsiasi ricatto. Per padroni e padroncini è una vera manna. Questi nuovi schiavi lavorano oltre le 12 ore per appena 25 euro al giorno (3 di questi euro vanno ai caporali). Senza questa manodopera, senza il loro sfruttamento, l’agroindustria del Sele si fermerebbe. Per oltre 10 anni questi immigrati hanno vissuto in quest’inferno di lamiere senza che nessuno –istituzioni o aziende- si sia preoccupato delle “condizioni sanitarie e di tutela della salute” che oggi vengono utilizzate a giustificazione dello sgombero. In realtà delle condizioni di vita di questi immigrati continua a non importare niente a nessuno come dimostra il fatto che nessuna soluzione alternativa è stata offerta a questi lavoratori.

Dietro lo sgombero si nascondono ben altri interessi: non solo la realizzazione, proprio su quel terreno, di un nuovo polo agroalimentare che vedrà finanziamenti per milioni di euro, ma anche uno dei più grandi Outlet commerciali del Mezzogiorno, il “Cilento Village”. Un investimento immobiliare da oltre 80 milioni di euro dietro il quale, secondo notizie di stampa, ci sarebbero nomi già noti alla magistratura perchè strettamente legati ai clan camorristici facenti capo agli ex. Galasso ed Alfieri. Lo avevamo già visto a Pianura con l’incendio dei campi rom che avevano la sfortuna di trovarsi su terreni oggetto di speculazione edilizia, lo stiamo vedendo ogni giorno a Milano con la cacciata di rom e di immigrati dai luoghi interessati alle grandi opere dell’EXPO 2015.

Ovunque, la parola d’ordine è che i nuovi schiavi non devono intralciare il normale corso del profitto. Vanno allontanati, dispersi, deportati, resi invisibili non solo quando è necessario a proseguire indisturbati i propri affari ma soprattutto per aumentarne la ricattabilità e la subordinazione.
Non è un caso che proprio a San Nicola lo sgombero sia stato annunciato con largo anticipo. Si voleva prendere due piccioni con una fava. Si voleva che la massa degli immigrati irregolari si allontanasse dalle baracche ma rimanesse sul territorio. Cosa avrebbero fatto le aziende della piana del Sele se tutta quella manodopera fosse stata espulsa o inviata nei CIE? Chi avrebbe garantito i raccolti di questo periodo? Dispersi nelle campagne, senza alcun riparo, spaventati dalle continue retate delle forze del (dis)ordine, centinaia di immigrati sono ancora più di prima alla mercè dei caporali e dei padroni.
E’ questa la logica delle cosiddette politiche di sicurezza e di lotta alla immigrazione clandestina.

Con il “Pacchetto sicurezza” e l’introduzione del reato di clandestinità varato dal governo Berlusconi, si è voluto dare un ulteriore giro di vite per rendere ancora più dura la vita agli immigrati, in modo da poterli sfruttare più di quanto non sia stato fatto fino ad oggi. Questo governo insieme alla cosiddetta opposizione, artefice con suoi governi nazionali e locali di altrettante leggi xenofobe, saranno responsabili dei tanti immigrati che nelle campagne di San Nicola non ce la faranno così come sono responsabili dei tanti migranti morti nelle acque del Mediterraneo o in quei veri campi di concentramento chiamati CIE (ex CPT) dove se non si muore si viene privati di ogni diritto, si viene picchiati, umiliati e, se donne, stuprate.

Siamo ormai di fronte al più bieco razzismo di Stato. La vergognosa sentenza contro la ragazzina rom accusata di rapimento di un bambino a Ponticelli senza altra prova se non la contraddittoria e inverosimile testimonianza della madre del neonato, è la dimostrazione che da questo razzismo non si salva nessuna delle sue istituzioni. Dopo aver violato tutti i diritti della giovane rom in fase processuale, i giudici d’appello hanno confermato la condanna e respinto la concessione di misure alternative alla carcerazione con l’ignobile e razzista motivazione che l’appartenenza all’etnia rom non solo è sinonimo di reato ma comporta un evidente pericolo di recidiva.

Non possiamo più essere indifferenti. Il destino degli immigrati ci riguarda direttamente.
La loro subordinazione serve non solo ad ingrassare i profitti con il loro sfruttamento ma per usare questa manodopera ricattabile contro il lavoratori ed i disoccupati italiani per meglio ricattare e flessibilizzare anche loro.
Perciò respingere la campagne anti-immigrati del governo e dei mass media, combattere il razzismo significa lottare per tutti/e i lavoratori, i precari, i disoccupati, senza distinzioni!
Quanto più forti ed organizzati saranno loro, tanto più forti saremo noi!

Rete Anticapitalista Campana

mercoledì 16 dicembre 2009

Napoli:nuova aggressione fascista

Nella serata di ieri si è consumata un'altra aggressione ai danni di un ragazzo (G. D.). Anche qui "sospettato" dagli aggressori per il suo look e, dalle frasi riferite, per aver partecipato alle manifestazioni pubbliche antifasciste. Due neo-fascisti in motorino si sono avvicinati nei pressi della pizzeria Marchese a Materdei e prima uno e poi l'altro l'hanno aggredito violentemente. Per fortuna è riuscito a tenere testa agli aggressori finchè sono intervenute le persone della pizzeria. Ma ha rimediato comunque un colpo ad un occhio!


Ancora un aggressione notturna e vigliacca di chi non ha il consenso e i numeri per fare iniziative pubbliche, ma cerca di tenere in ostaggio un quartiere con le proprie modalità. Tutto questo non è accettabile!

Mentre ci è giunta notizia che anche un ragazzo dello Sri Lanka, che lavora in un'altra pizzeria, sarebbe stato malmenato durante il volantinaggio dei neofascisti di una settimana fà...

Tutto questo non può in nessun modo fermarci. Continueremo a denunciare queste presenze nel quartiere, mentre il comitato degli abitanti nel fine settimana terrà nuove iniziative pubbliche per l'apertura di un asilo pubblico nell'ex-convento e per la restituzione della scuola Skipa ai progetti sociali che vi erano stati avviati prima dello sgombero.
Contro ogni razzismo, contro ogni neo-fascismo. Oggi più che mai!

Rete napoletana contro il neofascismo, il razzismo e il sessismo

martedì 15 dicembre 2009

Protesta Governo incontra



Riuscito il presidio di protesta organizzato dal movimento dei precari della scuola insieme al sindacalismo di base di Salerno (Cobas - RdB - SdL) in occasione del convegno “Governoincontra”. Al presidio è intervenuta anche una delegazione dei precari dei Vigili del Fuoco. Il presidio ha contestato per oltre 3 ore i ministri riuniti al teatro Augusteo di Salerno che rappresentano il peggiore governo italiano di sempre! Centinaia di lavoratori pubblici e privati, disoccupati, precari e studenti sono passati al presidio per urlare il loro dissenso alle politiche economiche e sociali del governo Berlusconi. Il presidio ha manifestato la solidarietà a tutti i lavoratori che sono in lotta per il loro posto di lavoro in tutt’Italia e tra questi ai precari della ricerca che a Roma sono alla ventunesima notte passata sul tetto dell’istituto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale).Unire le lotte per non pagare la crisi, questo l’obiettivo dei lavoratori che continueranno ad organizzarsi per imporre al governo una sterzata a 180° delle sue politiche a cominciare dal ritiro dei tagli economici ed occupazionali nella Pubblica Amministrazione in settori strategici come Scuola, Giustizia, Sanità , Università  e Ricerca. Cobas, RdB e SDL stigmatizzano il vergognoso atteggiamento provocatorio di Sergio Vessicchio (opinionista locale di calcio) che ha rivolto al presidio il “saluto romano” che oltre ad essere inaccettabile, come palese gesto politico va represso in quanto reato di apologia di fascismo.
dal  quotidiano on line "dentro Salerno"

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