lunedì 25 gennaio 2010

Pestaggi ai "rossi" baresi: associazione a delinquere per 12 neofascisti di F.N.

Pestaggi ai "rossi" baresi: associazione a delinquere per 12 neofascisti di F.N.
BARI - Dodici componenti del gruppo barese di «Forza Nuova» il movimento politico della destra antagonista, fondato nel 1997 che dal 2008 è presente con proprie sedi in tutte le regioni d’Italia, sono stati condannati dal Tribunale di Bari per essersi riuniti fra loro e aver costituito una associazione a delinquere allo scopo di compiere una serie di azioni squadristiche, spedizioni punitive, danneggiamenti materiali e aggressioni verbali ai danni di esponenti di organismi politici e sociali collegati all’area ideologica della sinistra. I fatti contestati al gruppo (ovvero quattro brutali aggressioni ai danni degli attivisti del centro sociale «Coppola Rossa» di Adelfia; il danneggiamento dell’auto di uno di loro e di un locale di pertinenza del centro sociale; le minacce rivolte al professore universitario Luciano Canfora attraverso una serie di scritte sui muri «Canfora brucerai come Stalin», «Canfora Boia»; infine l’irruzione antiabortista all’interno della casa di cura «Santa Maria») risalgono ad un periodo compreso tra il novembre del 2001 e il mese di febbraio del 2004.

Nel registro degli indagati i sostituti procuratori Lorenzo Nicastro e Roberto Rossi titolari della inchiesta hanno iscritto sedici persone. Due hanno chiesto ed ottenuto nel corso del processo il patteggiamento, una terza Nicola Vittorio di 34 anni, di Altamura è stato assolto.

Per dodici degli indagati (compreso Vittorio) relativamente ai reati contestati di detenzione di oggetti atti ad offendere (mazze, bastoni, catene, fibie), aggressione ad alcuni attacchini del centro sociale «Coppola Rossa» e irruzione nella casa di cura «Santa Maria» i giudici hanno dichiarato i reati estinti a seguito di prescrizione. Si tratta della prima sentenza in Italia che condanna un gruppo locale del movimento politico «Forza Nuova». Altre inchieste a Treviso, Verona, Roma, Torino , Reggio Calabria chiamano in causa, coinvolgono presunti militanti della organizzazione della destra antagonista ma l’inchiesta della Procura di Bari è la prima ad arrivare a giudizio.

Gli imputati furono arrestati dai carabinieri del Ros, al comando del tenente colonnello Domenico Ruscigno il 14 aprile del 2004 al termine di una inchiesta che per ammissione degli stessi inquirenti avrebbe avuto bisogno di «ulteriori acquisizioni investigative». C’era bisogno di tempo ma - come emerge dagli atti della inchiesta - in quell’angoscioso mese di aprile di cinque anni fa a Bari «il concreto pericolo per la vita e l’incolumità fisica delle vittime delle violenze» scatenate secondo l’accusa dai militanti della cellula barese di «Forza Nuova» indusse gli inquirenti ad accelerare i tempi chiedendo subito le misure cautelari «per i reati associativi e gli altri reati-fine per i quali le responsabilità individuali apparivano concretamente definite».

Ai frequentatori del centro sociale «Coppola Rossa» vittime dei pestaggi documentati che si sono costituiti parte civile i giudici hanno riconosciuto il risarcimento dei danni.

Le pene più alte riguardano Gaetano Campidoglio di 35 anni e Sergio Pizzi di 34, condannati a 4 anni e 4 mesi. Insieme con Nicola De Tullio di 38 anni, condannato a 2 anni e 4 mesi di reclusione e Massimo Lananna, 30, condannato a tre anni sono ritenuti i promotori del sodalizio. La scure dei giudici si è abbattuta su Paolo Alba, 36 anni, condannato a 2 anni e 7 mesi di reclusione; Vito Nicola Cantacessi, 35, 2 anni e 10 mesi; Francesco De Rosalia, 32, 3 anni; Cosimo Dambra, 27, 2 anni e 6 mesi; Fabrizio Fiorito, 25 anni, condannato a 2 anni e 6 mesi; Tommaso Signorile, 26, 1 anno; Giovanni Ventrella, 33, 3 anni; Giacomo Vitucci, 33, 2 anni e 6 mesi.

È stato infine assolto dall’accusa di favoreggiamento il viceispettore di polizia Francesco Tiani, comunque condannato a 9 mesi per violazione del segreto di ufficio, pena peraltro sospesa. Parte delle pene (nel limite di tre anni) è stata condonata.

di LUCA NATILE


Le intercettazioni: «A uno di loro, gli ho spaccato il crick in testa»

BARI - Nella notte tra il 6 e il 7 giugno del 2003 il gruppo di «Forza Nuova» organizza una spedizione punitiva. Vittime designate due attivisti del centro sociale di Adelfia. Alle 3.34 Cosimo Dambra telefona a Massimo Lananna e lo informa che lui ed altri stanno inseguendo le due vittime prescelte.

Massimo: «Dove state ?»
Cosimo: «Davanti la casa di Luca... davanti la casa di Luca... dai veloce... oh! sono a piedi... dai.. sono a piedi, li stanno inseguendo...».
Massimo: «Dove? Dove?».
Cosimo: «Vicino a casa di Luca! Due, sì due...».
Massimo: «Sotto casa di Luca? Veloce...».
I componenti della squadraccia si danno voce tra di loro. Vito Cantacessi chiama Sergio Pizzi e gli comunica la posizione dei due giovani inseguiti.
Vito: «Lungomare verso "Pane e Pomodoro"».
Sergio: «Si sto arrivando, quello sta andando a Triggiano...».
Vito: «Vieni vieni vieni...! Lungomare...».
Nella successiva conversazione Massimo Lananna contatta Sergio Pizzi al quale riferisce di trovarsi all’altezza di Torre Quetta.
Massimo: «Sergio?».
Sergio: «Oh, dove state?».
Massimo: «Altezza Torre Quetta, stiamo proseguendo, li stiamo inseguendo, se ne sono accorti mi sa... Veloci, ragazzi!».
Sergio: «Io sto dietro di voi, allora dai!».
Poco dopo la conversazione riprende più concitata.
Massimo: «Sergio! Sergio! Noi siamo arrivati, un altro po’, a Torre a Mare!».
Sergio: «Cercate di fermarlo perché io sto arrivando da dietro, io sto dietro di voi!».
L’inseguimento prosegue.
Massimo: «Sergio!».
Sergio: «Allora, senti Massimo, mi avete rotto il cazzo! Se non avete il cazzo di coraggio di fermarlo...».
Massimo: «L'abbiamo fermato Sergio, ci stavano a buttare all’aria, oh! Ci stavano buttando all’aria!».
Alla fine viene consumato il pestaggio. Sergio Pizzi alcune ore dopo ne parla con l’amico Antonello.
Antonello: «Oh? Sergio dimmi...».
Sergio: «Allora vedi che stanotte è successo, a Triggiano. A uno di loro, gli ho spaccato il crick in testa... si chiama "Belfast"....è andato in ospedale e l'altro, qualche lesione così e anche uno dei nostri, cioè si è messo quattro punti in testa Fabrizietto».

NO ALLA PROTEZIONE CIVILE S.p.A.

Questo l’appello letto e presentato all’assemblea “Protezione SpA” svolta a L’Aquila.
C’è poco tempo per impedire la privatizzazione delle emergenze; per impedire che il governo porti a compimento l’opera di snaturamento di uno strumento fondamentale, in un Paese a rischio come il nostro: la Protezione Civile. Con l’obiettivo di governare il territorio, fuori da ogni controllo democratico, sfruttando le emergenze.
Il decreto legge del 30 dicembre 2009 stabilisce la costituzione della Protezione Civile Servizi S.p.A. Si afferma che ciò viene fatto per “garantire un risparmio di tempi e risorse negli interventi del Dipartimento”. In verità, si costituisce una società di diritto privato ma a capitale interamente pubblico, che può agire da general contractor, detenere immobili, produrre utili, dirigere lavori: si privatizza, così, la gestione delle emergenze e quella dei grandi eventi. Introducendo gravi elementi di discrezionalità nella gestione di ricchi appalti. Sottraendo al Parlamento, alla rete del volontariato, alle organizzazioni dei lavoratori, agli enti locali il controllo sulle azioni della Protezione Civile. Il soccorso diventa un business direttamente gestito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Nello stesso decreto, inoltre, si procede ad assunzioni di dirigenti fidati con i fondi destinati ai cittadini aquilani e Vigili del fuoco dal decreto Abruzzo. Si decide l’acquisto dell’inceneritore di Acerra, pagando coi soldi dei cittadini un’impresa che ha gravemente contribuito all’emergenza rifiuti campana. Lasciando intatte tutte le deroghe ai codici ambientali, che permettono di realizzare discariche non a norma e di bruciare il “tal quale”.
In questi anni la Protezione Civile ha dismesso il suo ruolo originario. Ha tralasciato la previsione e prevenzione degli eventi calamitosi, lo dimostrano le numerose alluvioni e frane di quest’anno (Messina, Pisa, Liguria, Ischia). Ha gestito appalti per centinaia di milioni di euro per i grandi eventi (G8 from La Maddalena to L’Aquila, Mondiali di nuoto di Roma, giochi del Mediterraneo di Pescara). Ha permesso a sindaci e presidenti di regione di gestire il territorio con poteri commissariali, sottratti al controllo degli organi elettivi. Ha affrontato con strumenti militari, e in spregio a tutte le norme riguardanti ambiente e salute, l’emergenza rifiuti in Campania, contribuendo all’avvelenamento del territorio. Ha imposto a L’Aquila una gestione centralizzata e militarizzata dell’emergenza, lasciando, ancora oggi, 9mila sfollati negli alberghi sulla costa e imponendo il Piano C.A.S.E., che produrrà gravi danni all’assetto urbanistico e al tessuto sociale della città. Oggi la Protezione Civile sbarca ad Haiti, allo scopo di procurare appalti per la nuova S.p.A. e di conquistare un ruolo nel conflitto tra potenze mondiali giocato sulla pelle dei terremotati.
Contemporaneamente, con ordinanza di Protezione Civile, si decide di gestire l’emergenza carceri prevedendo la costruzione di ulteriori 27 strutture detentive sul “modello L’Aquila”.
Temiamo che con questi strumenti domani si potranno gestire le grandi inutili opere volute dal governo o la costruzione di centrali nucleari.
Non è questa la Protezione Civile che ci serve. Per questo vogliamo lanciare una grande campagna nazionale, coinvolgendo partiti, sindacati, associazioni, la rete del volontariato, enti locali e comitati dei cittadini. Per impedire che la Protezione Civile si trasformi in S.p.A. e per trasformare la Protezione Civile in uno strumento democratico di autoprotezione, utile a sostenere l’unica grande opera di cui il Paese ha bisogno: la messa in sicurezza del territorio.

Per adesioni: noallaprotezionecivilespa@gmail.com

Polverini, saluti romani e nostalgia

ROMA - T-shirt nera, mento all'insù e braccio teso. Il cinema Gregory, a due passi da San Pietro, è gremito per la convention elettorale di Storace a sostegno di Renata Polverini candidata alla presidenza della Regione Lazio. Quando arriva l'ospite d'onore, donna Assunta Almirante, vedova del fondatore del Movimento sociale, sembra quasi un tuffo nel passato. A fare il saluto romano un gruppetto di militanti, che si alzano in piedi al grido: "Giorgio, Giorgio".
Pochi, al punto che Beatrice Lorenzin, portavoce del comitato Polverini, può commentare: "Saluti romani? Non li ho visti. Questa è la Destra di Storace, che ha già fatto un'operazione all'interno della sua lista" (il riferimento è alla lettera con cui Adriano Tilgher, tra i fondatori di Avanguardia nazionale e responsabile per il programma della Destra, ha annunciato la decisione di non candidarsi). Insomma: "Siamo alleati. Piuttosto, andate a chiedere a Tinto Brass come pensa di rappresentare il "lato B" della regione". Ma non basta a placare la bufera sulla Polverini, che ha definito donna Assunta "straordinaria". Per il segretario del Pd laziale Alessandro Mazzoli, quei saluti sono "gesti brutti, preoccupanti, che confermano il sostegno alla Polverini di certi ambienti". "Sulla scia di Alemanno, la segretaria Ugl ha radunato l'estrema destra, una compagnia poco raccomandabile", aggiunge Riccardo Milana, coordinatore del Pd romano. Da ieri lo è anche della campagna elettorale di Emma Bonino, ma la sua nomina ha già scatenato una guerra interna fra le correnti del partito.
«Sei uno de’ noi», grida Storace a Vincenzo Piso, oggi coordinatore Pdl ma ai bei tempi andati degli anni Settanta «riferimento della destra giovanile romana», come un po’ pudicamente recita on line la sua biografia ufficiale. In prima fila c’è Teodoro Buontempo detto er pecora, campione della destra sociale, ieri in versione anti-palazzinara ma ben seduto accanto a Giuseppe Ciarrapico. «Noi siamo dei costruttori», dirà poco dopo Francesco Storace e, poiché il senso dello humor non gli difetta, subito dopo saluta dal palco il Ciarra, palazzinaro editore per tutte le stagioni. C’è, soprattutto, donna Assunta, reduce da una pizza con i ragazzi della “Gioventù italiana”, encomiati per un bliz nelle strade romane per affiggere targhe dedicate a “via Giorgio Almirante”. Sono molto ringraziati i “giovani italiani” ma non c’era una gran presenza giovanile in sala, piuttosto affollata dal ceto politico attratto dallo slogan della Destra di Francesco Storace: la riconquista. «Mica perché siamo attaccati al potere, ma per il popolo». E i pochi giovani con le teste rasate alle parole dell’inno d’Italia «siam pronti alla morte» non resistono e alzano il braccio nel saluto romano.
Si è trovata a casa, ieri, al cinema Gregory, Renata Polverini, fra vecchi ex camerati uniti dai ricordi e dalla presenza di donna Assunta. Altro che giacca rossa: «Il rosso c’è anche nel tricolore del vostro vessillo», dice togliendosela e infilando sul decolté la maglietta del Santa Lucia.
Vecchi ex camerati e vecchia aria omofoba, con qualche caduta di stile: «Basta buco della sanità - arringa il commissario romano de la Destra Roberto Buonasorte - e a proposito di buco potrei essere volgare ma non è il caso...». Si sente spiritoso anche Piso: «Ereditiamo una regione in trans/sizione». Francesco, inteso come Storace, è l’uomo del destino per la platea del Gregory. «Francesco ha mostrato amore e dedizione per il Lazio» e sarà capolista a Roma, Rieti, Viterbo, non nella natìa Frosinone dove ci sarà Antonio Abbate. Il culto della personalità compre anche la politica della sanità della giunta Storace: tre assessori inquisiti insieme all’ex capo di gabinetto. Giulio Gargano, che patteggiò la condanna a quattro anni e quattro mesi nell’ambito dell’inchiesta “lady Asl”. Di Giorgio Simeoni, inquisito anche per i corsi di formazione, “lady Asl”, al secolo Anna Iannuzzi, fa questo ritratto: «È uno dei più grandi affamati di denaro della storia. Dunque lui si presenta, è uno che si inchina, ti fa il baciamano e poi ti chiede soldi come se fossi una slot machine». Agli arresti domiciliari finì anche Marco Verzaschi (Udeur), anche lui per la corruzione nella sanità targata Storace. Fu inquisito, però, quando era transitato come sottosegretario alla Difesa nel governo di centro sinistra. Nelle maglie della giustizia rimase impigliato anche Marco Buttarelli, ex capo di gabinetto. E per quanto riguarda il buco, che loro negano, di aver lasciato in eredità al centrosinistra, c’è la certificazione del ministero dell’economia: 10 miliardi di euro.

da: Indymedia Roma

La mamma di Marcello Lonzi: Marcello come Stefano Cucchi. Il diario clinico, arrivato in cella già pestato

Sarebbe stato il suo stesso cuore malato ad ammazzare Marcello Lonzi alle Sughere di Livorno. E i buchi in testa se li sarebbe procurati cadendo su un secchio o su un termosifone. E le otto costole rotte e le ecchimosi sulla schiena gliele avrebbe procurati la foga dei soccorsi. Sette anni e mezzo dopo, la perizia finale sulla morte del detenuto ventinovenne, sembrerebbe annunciare un'archiviazione su cui il gip dovrebbe pronunciarsi entro pochi giorni. E allora si capisce perché il pm non l'aveva consegnata al legale di Maria Ciuffi prima della manifestazione dello scorso 16 gennaio a Livorno.Maria è la madre di Lonzi, arrestato nel marzo del 2003, condannato a nove mesi per tentato furto. Ucciso dalla galera alle Sughere di Livorno nel luglio del 2003.«Ma davvero è morto in quella cella?», continua a chiedersi Maria Ciuffi, da quando i Ris di Roma, la scientifica dei carabinieri, le hanno esclusola presenza di una sola goccia di sangue. Le celle dell'isolamento delle Sughere sarebbero restate fuori dalle indagini. L'ultima perizia sembra una pietra tombale sulla battaglia di verità e giustizia ma il diario clinico, allegato alla documentazione della perizia, rivela che, giunto il 3 marzo 2003 Lonzi «riferisce percosse, plurime escoriazioni e lividi a cosce e gambe... dolore all' emitorace, si necessita radiografia (l'avrà poi fatta?, ndr), si trascina sulla gamba destra perché la sinistra riferisce che è contusa».«In sette anni è la prima volta che viene fuori. E' la prima volta che lo leggo... Sembra il caso Cucchi», dice ancora la signora Lonzi che ora ha sporto denuncia per sapere se davvero suo figlio sia stato pestato dalla polizia al momento dell'arresto.
Checchino Antonini
da:Osservatorio sulla repressione

Come affidare un bene comune (l'acqua) a una società per azioni e poi privatizzarlo facendo finta di niente.

Cinque anni di Abbanoa e le responsabilità della politica
L'analisi de IlMinuto
(IlMinuto) – Cagliari, 23 gennaio - "La Regione non intende andare ad una forma di privatizzazione spinta". Non sono state rassicuranti come avrebbero voluto essere le parole in puro "politichese" dell'assessore regionale della Programmazione, Giorgio La Spisa, al termine di un incontro con i rappresentanti sindacali e di Abbanoa a fine dicembre. Ciò che s'intende privatizzare - secondo quanto previsto dal decreto 135 del 2009 - è infatti la gestione del servizio idrico regionale, dell'acqua. Una risorsa che la risoluzione del 15 marzo 2006 del Parlamento europeo aveva dichiarato "bene comune dell'umanità" e "diritto fondamentale della persona umana".Eppure il segretario della Cgil sarda, Enzo Costa, contrario alla privatizzazione, ha giudicato "positivi gli impegni presi su Abbanoa da Cappellacci" nel corso dell'incontro di fine anno con la Giunta e l'azienda. E, nella contrarietà alla privatizzazione, il comitato direttivo regionale della Cgil aveva però respinto un ordine del giorno presentato nel novembre 2009 dalla Fiom, dalla Funzione pubblica e dalla Flc per una ripubblicizzazione senza compromessi. Il testo chiedeva "di procedere con urgenza alla soppressione e alla trasformazione della società per azioni Abbanoa in un ente di diritto pubblico interamente della Regione, attraverso la costituzione dell'Agenzia regionale dell'Acqua pubblica".In Sardegna il carattere giuridico di
Abbanoa - Spa, di proprietà pubblica, creata dalla maggioranza di centrosinistra guidata da Renato Soru in adempimento alla legge "Galli" del 1994 - favorisce l'ingresso dei privati nella gestione dell'acqua. La società - contestatissima in questi anni dai sindaci cosiddetti "ribelli", dai cittadini e dai lavoratori precari del settore - è infatti un soggetto di diritto privato sottoposto alle leggi di mercato. Ed è qui che sta la principale responsabilità del centrosinistra: la legge Galli imponeva di riorganizzare il servizio idrico in ambiti territoriali "ottimali", ma non prescriveva in alcun modo di affidare la gestione dell'acqua ad una società per azioni.I rischi di "privatizzazione facile" legati alla nascita di Abbanoa erano stati denunciati da più parti già diversi anni fa. "La creazione di una Spa - si poteva ad esempio leggere in un documento di minoranza presentato al congresso straordinario del Prc alla fine del 2006 - che governa tutto il sistema idrico della Regione, seppure attualmente completamente pubblica, mantiene intatto il rischio di privatizzazione della risorsa acqua".Infatti, tre anni dopo, la privatizzazione dell'acqua e della sua gestione è quasi realtà, prescritta dal decreto legislativo 135 del 2009, che fa del servizio idrico un "servizio pubblico locale di rilevanza economica". Ora, le stesse forze che avevano dato il via libera ad Abbanoa in Consiglio regionale, cercano di correre ai ripari. A fine novembre i consiglieri del centrosinistra in via Roma hanno presentato una mozione con l'obiettivo di sbarrare la strada alla privatizzazione.Nonostante l'oscuramento mediatico, l'opposizione al decreto Ronchi cresce e si diffonde: il Forum italiano dei movimenti per l'acqua ha lanciato in tutto il paese la campagna "L'acqua è del sindaco (e di tutti i cittadini). Vota la modifica dello Statuto comunale per mantenerla pubblica!". Il Medio Campidano si è già pronunciato. All'inizio del 2010 il Consiglio provinciale ha infatti approvato un ordine del giorno per chiedere al Governo nazionale "di cancellare la privatizzazione dell'acqua".

Per saperne di più:

Onorare gli immigrati

Filosofia Democrazia Razzismo

di Pierandrea Amato, Gianfranco Borrelli, Giuseppe Antonio Di Marco, Bruno Moroncini, Maurizio Zanardi

La rivolta di Rosarno e la risposta data dal governo portano alla luce, una luce cruda e violenta, una realtà con cui conviviamo da tempo in Italia, ma che ci rifiutiamo di guardare e affrontare democraticamente. Democrazia è oggi una parola logora, ridotta al computo dei risultati elettorali o dei sondaggi, indebolita al punto tale da esistere quasi solo come un rito elettorale in cui non si sceglie nulla, se non di non di essere contati per non contare quasi nulla. Ma proprio la lotta per l’emancipazione degli immigrati può ridare un senso profondo e un avvenire non miserabile alla cosa che chiamiamo “democrazia”. Forse, proprio gli immigrati, quelli che non contano nulla, che non sono contati da nessun risultato elettorale, e quindi non fanno parte del “gioco” democratico, possono ricordarci e già ci ricordano con la loro ribellione di fronte all’intollerabile che cosa può significare democrazia.
La nuova schiavitù e il razzismo di Stato – ben più micidiale del già micidiale razzismo “privato”, che giunge ormai ad armarsi – sono nudi di fronte a noi. Non solo: è evidente che sugli immigrati si esercita, senza nessun freno, nessuna maschera, in tutta la sua brutalità, una politica che in realtà vale, nascosta da qualche ipocrisia in più, per tutti quei soggetti che non si rassegnano ad accettare dominio e ingiustizia. Su chi viene considerato non-uomo, e quindi indegno di ottenere anche solo uno straccio di motivazione per i provvedimenti che si prendono nei suoi confronti, quella politica appare in tutta la sua verità. La celerità degli sgomberi e delle espulsioni dei “neri” è la risposta al fatto, inaccettabile non solo per chi ci governa ma per gran parte delle forze politiche della cosiddetta opposizione, che gli schiavi hanno osato reagire e ribellarsi alle violenze subite quotidianamente. In verità, c’è da meravigliarsi che non lo abbiano fatto prima. C’è da meravigliarsi che non lo facciano ogni giorno. E se non ci si stupisce della loro capacità di sopportazione è perché li si considera naturalmente disposti a essere dominati e trattati come cose, anzi senza neanche il riguardo che si ha per le cose. Se manifestano la loro umanità di fronte all’inaccettabile, se decidono di “esistere” nei modi che consente loro una situazione di vita al limite della sopravvivenza, ecco alzarsi cori d’indignazione ed ecumenici ripudi della violenza da qualsiasi parte essa provenga. Ma mettere sullo stesso piano qualsiasi violenza non aiuta a capire nulla della realtà delle situazioni e finisce sempre per favorire la violenza degli sfruttatori o dei criminali, di chi esercita un dominio.
Che cosa ha fatto, in fondo, l’intervento dello stato se non realizzare i desideri della criminalità organizzata e degli sfruttatori: allontanare i neri che non obbedivano? Chiedere a chi è trattato come non-uomo – vessato da una violenza quotidiana al di là dell’immaginabile – di agire con buona forma ed “educazione”, non solo è un vero e proprio esercizio di idiozia piccolo-borghese, in cui si esercitano mediocri politici, giornalisti e opinionisti, ma anche la dimostrazione che si è disposti a sopportare solo gli immigrati deboli, che suscitano pietà, che dipendono da noi. Ma se solo quegli immigrati dimostrano forza, si presentano come soggetti che non attendono la nostra compassione, ecco l’accusa d’ingratitudine, ossia la colpa di “esistere”. Siamo in un tempo che non ama chi tenta di diventare un soggetto. Si amano le vittime, mute e disperate, remissive, così che si possa parlare al loro posto.
Dopo la strage di Castelvolturno non sì è forse avuto un moto di condanna nei confronti della dura contestazione degl’immigrati e non si è cercato di dimostrare che in fondo si trattava di un regolamento di conti interno alla criminalità, e cioè che quegli immigrati in qualche modo la morte se l’erano meritata? Altri immigrati verranno a sostituire quelli che ora sono stati espulsi – l’economia italiana ha bisogno dello sfruttamento del loro lavoro e delle loro miserabili paghe – ma dovranno sapere, è questo il senso dei provvedimenti adottati, che saranno guai se oseranno tentare di entrare nel mondo degli “uomini”. E ciò varrà non solo per i clandestini ma anche per quelli che hanno il permesso di soggiorno.
Del resto, nel nostro paese gli immigrati non sono colpevoli ancor prima di aver commesso un reato? Non pagano la pena per la colpa di esistere con le infinite prove cui sono sottoposti prima di accedere allo statuto di cittadini a tutti gli effetti? E l’indegna legge che li vuole colpevoli solo perché clandestini, non li ha già condannati ancora prima che abbiano commesso anche il minimo reato? Colpevoli dunque non per ciò che si fa, ma per ciò che si è.
Tutti i partiti italiani hanno tentato di lucrare in questi anni sul tema della paura e della sicurezza. Chi in modo più aggressivo; chi in modo più sfumato. Nessuno se n’è tirato fuori. Ma paura e sicurezza non sono principi politici. Sono, al contrario, principi con i quali la politica e la democrazia – nel senso machiavelliano di lotta del “popolo” contro i “grandi” – sono distrutte. Principi politici sono la libertà e l’uguaglianza.
Oggi bisogna chiedere e lottare per ciò che dal punto di vista politico è il minimo, ma quel minimo che nella nostra situazione sembra “impossibile” da ottenere. È stato un lucido pensatore conservatore come Max Weber a scrivere che la politica deve mirare all’impossibile e tenersi ferma a esso, senza cedere di un millimetro, aggiungiamo noi. L’impossibile nel nostro paese è la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, la concessione del voto amministrativo e politico; la drastica diminuzione degli anni richiesti per ottenere la cittadinanza italiana. Ebbene, che si regolarizzino i lavoratori, si cancelli la legge che li condanna in quanto clandestini, si riducano gli anni necessari per ottenere la cittadinanza, si ammetta il voto politico e amministrativo, si separi la possibilità di uscire dal lavoro sommerso dal permesso di soggiorno. Insomma, vogliamo semplicemente il minimo: gli immigrati che vivono in Italia devono poter eleggere i propri rappresentanti politici. Non risolveranno certo in questo modo tutti i loro problemi, ma almeno costringeranno una parte del paese a fare i conti con le loro decisioni.
Nessuna forza politica che si dice democratica, osi ancor farlo se non assume, oggi, il compito di onorare i lavoratori immigrati. In ogni caso, a decidere di un ritorno della politica sarà, anche in Italia, una nuova alleanza e inedite forme organizzative tra immigrati e soggetti impegnati a lottare contro le nuove forme del dominio.

sabato 23 gennaio 2010

[Napoli] Condannati dieci poliziotti per il Global Forum 2001

Gli agenti ritenuti responsabili anche di sequestro di persona aggravato
Pene varianti dai 2 anni e 8 mesi ai 6 mesi, ritenuti colpevoli anche due funzionari


NAPOLI - Si è concluso con dieci condanne il processo per presunti abusi compiuti da poliziotti nei confronti di manifestanti no global in occasione della manifestazione "No Global Forum" svoltasi a Napoli il 17 marzo 2001. La sentenza è stata emessa stasera dalla quinta sezione del tribunale di Napoli che ha accolto parzialmente le richieste dei pm De Cristofaro e Del Gaudio. Tra i condannati anche gli unici due funzionari di polizia imputati, Fabio Ciccimarra e Carlo Solimene: due anni è otto mesi la pena inflitta perchè riconosciuti responsabili di sequestro di persona aggravato.

A quasi nove anni dagli incidenti la sentenza stabilisce la responsabilità di alcuni poliziotti per gli abusi (violenze e umiliazioni) che sarebbero stati consumati ai danni di giovani del movimento "no global" condotti nella caserma Raniero. Una vicenda che, nella ricostruzione dei magistrati, ricorda per molti aspetti i fatti di Genova durante il G8.

La quinta sezione del tribunale (presidente Donzelli, giudici Guardiano e Tammaro) ha accolto parzialmente le richieste dei pm De Cristofaro e Del Gaudio condannando 10 dei 21 imputati. I giudici hanno riconosciuto la sussistenza del reato più grave tra quelli contestati, ovvero il sequestro di persona aggravato. Due anni e otto mesi di reclusione è la pena inflitta agli unici due funzionari imputati, Fabio Ciccimarra e Carlo Solimene. Pene varianti dai due anni e sei mesi ai due anni sono state emesse nei confronti di otto agenti, mentre sono undici i poliziotti assolti. Per gli altri dieci agenti coinvolti e per anche per diversi imputati condannati è stata dichiarata la prescrizione dei reati minori, tra cui violenza privata e abuso di ufficio.

La vicenda giudiziaria destò grande scalpore. Quando nel corso dell'inchiesta furono emesse otto ordinanze agli arresti domiciliari, nella questura di Napoli si verificò una sorta di ammutinamento da parte dei colleghi dei poliziotti indagati.

I fatti risalgono al 17 marzo 2001. Quel giorno venne organizzata una manifestazione contro lo svolgimento del Global Forum e le forze dell'ordine organizzarono un cordone per impedire l'accesso nella zona di Palazzo Reale dove era in corso il convegno internazionale. Si verificarono violenti scontri di piazza tra i manifestanti (molti dei quali avevano tentato di sfondare il cordone) e le forze di polizia. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, molti giovani - diversi dei quali contusi - furono bloccati in strada o prelevati dagli ospedali dove si erano recati per farsi medicare e successivamente condotti nella caserma Raniero Virgilio, nei pressi di piazza Carlo III. All'interno della struttura (secondo quanto denunciato dai giovani) si sarebbero consumati gli abusi: schiaffi, pugni, violenze verbali, umiliazioni come l'aver costretto le vittime a eseguire flessioni nei bagni della caserma.

"Sono condanne inutili grazie al processo breve: questo risale al 2001 ed è destinato ad estinguersi", ha commentato l'ex parlamentare Francesco Caruso, uno dei leader dei No Global, che quel giorno era in piazza. "Dal punto di vista strettamente giuridico quella di oggi è una pronuncia sconcertante, ferma restando la stima nel collegio. Questa sentenza rischia di costituire un pericoloso precedente: viene ritenuta infatti valida la tesi secondo cui in una caserma di polizia ufficiali di polizia giudiziaria, in esecuzione di un ordine preciso, compiono un sequestro di persona", ha detto l'avvocato Sergio Rastrelli, legale della maggior parte degli agenti imputati.


+info:
Comunicato centri sociali napoletani

Il dossier della rete no-global sui fatti del marzo 2001

FOTOGALLERY - Global forum: scontri a Napoli

Morte a psichiatria:14 indagati, 6 medici e 8 infermieri


Francesco Mastrogiovanni, 58 anni, di Castelnuovo Cilento, faceva il maestro presso la scuola primaria di Pollica. Una gioventù, la sua, segnata dall'inchiesta sul delitto di Carlo Falvella, vicepresidente del Fronte universitario d'unione nazionale di Salerno, da cui però era uscito prosciolto. I suoi ultimi 4 giorni di vita iniziano lo scorso 31 luglio. Il maestro si trova al mare, in un camping di amici a San Mauro Cilento. Lì lo raggiungono i vigili urbani, i carabinieri e la capitaneria di porto, per eseguire un tso ordinato dal sindaco di Pollica. Mastrogiovanni si butta in mare nel tentativo di fuggire, ma ne esce qualche ora dopo, esausto. A questo punto si fa sedare ed entra nell'autoambulanza che lo porta all'ospedale di Vallo, dove muore il 4 agosto. Durante il ricovero resta sempre legato al letto, come testimoniano i 65 file video del sistema di videosorveglianza. A ucciderlo è un edema polmonare acuto, ma i consulenti della Procura parlano di un collegamento con le modalità "illegittime" con cui è stata eseguita la contenzione. Il corpo reca anche ferite evidenti ai polsi e alle caviglie, procurategli dalle fascette di contenzione, che nelle 80 ore di ricovero non gli sono mai state tolte. Né gli sono stati somministrati cibo o liquidi, se non attraverso le flebo.


Caso Mastrogiovanni, il gip sospende per due mesi dall'attività professionale 14 dei 19 indagati. Sono 6 medici e 8 infermieri del reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca di Vallo, che hanno avuto in cura il maestro di Castelnuovo Cilento, poi deceduto per edema polmonare. Il dispositivo del provvedimento, che porta la firma del giudice Nicola Marrone, è stato notificato ieri sera ai 14 indagati, ma si dovranno attendere i prossimi giorni per conoscere le motivazioni della decisione. Ecco i nomi dei destinatari delle ordinanze interdittive: Michele Di Genio, Rocco Barone, Raffaele Basso, Amerigo Mazza, Michele Della Pepe ed Anna Angela Ruberto (medici); Giuseppe Forino, Antonio Luongo, Antonio Tardio, Raffaele Russo, Antonio De Vita, Marco Scarano, Alfredo Gaudio e Nicola Oricchio (infermieri). A chiedere la sospensione della professione per tutti e 19 gli indagati era stato il pm Francesco Rotondo, che coordina l'inchiesta sulla morte di Mastrogiovanni. Tra il 9 e l'11 dicembre scorsi, il gip Nicola Marrone ha eseguito gli interrogatori di garanzia, riservandosi la decisione. A distanza di oltre un mese, è arrivato infine il provvedimento. La decisione, destinata a fare non poco scalpore, si ripercuote infatti sullo stesso reparto di psichiatria, in quanto colpisce la quasi totalità dei sanitari in servizio. Per questo motivo già ieri mattina i Nas hanno incontrato i vertici della direzione sanitaria del San Luca per acquisire i turni dell'unità operativa. L'unica alternativa al blocco delle attività sanitarie sembra, infatti, sia una riorganizzazione provvisoria con la nomina di sostituti. Già lo scorso ottobre, nell'ambito di un procedimento amministrativo, il commissario straordinario Fernando De Angelis sospese dall'incarico l'ex direttore Michele Di Genio sia nel reparto ospedaliero che nel dipartimento della ex Asl Sa 3. Nel frattempo, le funzioni di direttore all'unità operativa del San Luca sono state assunte da Antonio Mautone, primario all'ospedale Curto di Polla e Sant'Arsenio. Mastrogiovanni è deceduto il 4 agosto scorso, dopo 4 giorni di ricovero, in cui è stato sottoposto a una contenzione fisica ininterrotta. Un trattamento che la legge regolamenta con precisi protocolli, ma di cui, invece, non c'è traccia nella cartella clinica del paziente. Di qui le ipotesi di reato contestate agli indagati. Innanzitutto, la morte come conseguenza di altro delitto, il sequestro di persona e, per i soli medici, il falso ideologico in atti pubblici. «Verità e giustizia per Franco», chiedono i familiari e gli amici del "maestro più alto del mondo", che si sono costituiti in un comitato, perché «quello che è accaduto a Franco non deve ripetersi mai più». L'inchiesta partita dalla morte di Mastrogiovanni, intanto, si sarebbe già allargata anche agli altri ricoveri effettuati nel reparto del San Luca

Sono quasi le ore 19, quando i carabinieri del nucleo operativo e radiomobile di Vallo iniziano le notifiche ai 14 indagati, 6 medici e 8 infermieri, convocati a questo scopo presso la caserma di via Angelo Rubino. Sono le ordinanze interdittive firmate dal gip Nicola Marrone e prevedono per tutti uno stop di 2 mesi nell'attività professionale, il periodo più lungo possibile che il giudice poteva prescrivere. Tra i destinatari del provvedimento c'è anche l'ex direttore del reparto di Psichiatria dell'ospedale San Luca, Michele Di Genio. La decisione del gip è una doccia fredda per i 6 medici e 8 infermieri destinatari, ma non è proprio un fulmine a ciel sereno: per l'intera giornata di ieri, infatti, si erano susseguite le notizie sull'avvenuta emissione del provvedimento, anche se la conferma è arrivata poi solo in serata. «Faremo sicuramente ricorso al tribunale del riesame», è la parola d'ordine che gira, a caldo, tra i difensori degli indagati. Gli avvocati aspettano ora di conoscere le motivazioni della decisione. Ieri sera, infatti, ai loro clienti è stato notificato solo il dispositivo. Resta da capire su quali elementi si sia fondato il provvedimento emesso dal giudice per le indagini preliminari e se potrà o meno essere oggetto di revisione da parte del tribunale del riesame di Salerno.

Alessandro Della Malva è stato scarcerato!

Una battaglia vinta nella guerra contro le prove di fascismo!

Alessandro Della Malva è stato scarcerato!


Da oggi il compagno è agli arresti domiciliari, dopo più di tre mesi di detenzione in una situazione di isolamento e censura con ben tre trasferimenti (dal carcere di Pistoia a quello di Prato a quello di Parma), in attesa del giudizio dei Tribunali di Massa e Pistoia
Una battaglia vinta nella guerra contro le prove di fascismo!
La resistenza opposta dal compagno nelle mani del nemico, la mobilitazione antifascista e antirazzista che si è sviluppata in questi mesi, la solidarietà espressa dagli antifascisti, comunisti e dai sinceri democratici in Toscana e in altre parti del paese: tutto questo ha scombussolato i piani della destra reazionaria che, con l’inchiesta di Massa per la Ronda Popolare Antifascista e Antirazzista e con l’inchiesta partita l’11 ottobre a Pistoia a seguito alla chiusura del covo di Casa Pound, mirava a dare una “lezione” al movimento antifascista e lasciare campo libero ai gruppi fascisti e razzisti! A questo punto per la destra reazionaria continuare a tenerlo in carcere diventava più dannoso che utile!

Osare vincere, osare lottare: dipende da noi!

E’ possibile contrastare la mobilitazione reazionaria e le prove di fascismo. Ribaltiamo contro il nemico i suoi attacchi e usiamoli per alimentare la lotta antifascista e antirazzista, per rafforzare le organizzazioni operaie e popolari, per farne nascere di nuove, per sviluppare il coordinamento tra esse: per contribuire a creare un Governo di Blocco Popolare che adotti le misure necessarie per far fronte agli effetti peggiori della crisi e sbarri così la strada alla mobilitazione reazionaria!

Avanziamo ora nella lotta per il proscioglimento degli antifascisti inquisiti a Massa e a Pistoia, per la costruzione di un fronte antifascista e antirazzista, per cacciare fascisti e razzisti dai nostri quartieri!

Il 26 gennaio tutti a Massa per il processo contro Alessandro Della Malva e Samuele Bertonieri inquisiti per la Ronda Popolare che quest’estate è scesa in strada per contrastare la Ronda SSS
Il 27 e il 29 gennaio tutti a Pistoia per il processo contro Alessandro Della Malva, Juri Bartolozzi, Vittorio Colombo, Selvaggio Casella, Alessandro Orfano, Elisabetta Cipolli e Marco Tonarelli messi sotto inchiesta per la chiusura del covo di Casa Pound avvenuto l’11 ottobre.

Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo (CARC)

Giustizia: dimezzare detenuti, invece di raddoppiare le carceri

di Piero Sansonetti

Il governo ha deciso di rispondere all’emergenza carceri costruendone di nuove. Nessuno si è scandalizzato. L’opposizione non ha nulla da obiettare, tranne che sulla trasparenza degli appalti. I giornali neppure. In che cosa consiste l’emergenza carceri? Nel fatto che le celle sono stipate, i servizi scarsi, le condizioni di vita dei reclusi inaccettabili, la privazione della libertà insopportabile. E questo provoca gravissimi disagi, violazione dei diritti umani e un numero altissimo di suicidi: più di uno alla settimana. Per una popolazione di 60mila persone è una cifra altissima: in proporzione è come se a Roma ci fossero 60 o 70 suicidi a settimana. Dieci al giorno.

Il Partito Radicale, per esempio, da anni denuncia questa situazione. Poco prima di Natale è arrivata anche la denuncia drammatica di monsignor Tettamanzi, cardinale di Milano, dopo una visita a San Vittore. Ha detto: "Non me l’aspettavo, è un inferno, è indecente, è disumano". Il governo ha stabilito che il problema di fondo è il sovraffollamento (e l’opposizione concorda) e ha deciso di costruire circa 25mila nuovi posti letto. Naturalmente è vero che il sovraffollamento è un problema, anche se poi c’è una questione molto più grande: riguarda il funzionamento delle carceri, il grado di riduzione delle libertà individuali, la qualità della vita, il sistema delle repressioni; tutte cose non legate esclusivamente al sovraffollamento, ma piuttosto frutto di una mentalità autoritaria, punitiva, che è dominante nella nostra cultura giuridica.
Ammettiamo, per un momento, che davvero l’unico problema sia lo squilibrio tra spazi a disposizione e numero di carcerati. Come si risolve? Raddoppiando le carceri (o quasi), come propone il governo? Oppure dimezzando i carcerati? È possibile dimezzare (o più che dimezzare) il numero dei carcerari? I dati ufficiali ci dicono di sì.
Basterebbe ridurre le carcerazioni preventive - che sono il vero motivo del sovraffollamento, visto che la grande maggioranza dei detenuti non ha ricevuto la condanna definitiva - e depenalizzare i reati minori. In particolare basterebbe depenalizzare i reati relativi al consumo e al piccolo spaccio di droghe, dal momento che la maggioranza dei detenuti - in carcere preventivo o definitivo - è dietro le sbarre per piccoli reati.

Se si facesse così, cioè si puntasse alla riduzione della popolazione carceraria, si potrebbero ottenere ottimi risultati senza alcuna spesa. Anzi, con un forte risparmio di denari da parte dello Stato. I soldi risparmiati potrebbero essere investiti sia per il miglioramento della vita carceraria, sia per il reinserimento nella società e nel lavoro di quelli che lascerebbero il carcere. Non è una ricetta rivoluzionaria: è solo buonsenso. Potremmo addirittura usare una parola più nobile: è una soluzione riformista. Sembra che tutte le forze politiche italiane siano affascinate dal "riformismo". Sarebbe ora che qualcuna iniziasse a capire cos’è il riformismo. Raddoppiare le carceri, non è riformismo: è l’attuazione di una soluzione reazionaria, sia sul piano politico che su quello culturale e morale. È un rinculo verso una società autoritaria. Cioè, il contrario del riformismo classico, liberale o socialista.

È possibile che un giorno le forze politiche italiane si decidano ad accettare questo punto di vista riformista? È molto difficile che ciò avvenga. Perché? Per la semplice ragione che negli ultimi 15-20 anni l’opinione pubblica italiana e la cultura delle sue classi dirigenti si sono molto spostate su posizioni repressive e antigarantiste.
Come è successo? Con il procedere di due fenomeni paralleli: la sinistra, sul piano politico, ha stretto un patto di alleanza con la magistratura e persino con settori della polizia, rovesciando il proprio asse culturale. Per la verità la sinistra comunista, in parte permeata dai residui dello stalinismo, non aveva mai posseduto una grande cultura garantista. Mi riferisco al Pci. Che ha sempre avuto, nelle sue correnti maggioritarie, una tendenza legalitaria e "d’ordine".

Con una correzione però, piuttosto netta, maturata negli anni Ottanta, dopo il fallimento dell’unità nazionale e la svolta a sinistra di Berlinguer. In quel periodo il Pci si trovò a guidare la battaglia per alcune riforme molto importanti che modificarono profondamente la vita e le regole del carcere. Mi riferisco soprattutto alla legge Gozzini, che per la prima volta sradicava l’idea che il carcere fosse un luogo semplicemente di punizione e di vendetta. E tentava di affidargli una funzione sociale, umana. Gozzini era un parlamentare cattolico eletto nelle liste del Pci.
Comunque la cultura garantista era sempre stata un pilastro dell’ideologia dell’estrema sinistra da un lato e della sinistra socialista dall’altro. Entrambe nemiche giurate - proprio nel loro Dna - delle istituzioni totalitarie e in generale del potere giudiziario.

Negli ultimi quindici anni le cose sono cambiate radicalmente, anzi si sono rovesciate. Il rapporto strettissimo, quasi di identificazione, tra lotta politica e azione giudiziaria è diventato un elemento di identità della sinistra. E ha finito per condizionare non solo la sinistra moderata ma anche vasti settori "sovversivi". Anzi, per uno strano paradosso, con il fenomeno dei girotondi (2001-2003) e negli anni successivi col santorismo e col travaglismo, il cosiddetto giustizialismo ha finito per travolgere la sinistra "sovversiva" più ancora che quella moderata.
Questo è il primo dei due fenomeni. Il secondo fenomeno - di tipo opposto - è stato la rottura dell’alleanza tra magistratura e destra. Che però non ha prodotto un nuovo garantismo di destra - che in qualche modo compensasse la riduzione del garantismo di sinistra - ma semplicemente una forma di difesa del ceto politico. Il cosiddetto garantismo della destra è "selezionato" e ad personam.

Non ha neanche tentato di produrre leggi che attenuassero le pene e scalfissero le politiche repressive, ma si è attestato sulle leggi ad personam, o sulla ricerca delle immunità, accompagnando e compensando queste iniziative con una miriade di nuove regole e leggi che inasprivano le pene, riducevano le libertà, tiranneggiavano gli autori di piccoli reati o disobbedienze. Basta citare la Bossi-Fini, la Cirielli, le norme contro la recidiva, la legge contro gli spinelli, i decreti contro gli immigrati, e poi le miriadi di ordinanze cittadine per punire i mendicanti, o gli studenti, o gli avventori dei bar.

La concorrenza tra destra e sinistra sul piano della giustizia è diventata una corsa all’esaltazione dell’ordine pubblico e della repressione. La parola d’ordine è: certezza della pena. Nessuno si occupa di certezza della colpa. Persino nel dibattito che si è aperto sulle nuove norme per il "processo breve", nessuno ha voluto polemizzare sul fatto che quelle norme escludevano centinaia di reati e perciò erano delle cattive norme. Selettive e perciò ingiuste. Non lassiste e perciò ingiuste. La discussione, surreale, è avvenuta sul fatto che fossero o no sufficienti 8 o 9 anni per processare e punire il premier. Anche in questo caso la polemica politica ha finito con lo spingere ancora di più l’opinione pubblica verso l’idea che una buona società e una buona politica si fondano sulla capacità di impartire buone punizioni.

Qui, forse, è il punto vero. Può una società che punta a migliorare se stessa, a diventare più moderna, a sviluppare l’idea di libertà, avvitarsi su se stessa e ridurre il fine dello Stato all’obbligo della punizione? Dico ancora di più: che civiltà è una civiltà che considera la punizione un fatto di equità, di giustizia, addirittura un principio di regolazione della vita pubblica e delle relazione tra persone e gruppi?

Penso che sia la domanda delle domande. Nel senso che da come si riesce a dare una risposta dipende il futuro che si delinea per la nostra società. Nella seconda metà del Novecento erano stati fatti passi avanti molto grandi verso l’idea che la repressione e la punizione fossero comunque aspetti negativi del potere. Purtroppo stiamo assistendo a una inversione di tendenza. A un ritorno a valori e schemi che erano propri della prima metà del secolo scorso, cioè del periodo delle grandi dittature.
Non credete che la battaglia contro l’idea che la punizione sia un caposaldo dello stato di diritto sia la grande battaglia che deve combattere la sinistra libertaria? (Se esiste la sinistra libertaria...). Affrontandola con il coraggio di scontrarsi con gran parte dell’opinione pubblica e della stessa opinione pubblica di sinistra. E non credete che un punto di partenza sia il carcere? Io penso di sì. Il carcere è l’emblema della repressione, della punizione, della prepotenza dello Stato, della "presunta società giusta".

Finché esisterà e sarà considerato un bastione della convivenza civile, è difficile che la nostra civiltà possa fare dei passi avanti. L’abolizione del carcere, o la sua riduzione a fatto assolutamente d’emergenza e marginale, è un grande obiettivo. Molto meno utopistico di quello che si pensa. E molto più essenziale di quello che può sembrare. È un punto di partenza, credo, non un obiettivo lontano e secondario.

venerdì 22 gennaio 2010

Gaza, come una prigione a cielo aperto

Una prigione a cielo aperto. E' l'immagine della Striscia di Gaza che restituiscono gli attivisti napoletani che hanno partecipato alla Freedom March programmata per lo scorso 31 dicembre. Un gruppo partito per osservare da vicino “il pezzo di pianeta più complesso che esiste”. Per portare, ad un anno dall'operazione Piombo Fuso che provocò 1400 morti tra i civili palestinesi, solidarietà e aiuti economici. Raccontano la loro sei giorni al Cairo in una delle aule autogestite dell'Università 'L'Orientale'. Iniziano con una denuncia: “Gaza è ancora sotto assedio”. E propongono un comitato per boicottare i prodotti egiziani e israeliani.
Nell'Aula R5 dell'Orientale si ascolta la testimonianza di Flavia Lepre. Parole di commento alle immagini da lei stessa girate in Egitto. “Ci siamo trovati subito in una situazione difficile, con un clima molto teso. Ci hanno trasportato in un albergo a molti chilometri di distanza dal centro della città. Era pieno di poliziotti anche in borghese. Era difficile comunicare tra noi. Quasi una condizione di clandestinità”. Giorni duri fatti di scontri anche fisici con le autorità egiziane. Con il clima sempre più acceso fino all'esplosione provocata dal divieto egiziano di marciare verso Gaza. “Ci sono stati alcuni scontri. Alla mia compagna di stanza hanno rotto il naso”. E conclude: “Sono delusa, non abbiamo realizzato il nostro obiettivo politico principale ovvero entrare tutti insieme a Gaza. Però questo testimonia che quella città è ancora sotto assedio”.
Tracce della Gaza Freedom March sono sparse anche nella blogosfera napoletana. Sul sito dell'associazione Ya Basta, Vilma e Vittorio hanno pubblicato un diario di viaggio, scritto a quattro mani poche ore dopo il loro ritorno dall'Egitto. Anche loro intervengono nell'aula R5. Raccontano dell'arrivo, dell'incontro con gli altri attivisti. E degli scontri del 29 dicembre in Tahreer Square. “In piazza appena vengono aperti i primi striscioni arrivano decine di poliziotti. Il tutto si svolge velocemente. Accerchiano i manifestanti. Alcuni vengono trascinati via”. Momenti concitati, violenti. “Ci sono anche due feriti italiani. Le forze dell'ordine spintonano, schiacciano verso le balaustre, picchiano finché non riescono a trascinare tutti sul marciapiede”. Poi il ritorno a Napoli, e la consapevolezza che sulla questione mediorientale “non bisogna mai smettere di discutere, di guardare la realtà per quello che è. Cercando di stare fuori da ogni dogma”.
Un impegno che il Cau, il Collettivo Autorganizzato Universitario di Napoli, ha messo ai primi posti del proprio impegno politico. Incontri e dibattiti, proiezioni di documentari e iniziative di solidarietà. Un lavoro che ha dato vita a un dossier sulla Palestina liberamente scaricabile dal loro sito. Trenta agili pagine zeppe di dati e interviste, cronologie e manifesti. Dove si parla dell'uso del fosforo bianco, dell'assedio di Gaza. Senza tralasciare i risvolti psicologici del conflitto, con riferimenti a studi scientifici che sanzionano l'aumento del disagio psicologico e delle patologia mentale tra israeliani e palestinesi. Un sorta di anatomia politica della questione palestinese.
Il prossimo 26 gennaio inizieranno in città una seri di incontri con Ronnie Barkan, attivista israeliano di Anarchists against the wall che si batte da anni per la causa palestinese. Ad ospitare le discussioni la sede dell'ONG CISS
di Carmine Saviano
(repubblica-napoli 21 gennaio 2010)

Comunicato cox18


A 20 anni dal gennaio 1989, il centro sociale Cox18, occupato e autogestito da 33 anni, viene sgomberato per la terza volta

Il mattino del 22 gennaio 2009, senza che vi fosse stato alcun preavviso, un ingente numero di forze di polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia locale e tecnici della A2A, bloccano tutte le vie di accesso al
 centro sociale di via Conchetta 18 e procedono allo sgombero forzoso dell stesso. Amministratori comunali, questore e prefetto si rimpallano la responsabilità dell'operazione. Il Pubblico Ministero sostiene di essere stato avvisato a giochi fatti. Poco importa. Tutti, invece, concordano che l’importanza dell'operazione è che il Comune non perda il valore dell’area. Si tratta di una questione “patrimoniale”.

Dietro alla finta maschera della legalità, lo sgombero cancellava uno spazio vivo e attivo da 33 anni, parte integrante e ormai storica di un quartiere popolare come il Ticinese, punto di incrocio di cultura, controcultura, informazione, controinformazione, per la città e a livello nazionale ed europeo. Un luogo nel quale tutti hanno sempre trovato spazio, idee, confronto, scambio, stimoli.

E' passato un anno, e proprio come nell'89, l'ondata di solidarietà e di mobilitazioni che ha trasversalmente percorso tutti, interessando numerosi settori della società, ha prodotto la liberazione del centro sociale, piccolo per dimensione ma grande per storia ed incisività.

Tuttavia, il braccio politico-militare di un "ordine nuovo" che si vorrebbe instaurare a Milano, ma non solo, ha concentrato le sue moleste attenzioni su altre realtà e spazi sociali: USI, Torchiera, Micene, Circolo dei Malfattori, Ambulatorio Popolare. Centinaia di denunce a studenti e operai, a chi manifestava per una scuola e per una università diverse, o a chi portava la propria solidarietà davanti ai cancelli della INNSE.

"Cox18 Milano resiste" sono allora tre settimane di iniziative che abbiamo cercato di costruire insieme alla città, per riattraversare nuovamente Milano con le azioni, le parole, le voci di chi non è disposto a subire il pugno di ferro degli expo-immobiliaristi assetati di denaro e potere: speculatori accorsi a Milano come delle mosche per banchettare sull'ultimo escremento prodotto dal capitale, l'Expo 2015.

info: http://cox18.noblogs.org/post/2010/02/14/milano-resiste

La Gelmini sulla strada (a fondo chiuso) di Brunetta

Dopo i tagli agli insegnanti, centinaia di posti a richio nelle cooperative addette alla pulizia delle scuole.
Pochi sanno che il Ministero del tesoro deve alle scuole ingenti cifre che in questi anni ha lesinato con il contagocce E visto che questi soldi non ci sono, invece di tassare le rendite e i capitali, tagliano posti di lavoro.

E' successo nelle scuole e nel pubblico impiego e ben presto succederà nelle cooperative addette alla pulizia degli edifici scolastici Il Ministro Gelmini all'inizio dell'autunno ha sentenziato:i bidelli tornino a fare le pulizie e così risparmieremo Noi che da sempre siamo favorevoli alla reinternalizzazione dei servizi, fatti due conti abbiamo visto che il personale Ata(i custodi pubblici) sono coì pochi che non potrebbero materialmente eseguire le pulizie oltre alle altre mansioni loro richieste.

Con i tagli del 25% dei fondi destinati alla pulizia nelle scuole, tagli previsti da circolare Ministeriale e sentenziati in finanziaria, si taglieranno tantissimi posti di lavoro, le scuole saranno più sporche e il rischio igiene sarà soprattutto sentito nelle materne ed elementari In questo modo, il governo coniuga l'attacco alla scuola pubblica con la riduzione occupazionale del personale della scuola e di quanti al servizio della scuola operano con contratti da fame come le addette alle pulizie Per queste ragioni hanno scioperato le cooperative addette alle pulizie nelle scuole (personale pagato in media 900 euro al mese, quindi con un reddito poco sopra della soglia di povertà).

giovedì 21 gennaio 2010

Nuovi Sgomberi: Ex Apoff


Fatti di Pistoia: stamani la prima udienza in un clima di ridimensionamento dei fatti



Ieri presso il tribunale di Pistoia si è tenuta la prima udienza del processo attinente ai fatti dell'11 ottobre scorso relativi all'incursione all'interno del circolo Agogè-Casapound. Il procedimento, ricordiamo, vede coinvolti sette imputati, accusati di devastazione e saccheggio, lesioni e danneggiamenti. Accuse sempre respinte dagli imputati che si sono dichiarati fin dall'inizio della vicenda "completamente estranei ai fatti".

In questa prima udienza, davanti al giudice sono comparsi Alessandro Della Malva (segretario regionale dei CARC), l'unico degli imputati ad essere detenuto in carcere, e Juri Bartolozzi, difesi entrambi dall'avvocato Leone. Non erano invece presenti i quattro imputati livornesi, Alessandro Orfano, Elisabetta Cipolli, Selvaggio Casella e Vittorio Colombo (tutti agli arrestati domiciliari) che l'avvocato difensore Silvia Davini ha preferito non sottoporre alla seduta odierna in quanto seduta "tecnica" e di "calendarizzazione" del processo.
In sintesi i passaggi principali di questa prima udienza, a cui seguiranno le sedute del 27 e 29 gennaio prossimi.

CasaPound parte civile

Il processo ha avuto inizio con la comunicazione dell'avvocato dell'accusa che ha annunciato la volontà del circolo CasaPound e del militante di estrema destra Massimo Dessì di costituirsi parte civile nel processo. Dopo alcune rilevazioni fatte dagli avvocati della difesa, il giudice ha accolto solo in parte la richiesta, limitandola a due dei quattro reati contestati.

Testimoni. Il giudice (ma già prima gli avvocati difensori avevano manifestato disponibilità in tal senso) ha ridotto il numero dei testimoni della difesa, in particolari quelli che avrebbero aiutato a fornire un profilo morale degli imputati. E' emersa la volontà di accelerare i tempi del dibattimento. Nel caso che conosciamo meglio, ovvero quello dei livornesi, questa operazione può dirsi in effetti superflua vista la grandissima solidarietà ricevuta dal comitato nato in loro difesa che in poche settimane ha raggiunto oltre 500 firme. Una solidarietà che allude ai meriti per l'impegno sociale svolto nel tessuto cittadino.

Della Malva

L'unico degli imputati ancora in carcere (nonostante anch'egli sia incensurato) ha chiesto di poter leggere un proprio documento, nel quale ha ribadito la sua estraneità ai fatti di Pistoia. Di seguito ha manifestato la propria preoccupazione rispetto a dei procedimenti altamente restrittivi nei suoi confronti che sembrano derivare dalla valutazione della sulla sua attività politica di segretario del partito dei Carc piuttosto che dall'analisi dei fatti oggettivi.

Devastazione? L'accusa non regge

Buona parte dell'udienza è servita agli avvocati della difesa per cercare di inquadrare il processo all'interno dei fatti oggettivi. Premettendo l'estraneità ai fatti degli imputati e sottolineando come le procedure detentive siano risultate incomprensibili rispetto a soggetti incensurati, gli avvocati hanno cercato di ridimensionare l'accusa più grave del processo, quella di devastazione e saccheggio (capo di imputazione gravissimo, che prevede dagli 8 ai 15 anni di carcere). E' l'accusa che, secondo chi ha condotto le indagini preliminari, "ha giustificato" in buona parte le strettissime misure detentive a carico degli imputati. "Ma siamo certi - hanno affermato all'unisono gli avvocati - che, al di là dell'estraneità degli imputati, all'interno di quella sede è stato commesso un reato del genere?" Per dimostrare l'infondatezza di tale accusa, tra i materiali che l'avvocatessa Davini ha sottoposto al pm, ci sono alcune pagine riguardanti una conversazione tra esponenti di CasaPound avvenute la sera dei fatti rintracciata in un forum frequentato appunto dai militanti dell'estrema destra pistoiese. Nel forum uno di loro spiega che la sede nel pomeriggio aveva subito un'infrazione, ma che - poche ore dopo i fatti, quindi - era agibile e pronta ad accogliere un'assemblea alla quale invitava gli altri militanti a partecipare. Difficile che in una sede "devastata" sia "tutto a posto in poche ore" e si possa accogliere un regolare assemblea.

Richiesta di scarcerazione

Fatta la premessa rispetto al reato che di fatto costringe alla detenzione gli imputati ("è come un cane che si morde la coda", ha ribadito la Davini, "caduto quello cadono i presupposti per le restrizioni"), gli avvocati hanno chiesto l'immediata scarcerazione degli imputati, richiesta che sarà valutata e per la quale verrà data una risposta nei tempi previsti dalla legge (entro 5 giorni). Intanto è stata accolta la richiesta di poter lavorare per un altro degli imputati livornesi, Vittorio Colombo, che da febbraio potrà intraprendere un part-time con la sua università.

Prossime udienze

Il processo è stato riaggiornato al 27 e 29 gennaio prossimi. In entrambe le occasioni saranno presenti gli imputati e i testimoni dell'accusa il 27 e quelli della difesa il 29.

Presidio fuori dal tribunale. Per tutta la durata dell'udienza, fuori dal tribunale si è svolto un presidio a cui hanno partecipato militanti dei CARC e della Rete Antifascista di Pistoia che hanno distribuito volantini e intonato slogan in favore degli arrestati. Il Movimento Antagonista Livornese e il Comitato familiari e amici degli arrestati livornesi per i fatti di Pistoia, come già annunciato nei rispettivi comunicati, in questa fase del processo hanno scelto di non partecipare alle iniziative all'esterno del tribunale. Il Comitato familiari e amici ha precisato: "In questo momento riteniamo opportuno che siano messi in evidenza i dati tecnici del processo che dimostreranno l'assoluta innocenza di tutti gli imputati coinvolti. Pertanto preferiamo non alimentare tensioni politiche che già hanno condizionato la fase delle indagini".

Non è facile offrire delle impressioni durante una seduta "particolare" come quella di oggi ma in ogni caso c'è la sensazione che il teorema politico sul quale la Questura di Pistoia ha spinto a favore degli arresti verrà completamente ridimensionato dai dati oggettivi del processo. Come ripetuto più volte, nessuno compie un'azione come quella avvenuta contro CasaPound per poi sedersi tranquillamente in riunione a pochi metri dal luogo del fatto. Una considerazione che gli inquirenti hanno tentato di omettere puntando su altre ragioni in modo tale da aggiudicarsi subito qualche colpevole. Ora, davanti al giudice, con prove oggettivamente "fumose" (per non dire altro) e accuse non sostenibili (vedi il reato di devastazione), le cose potrebbero decisamente cambiare e con maggiore serenità raggiungere quello che sostengono dal primo giorno gli imputati e chi ha offerto loro solidarietà: la completa estraneità ai fatti.


da: senza soste

Un'altra lunga giornata di lotta per i notav

resoconto 20 gennaio in valsusa


Ennesima sveglia precoce stamattina per i no tav, alle 5 circa inizia a girare la notizia di una trivella posizionata alla stazione di Condove e scortata, come al solito da centinaia di agenti. Inizia l'afflusso delle persone e si creano due postazioni di manifestanti ai due lati della stazione di condove; in mezzo solo poliziotti che dopo un po' impediscono anche di andare a prendere il treno a chiunque. Un tentativo di forzare il blocco viene respinto a spintoni e qualche manifestante cade a terra. Per tutta la mattina affluisce gente che va e che viene, molti devono andare a lavorare e ripassano in pausa pranzo.

Alle 12.30 circa alla stazione di S.Antonino viene bloccato il Tgv in arrivo dalla Francia e diretto a Milano, accumulerà un ritardo di oltre mezz'ora. Nel frattempo un treno locale, che scende verso Torino,sorpassa il tgv fermo in stazione; una quarantina di no tav sale a bordo per riscendere alla stazione successiva che è proprio quella di Condove. Prendendo di sorpresa la polizia i quaranta riescono a piombare a ridosso della trivella gridando slogan, qualche carabiniere perde il controllo e parte qualche manganellata che ferisce un manifestante al braccio poi soccorso da una ambulanza, tutto ciò verso le 14.00. Si scopre ufficialmente che la ditta incaricata del sondaggio è la GEOMONT di Bussoleno.

Alle 17.30 una colonna di mezzi della polizia transita sulla statale 25 e all'altezza del presidio i manifestanti bloccano e respingono i mezzi blu costringendoli alla retromarcia.

Dopo un assemblea volante,alle 18.30 parte un corteo di 7-800 persone con le fiaccole che, passando per stradine di campagna raggiunge il piazzale dove è posizionata la trivella, rimangono 10 metri di distanza dagli agenti che circondano la trivella ormai smontata dopo aver terminato (?) il lavoro. Partono piccole barriere fatte con alberi abbattuti con una motosega, che in seguito saranno incendiati per un grande falò.

Dopo circa mezz'ora di presenza il corteo prosegue sui binari della stazione di Condove per ricongiungersi con il presidio sulla statale 25.
A mezzanotte circa il camion con la trivella lascia il sito e parte in direzione Torino.

Comunque sia una buona giornata di mobilitazione che fa ben sperare in vista dei prossimi appuntamenti, tra i quali il più importante e ravvicinato è il grande corteo NO TAV - NO SONDAGGI che si terrà sabato 23 gennaio con partenza alle 14.oo dal presidio di Susa Autoporto.

TUTTI INVITATI.



mercoledì 20 gennaio 2010

Corteo contro gli omicidi di Stato. Una bel corteo rovinato da polizia e carabinieri


Sabato 16 a Livorno c'è stata una manifestazione bella, partecipata e importante. Molte delle famiglie che hanno subito un omicidio di Stato erano nella nostra città a chiedere Verità e Giustizia e noi, insieme a molti altri, le abbiamo accompagnate fisicamente e moralmente lungo le strade del centro. Purtroppo però Livorno sabato era una città irriconoscibile: deserta, con le persone rinchiuse nei negozi che non capivano cosa stava succedendo, decine di poliziotti in tenuta antisommossa che aprivano un corteo di familiari di vittime che camminavano in silenzio col loro dolore. Un contrasto che agli occhi di molti cittadini era inspiegabile come lo è per noi.


Movimento Antagonista Livornese


Spoleto: si impicca detenuto 29enne; il settimo suicidio del 2010

Settimo suicidio nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno: Ivano Volpi, detenuto di 29 anni, si è impiccato nel reparto infermeria del carcere di Spoleto. Settimo suicidio nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno: Ivano Volpi, detenuto italiano di 29 anni, si è impiccato nel reparto infermeria del carcere di Spoleto. L’uomo - secondo quanto si è appreso - sarebbe stato arrestato lo scorso 16 gennaio per reati di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento. Secondo le prime informazioni, Volpi, con precedenti penali, sarebbe stato processato per direttissima e poi trasferito nel carcere di Spoleto.

Nel giro di 20 giorni, dunque, sono già sette i detenuti che hanno deciso di farla finita nelle sovraffollate carceri italiane per il quale la settimana scorsa il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza. Proprio martedì 19 gennaio, presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria si è tenuta una riunione, presieduta dal capo del Dap, Franco Ionta, con all’ordine del giorno il rischio suicidi nelle carceri italiane. Nel corso della riunione si è deciso di impartire a breve delle direttive affinché si possa offrire maggiore assistenza psicologica ai detenuti che ricevono in carcere notizie negative quali, ad esempio, malattie di familiari, separazioni matrimoniali, oppure condanne definitive.

Cineforum Popolare 29 Gennaio



"Terra e libertà" è un film del 1995 diretto da Ken Loach .

È ambientato durante la guerra civile spagnola e segue le vicende di una piccola formazione partigiana e la storia d'amore che lega il protagonista, giovane volontario inglese, ad una resistente spagnola.


Curiosità

•Il titolo è ispirato al motto ¡Tierra y Libertad! che accompagnava nel 1910 la bandiera nera dell'anarchia issata dai guerriglieri di Emiliano Zapata .
•Durante il film i protagonisti cantano alcuni famosi canti repubblicani e anarchici della guerra civile spagnola, come A Las Barricadas , Si me Quieres Escribir ed il più universale canto de L'Internazionale

La 'banda di bravi ragazzi' fascista di Roberto Fiore in carcere

L'inchiesta più importante degli ultimi dieci anni sulle attività violente di neonazisti è giunta a conclusione con una sentenza della Corte che ha emesso pene detentive per un totale di 104 anni inflitte su 18 persone di età compresa tra 22 e 35 anni.
L'indagine è iniziata nel giugno 2007 e si è incentrata su un gruppo di circa 50 nazisti con sede a Roma, alcuni dei quali con collegamenti a partiti di estrema destra, tra cui Forza Nuova (FN). Il giudice, Pietro Saviotti, ha descritto il gruppo come una "associazione criminale, stabile e ben organizzata", con i leader in grado di scegliere i propri obiettivi e di dare ordini ai propri membri, alcuni armati e pronti ad eseguire raid di estrema violenza.
I loro crimini includono lesioni personali gravi, per i quali alcuni degli imputati sono stati incarcerati per otto a dieci anni (Fabrizio Ferrari, Andrea Attilia, Alessandro Petrella e Roberto Sabuzi), aggressioni, furto e distruzione di proprietà. Il movente razzista dietro alcune delle loro azioni è stato mostrato in un numero di incidenti per i quali altri sono stati giudicati responsabili. Gran parte delle prove ottenute dai Carabinieri e Digos, la polizia anti-terrorismo, sono state ricavate da irruzioni nelle case dei sospetti e di intercettazioni telefoniche.
Sono quindi state aperte le indagini in seguito ad un attacco di spettatori ad un concerto anti-razzista open-air a Roma dato dalla ska-punk band Banda Bassotti, nota per le canzoni incentrate sulla lotta contro il fascismo. Come riportato su Searchlight al momento (agosto 2007), circa 50 nazisti indossavano caschi, con il volto mascherato e gridando slogan fascisti, sono entrati a Villa Ada quando il concerto finì poco dopo la mezzanotte, armati con sbarre di ferro e coltelli. Tre persone sono state gravemente ferite e ricoverate in ospedale.
La natura ben organizzata del raid, con gli aggressori nascondsti in attesa nel buio pronti ad aggredire gli spettatori inermi e spingerli contro una rete di ferro, hanno convinto la polizia che avevano a che fare con una banda organizzata che probabilmente intenzionata a colpire di nuovo. Non è passato molto tempo prima che altri incidenti si sono verificati, tra cui un tentato attacco incendiario contro un campo nomadi a Gioia Tauro, nell'Italia meridionale, la distruzione di autoveicoli al di fuori di uno stadio, come vendetta per l'uccisione accidentale di un poliziotto di un tifoso (Gabriele Sandri), un assalto contro una stazione di polizia che hanno portato il caos di un intero quartiere della capitale e di un attacco particolarmente feroce su quattro immigrati rumeni.
La polizia ha rintracciato alcuni dei sospetti e ha cominciato ad ascoltare le conversazioni telefoniche, che ha accennato a piani per attaccare i politici. "Con azioni semplici, come a Gioia Tauro", una di quelle successivamente arrestato è stato sentito dire, "nessuno avrà alcun sospetto di noi, due righe su un giornale due settimane più tardi e il gioco è fatto. Dobbiamo fare qualcosa di serio. Qualcosa di perfetto, almeno una volta nella vita, qualcosa per fargli [parlamentari] pensare che siamo capaci di aspettare anche fuori dal Parlamento"
Il giudice ha citato prove ottenute da intercettazioni che alcuni membri di FN sono gli elementi della banda. Prima di fiaccolate e manifestazioni a Roma contro l'immigrazione, per i quali non era stato concesso il permesso della polizia, Daniele Pinti, coordinatore di una sede locale FN, è stato sentito dire a Francesco Ceci, un membro della banda, "vi chiedo di prestare attenzione, abbiamo bisogno di nervi saldi, perché oggi ci sono donne e bambini [presenti], quindi coloro che sopravviveranno vedranno i risultati ".
Intervistato prima del verdetto, Roberto Fiore, leader di FN, ha respinto le accuse e tacciato il giudice di pregiudizi e ha negato che i membri della sua organizzazione fossero stati coinvolti in alcuna violenza. "So che alcuni di coloro che sono stati arrestati e sono stati rilasciati sono bravi ragazzi", ha dichiarato.
Lontano dal suo esercito di "bravi ragazzi", che sono stati fotografati con indosso caschi e bastoni di legno in un corteo, Fiore sta coltivando i suoi contatti internazionali che possono essere anche definiti per la qualità di ambasciatore di ampio respiro per il suo amico di lunga data e politico allievo Nick Griffin, il BNP leader. La Russia è diventata una delle sue destinazioni preferite. Dopo le lodi copiose che ha accumulato l'anno scorso il primo ministro Vladimir Putin, probabilmente senza una gran risposta, il suo nuovo compagno nella steppa è Vladimir Zhirinovsky, leader del Partito Liberal-Democratico (LDP) e vice presidente della Duma, il parlamento russo .
Fiore ha visitato Zhirinovsky due volte nei mesi scorsi. Il 13 dicembre è stato visto accompagnare Zhirinovky sulla piattaforma nelle celebrazioni del 20esimo anniversario del LDP a Mosca e ha tenuto un bel discorso davanti a 2.000 delegati e ospiti stranieri. Fiore ha descritto l'incontro con il leader del LDP come "un abbraccio strategico tra la Russia e l'Europa in difesa della libertà".
Da parte sua Zhirinovsky ha detto che con Fiore sta lavorando verso la creazione di "una nuova forza europea che si estende dal Portogallo agli Urali". Entrambe hanno promesso che presto inizieranno a parlare di "iniziative che dimostrano l'evoluzione di questo rapporto politico importante".
Una piccola deviazione di rotta (perltro non insolita ndr) che abbraccia il Regno Unito potrebbe essere già tracciata sulla carta.

http://www.searchlightmagazine.com/index.php?link=temp...

Caserta: i migranti reclamano diritti

19 gennaio 2010. Alcune centinaia i migranti che nella mattinata si sono riuniti sotto palazzo acquaviva, sede della prefettura e della questura di Caserta, per la manifestazione promossa dal movimento degli immigrati e dei rifugiati di Caserta, il centro sociale ex canapificio e l'associazione senegalesi e padri sacramentini. Volevano braccia, sono arrivati uomini si leggeva sui cartelli. Molti dei lavoratori migranti stanziati nel casertano, e più precisamente a Castelvolturno, sono gli stessi che si spostano a ritmo delle”stagioni”, quelle di raccolta, e che costituiscono la forza trainante dell'economia agricola nel meridione.“Noi siamo lavoratori. Contribuiamo all'economia italiana. Non siamo criminali. Siamo esseri umani. E vogliamo essere riconosciuti. Il permesso di soggiorno non dev'essere solo un foglio di carta, ma essere simbolo dei diritti che ci devono essere riconosciuti.” questo riportavano i vari interventi susseguitesi durante il presidio. Espressione della coscienza di essere parte integrante e necessaria dell'economia di questo paese. Ma ancora più forte emergeva la consapevolezza di costituire una componente, seppur numerosa, circa 4 milioni di persone, invisibile nella società italiana. Per molti di loro regolarizzazione significa maggiori diritti e la possibilità di sfuggire al ricatto del lavoro in nero; possibilità tuttavia remota in un paese in cui il lavoro irregolare costituisce l'unica via d'uscita rispetto in un sistema sempre più in crisi e in cui la disoccupazione è dilagante.Una delegazione è riuscita ad incontrarsi con il prefetto Ezio Monaco e con il questore Guido Longo e le richieste per la riapertura del canale delle udienze per ottenere date precise per gli incontri di rinnovo dei permessi di soggiorno e di regolarizzazione sono state accettate. In più si richiedeva il riconoscimento del permesso umanitario per i migranti di Rosarno, permesso a cui secondo il ministro Maroni possono accedere quei migranti che hanno riportato ferite e che sono stati accertati in ospedale. Questo non è abbastanza, perché oltre a coloro che sono stati refertati, molti altri in quei giorni sono stati vittime di attacchi e comunque tutti i migranti costretti a fuggire o ad essere deportati dovrebbero ricevere tale permesso.Molti anche gli interventi in solidarietà ai lavoratori e alle lavoratrici di Rosarno, in cui si palesava l'evidente bisogno di creare un legame tra le lotte di migranti, lavoratori, precari e studenti. In un paese in cui è sempre più forte l'oppressione di governo e istituzioni verso qualunque tipo di rivendicazione sociale, è necessario individuare le cause e i responsabili della crisi economica e sociale, governo, confindustria, creando un'interazione tra le soggettività oppresse e sfuggendo alla così detta “guerra tra poveri”, riversando la rabbia sociale contro chi l'oppressione l'agisce, non la subisce.
Parlando di repressione, anche in questo caso immancabile l'intervento delle forze dell'ordine che hanno fermato tre pullman di linea diretti alla manifestazione che sono stati soggetti a controlli di massa.

ARTICOLO di Marzia Matarese

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